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Asterios Polyp

Uno degli eventi fumettistici più celebrati degli ultimi anni sbarca anche in Italia. E merita la fama che lo precede

Batman: Year One con Frank Miller e City of Glass insieme a Paul Auster: fino al 2009, David Mazzucchelli era conosciuto e considerato uno dei fumettisti e illustratori più influenti degli ultimi decenni, praticamente solo alla luce di questi due titoli. Due lavori dal 1988 a oggi, se di simile spessore, possono bastare a costruire una reputazione quasi leggendaria come quella di cui godeva Mazzucchelli fino a 2 anni fa. Mancava però la grande opera personale, in solitaria, l’ «opera di riferimento» per questa sorta di Thomas Pynchon del fumetto, quell’opera che appunto è Asterios Polyp. Rimasta in gestazione per due decadi, quando è uscita negli USA se ne è parlato per mesi e ha raccolto il plauso unanime e meritatissimo della critica; ora finalmente arriva in Italia grazie a Coconino Press (344 p., 29 €) e nella traduzione di Francesco Pacifico.

Asterios Polyp, il protagonista che dà il titolo al libro, è un architetto di origine greca e, per la precisione, un architetto di “carta” il che significa che nessuno dei suoi progetti è mai stato realizzato né si è mai confrontato con la realtà fisica del mondo; un po’ come lo stesso Asterios che deve la sua fama e la sua cattedra universitaria al fatto di essere un teorico compulsivo, geniale e pieno di sé, egocentrico all’eccesso e abilissimo nel creare schemi interpretativi dualistici e inflessibili per qualunque cosa, ma d’altra parte del tutto impreparato a confrontarsi con la volubilità e l’imprevedibilità della vita, della sfera emotiva, degli altri.  Il romanzo, un bildungsroman a fumetti decisamente filosofico, racconta in parte il percorso di Asterios per riuscire a venire a patti con il lato pratico delle cose dopo aver perso tutto ciò che teneva per caro e, in parte, le esperienze precedenti del protagonista, tra cui il matrimonio con una scultrice di origine giapponese che è l’esatto opposto dell’apollineo protagonista.

“Giocando” con questa trama, Mazzucchelli si lancia in una ambiziosa sperimentazione formale, attraverso la continua decostruzione e ricostruzione delle tavole e delle figure dei protagonisti (si veda l’immagine), incentrata su scelte grafiche e cromatiche mai del tutto fini a se stesse e semmai funzionali a illustrare la dialettica di idee e concetti che si muove tra le pagine, sopra e sotto la storia. Cita esplicitamente o implicitamente Calvino, Nietzsche, Joyce, Shakespeare, Hegel, Hesse, Parmenide, Bakunin, il Cubismo, i Pitagorici, la mitologia e molto altro e discetta di ontologia, morale ed estetica aggirandovisi agevolmente  con una chiarezza d’intenti e una padronanza dell’esposizione che sono di primissima qualità. Asterios Polyp è insomma materia da grandissimo autore a cui si può muovere, forse, una sola critica ed è per l’eccessivo controllo sulle emozioni che Mazzucchelli molto cerebralmente si impone (e impone al suo protagonista). Ma probabilmente era inevitabile per riuscire a non perdere il filo di una narrazione che si confronta profondamente e a più livelli, formali e contenutistici, con questioni che sono alla base della cultura occidentale.

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