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Artisti con la pensione

Viviamo nell'era che segnerà la fine della classe creativa? Un saggio ne parla di e propone una soluzione.

Cos’è la classe creativa? In Culture Crash: The Killing of the Creative Class, Scott Timberg ex giornalista culturale del Los Angeles Times, licenziato in seguito a tagli generalizzati e piombato con disperazione nella terra dei freelance, ci offre almeno un paio di definizioni. Una, più classica, dell’urbanista Richard Florida: «Chiunque faccia un lavoro intellettuale di alto livello» (quindi scienziati, medici e programmatori compresi). Un’altra, invece, sua: «Chiunque contribuisca a creare e a diffondere cultura». Oppure: «Essere una persona X significa avere più libertà e parte del potere di una persona di classe alta, ma senza denaro».

Quanti tra i lettori di questo articolo si riconoscono nella definizione? Io credo, ma spero di sbagliarmi, l’80 per cento.

Del libro di Timberg si è discusso parecchio negli Stati Uniti, dov’è uscito a gennaio. La tesi di fondo, come si evince dal titolo, è che la classe creativa americana sia vittima di una specie di generalizzato sterminio. Per Timberg, quella che sta scomparendo è la classe media della creatività, ovvero tutte persone di estrazione media, cresciuti in famiglie acculturate e che per ciò stesso si sono formate attraverso musica, letteratura, arti figurative, scegliendo poi di lavorare nel campo e non per forza come artisti, ma anche come giornalisti, curatori, organizzatori o persino commessi di libreria. Diffusori di cultura ma anche lavoratori in senso stretto, che soddisfano una passione ma hanno bisogno di guadagnare. Da un lato, secondo la tesi dell’autore, il settore sta subendo le dinamiche del tardo capitalismo, con aumento del divario ricchi-poveri, che ha reso la cultura mainstream del blockbuster, quella che nel libro viene chiamata la cultura del Winner-Takes-All (Miley Cyrus o Jeff Koons o chi per loro), l’unica possibile. Dall’altro la rete viene individuata come una delle principali, se non la principale, causa dei mali. La gratuità dei contenuti che ha sconvolto l’equilibrio dell’editoria tradizionale. Il file sharing che ha ucciso il supporto fisico nella musica. E tutte le altre cose che sappiamo.

Per Scott Timberg, quella che sta scomparendo è la classe media della creatività.

«Le sole persone che saranno in grado di lavorare nella cultura», predice Timberg, «saranno quelli che non avranno bisogno di compenso-celebrità, i veri ricchi, gli accademici». Con la conseguenza che l’arte stessa, in generale, è destinata a un declino irreversibile. Ma Culture Crash, oltre a essere un’indagine, dati alla mano, del bilancio del comparto più effimero dell’economia, è soprattutto una raccolta di storie di gente che non ce l’ha fatta, di giornali che hanno chiuso, di negozi di dischi e librerie fallite, di gallerie d’arte che non alzano un soldo, di architetti e designer senza progetti. E ovviamente fa deprimere tantissimo.

Così come fa deprimere il cyberpessimismo – peraltro sempre più diffuso, anche in vecchi pionieri come Jaron Lanier – che rende  il libro un manifesto del passatismo. Se il sottotesto sembra continuamente dirci: ah, se non ci fosse la rete, staremmo tutti bene adesso, le soluzioni rispetto al nuovo modello non sembrano ipotizzabili. Resta quest’epoca d’oro da vagheggiare aspettando appunto la fine dell’arte.

Una fine ben motivata da Timberg, se non fosse che manca un dato fondamentale e cioè la misura dell’espansione di questa classe creativa. Se negli Stati Uniti  l’industria culturale ha origini più antiche e una robustezza incomparabile, e quindi il probabile aumento dei creativi degli ultimi vent’anni non è così esponenziale, in Italia l’esiguità della classe creativa del passato e il confronto empirico con quella di oggi fa pensare che l’espansione sia stata enorme e quindi insostenibile.  Quanti libri di narrativa italiana sono usciti nel 2014? Quante persone della mia età hanno deciso di fare i fotografi? Quanti artisti conoscete? E quante persone vanno a Berlino ad aprire una start-up?

La risposta è sempre: troppi rispetto alla domanda di cultura, quindi troppi per essere economicamente sostenibili. Timberg, e non solo lui, obietta: non ha senso ridurre l’Arte con la maiuscola a logiche di mercato; per esistere, l’Arte ha bisogno di istituzioni pubbliche o private, sostegni di qualche tipo che colmino le sue scontate inefficienze economiche. Ma c’è una contro-obiezione abbastanza ovvia: chi stabilisce allora cosa debba essere sostenuto e cosa no? Dopo un po’ di ricerche nella vituperata rete, ho scoperto che qualcuno invece ha pensato molto seriamente a come rendere efficiente e quindi conveniente l’arte. Per esempio, l’APT (Art Pension Trust), definito il primo programma pensionistico per artisti visivi, creato nel 2004 da Moti Shniberg e Dan Galai.

L’APT cerca un artista interessante e gli propone di firmare un contratto con il fondo. L’artista s’impegna a donare all’APT una sua opera d’arte, ogni anno per vent’anni. Alla firma del contratto, l’artista acccetta anche l’opzione che l’opera d’arte possa essere venduta. I profitti che risultano dalla vendita sono ripartiti tra artista, APT (per spese di deposito, assicurazione, etc.) e nella misura del 32% tra tutti gli altri artisti che aderiscono al fondo. In questo modo l’APT cerca di compensare l’estrema volubilità del mercato dell’arte. E se un artista si trova sulla cresta dell’onda per due, tre o quattro anni, quando scenderà dall’onda, continuerà a percepire una parte dei compensi derivanti dalla vendite delle opere degli altri artisti aderenti; il ragionamento è che, dopo una selezione fatta bene, ci saranno sempre artisti sulla cresta dell’onda.

Se ciò che produco è puro, posso accettare a cuor leggero che il mio lavoro sia ricompensato con qualcosa di impuro?

Dan Galai viene presentato come una specie di autorità mondiale della gestione del rischio. Ma è molto più interessante il profilo del suo socio Moti Shniberg. Di nazionalità israeliana, Shniberg in questa intervista-profilo apparsa su Bloomberg e in titolata: Il problema di vendere la più grande collezione privata di arte al mondo, viene descritto come il fondatore di moltissime cose, tra cui face.com, programma di riconoscimento facciale ceduto a Facebook per sessanta milioni di dollari; soprattutto è l’uomo che registrò il marchio 11 settembre 2001 e il suo utilizzo in programmi televisivi, produzioni teatrali, film, musical, etc. E sapete quando? L’undici settembre 2001, cioè al massimo qualche ora dopo il crollo delle torri.

Per trovare un titolo: il perfetto rappresentante della webfinanza che, secondo Timberg, è la principale responsabile della morte dell’arte, tenta di salvare l’arte.

Da cui il dilemma morale dell’artista… Che provenienza hanno i soldi che mi fanno vivere? E se ciò che produco è per definzione puro, posso accettare che il mio lavoro sia ricompensato con qualcosa di impuro? (Grosso dilemma soprattutto per l’artista che vuole cambiare il mondo). In Culture Crash, Timberg sottolinea giustamente che “in passato la produzione artistica si basava su una relazione alto-basso: la Chiesa cattolica finanziava un coro, un nobile fiorentino commissionava un quadro. Solo dopo, con il romanticisimo e il diciannovesimo secolo si predicò la distanza dell’artista dalla società”.

Nell’immagine in evidenza: un dettaglio della copertina del libro di Timberg.

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