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Arrivederci Shuttle ciao

Si è chiuso un cassetto nell’armadio dei ricordi degli anni ’80-’90. Giovedì 21 luglio è atterrato in Florida, al NASA Kennedy Center, l’ultimo esemplare di Space Shuttle rimasto in vita. Sembra di parlare di un essere vivente, e in effetti ci si era affezionati a quello pseudo aeroplano bianco e nero non come ci si affeziona a un oggetto, ma piuttosto come a un campione dello sport, a un personaggio dello spettacolo, della politica. Come a un Magic Johnson o a un Nelson Mandela, o a un Freddie Mercury. Atlantis non era nemmeno l’ultimo nato, ma il penultimo. Il più giovane degli Shuttle era Endeavour, ritirato il primo giugno 2011, dopo il primo volo risalente al 1992. Un pezzo di ventesimo secolo che andava su e giù per il cielo,la ionosfera, lo spazio aperto del ventunesimo. Atlantis ha lasciato il suolo terrestre l’8 luglio alle 17:29, con la consueta nuvola di fumo e gas alta decine e decine di metri. Più in là, a Cape Canaveral, nel grande prato vicino alla laguna, c’erano settecentomila persone. Roba che nemmeno i Beatles redivivi. Settecentomila armati di binocoli, videocamere, smart phone o anche solo sdraio e ombrelloni. Con le braccia in alto e le mani ad applaudire i pochi secondi di visibilità dello Shuttle, che sbuca dal fumo bianco e si lancia dritto verso l’atmosfera. Lo si vede partire con l’enorme ingombro color rame del serbatoio esterno, quello che sta sotto la pancia del velivolo vero e proprio, con i propulsori bianchi (Solid Rocket Boosters) a creare la scia infuocata decisiva per la spinta, e lo si vede ritornare da solo, più piccolo di un 747, e ti chiedi com’è che un affare così normale può andare e tornare dallo spazio.

Da venerdì, gli Space Shuttle saranno roba da museo. Per ora, di visibili al pubblico, ci sono solo il Discovery, ritirato a marzo di quest’anno, e il “prototipo” Enterprise, non abilitato ai viaggi spaziali, che riposa a Washington. Altri due apparecchi non sono potuti rientrare negli hangar, come è ben noto. Sono il Challenger e il Columbia. Il primo si disintegrò dopo poco più di un minuto di volo, a causa di una guarnizione difettosa nei razzi di propulsione iniziale. Morirono sette astronauti, il 28 febbraio 1986.  Per due anni il programma di volo della NASA fu fermato. Ma il Challenger va ricordato anche per altri due avvenimenti, a loro modo fondamentali, nella storia dell’esplorazione spaziale: su di esso andarono per la prima volta in orbita un’astronauta donna, Sally Ride, e un afroamericano, Guion Bluford. Un altro afroamericano, tre anni dopo, morirà nello stesso velivolo. Si chiamava Ronald McNair, e non riuscì mai a coronare il sogno di suonare il suo sassofono guardando la terra da lontano. L’altro disastro è cosa recente, del 2003, sempre a febbraio. Il Columbia, il primo Space Shuttle a essere costruito, si disintegrò al rientro, a chilometri e chilometri di altezza sopra il Texas, dopo quasi 301 giorni di volo, secondo solo al Discovery. Anche stavolta, ci fu uno stop di due anni.

Centotrentacinque (135) voli in trent’anni, 355 uomini portati nello spazio, 179 satelliti messi in orbita. Questo il bilancio dei cinque Shuttle utilizzati, e che verrano sostituiti da una sonda, che probabilmente verrà lanciata nel 2016, utilizzando come propulsore un razzo, come ai tempi delle missioni Apollo. Lo Shuttle era stato pensato come un regolare aereo di linea, da utilizzare una volta ogni due mesi, ma i costi della missione hanno ampiamente superato le previsioni, e le missioni sono state molto più rare. Ma la messa in orbita di Hubble è tutto merito suo, di quel modulo aereo che non si riesce a percepire soltanto come un mero oggetto di metallo e cavi e motori, e nel 1995 si realizzò il docking con la russa MIR, come un bacio suggellante, quasi dieci anni dopo, la fine della Guerra Fredda.

La conseguenza più “grave”, con molte virgolette, che grave forse non è in termini pratici, pragmatici, bensì a livello ideale, a livello onirico, è l’abbandono, ufficiale, dell’esplorazione spaziale. Il presidente Obama, il 1° febbraio 2010, presentando il budget di spesa NASA per il 2011, ha cancellato definitivamente il programma Constellation, quello che avrebbe dovuto riportare l’uomo sulla Luna. Sono passati quasi trent’anni da Apollo 17, l’ultima data in cui un essere umano posò piede “in peace for all mankind” su quel satellite naturale pieno di crateri e di laghi che in realtà laghi non sono, o quantomeno non lo sono più. Niente più rincorsa allo spazio, almeno non per ora, niente più sogni di conquista di altri mondi, anche se proprio Obama ha promesso vagamente un uomo su Marte “intorno al 2030″. E soprattutto, niente più film con frasi come «Controllori volo! Datemi un go, no go per il lancio!» e la sequela di “controllori telemetrici”, “medici”, “strumenti”, “guida e navigazione” che rispondono «Go volo!» fino al fatidico «Siamo pronti per il lancio». E allora migliaia di persone prendono le macchine fotografiche usa e getta, i binocoli, o semplicemente si alzano dalle sdraio ed escono dall’ombra degli ombrelloni. Vedono la classica nube bianca, poi lo Shuttle che sbuca fuori e si lancia dritto verso l’atmosfera.

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