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I tre cicli vitali di Aronofsky, regista e megalomane

Il nuovo Noah del regista statunitense sarà uno dei suoi capolavori come Requiem for a dream oppure entrerà a far parte della lista dei fallimenti, come The Fountain?

Da qualche giorno circola in rete il trailer di Noah, il nuovo film di Darren Aronofsky, già regista di The Wrestler e di Il Cigno NeroNoah sta proprio per Noè, il personaggio biblico che costruisce la famosa Arca grazie alla quale sfugge al Diluvio Universale. Una nota: non si capisce come mai, nella versione italiana del trailer il nome del personaggio non sia stato tradotto. Non più l’Arca di Noè dunque, ma l’Arca di Noah. Che è un po’ come se qualcuno usasse l’espressione: “Nel nome di God!”. Ma torniamo al trailer: per ora abbiamo potuto vedere solo due minuti e mezzo scarsi del girato, ma possiamo dire che di carne al fuoco ce n’è. Anzi, il rischio è che ce ne sia pure troppa. Noah sembra per ora la versione biblica di 2012, il disaster movie di Roland Emmerich, il regista tedesco naturalizzato americano che, grazie a pellicole come GodzillaThe Day After Tomorrow, s’è imposto come moderno Irwin Allen, nume tutelare del genere catastrofico. Anzi, il paragone con 2012 è quasi immediato visto che in quel caso, chi ne aveva la possibilità economica – per cui i capi politici del pianeta più qualche mafioso russo – sperava di salvarsi grazie a delle moderne arche parcheggiate sull’Himalaya, in attesa dello tsunami definitivo. Anche qui abbiamo una lunga serie di eventi che presagiscono la fine del mondo. Ci sono le guerre, la violenza stupida e cieca dell’uomo e i segni di una Natura che si ribella: giganteschi stormi di uccelli che volano in cerchio e addirittura una pioggia di meteoriti. Vediamo poi un uomo interpretato da Russell Crowe che, grazie alle proprie forze e a quelle della sua famiglia (Jennifer Connely, Emma Watson, Logan Lerman e, nella parte di Matusalemme, Anthony Hopkins), costruisce una sorta di enorme rifugio in legno. C’è poi un’armata di barbari comandata dal roccioso Ray Winstone che tenta di mandare all’aria i piani, tutti gli animali del creato (in digitale) che arrivano dalla foresta per intrufolarsi nell’Arca e poi, ovviamente, il Disastro finale, quello per cui evidentemente lo spettatore pagherà il biglietto. La pioggia, quella prima goccia che cade dall’alto sul volto del protagonista e che dopo poco diventa il Diluvio Universale: muri e geyser d’acqua di tale potenza che sono in grado di distruggere e devastare tutto ciò che incontrano sul loro cammino. Ci sono poi anche alcuni fotogrammi tratti da sequenze che possiamo immaginare oniriche, i momenti in cui cui Noah è in comunicazione con Dio: Crowe che cammina in una desolata valle di sangue, le anime degli uomini che dal fondo dell’Oceano tentano di raggiungere la superficie e anche un breve istante in cui c’è un guerriero armata con la proverbiale Spada di Fuoco.

Eccolo qui il titolo spartiacque della sua carriera: c’è un prima e un dopo The Fountain per Darren. Basta anche solo prendere in considerazione questo semplice dato: i primi tre lungometraggi della sua carriera sono prodotti, diretti e anche sceneggiati da lui

Il tutto è montato in modo velocissimo, con un ritmo da film d’azione e quando spunta la didascalia «Dal regista de Il Cigno Nero», si rimane decisamente stupiti. Ma come? Cos’è successo nel frattempo? Non eravamo di fronte a un Autore interessato a scandagliare gli angoli più bui dell’animo umano? Non avevamo trovato un uomo in grado di raccontare storie piccole e marginali? Quella appunto de Il Cigno Nero: una ballerina frustrata, paranoica, incapace di reggere la competizione con le proprie colleghe e vessata da una madre sessualmente castrante. Oppure, come nel film precedente The Wrestler, quella del povero Mickey Rourke, lottatore vecchio e disperato che, mentre cerca una gloriosa rentrée, è costretto a lavorare al banco macelleria di un supermercato di provincia. Forse sì. O forse è quello che ha voluto farci credere. Forse è quello che è stato costretto a raccontarci, per poter trovare poi le forze per mettere insieme questo suo gigantesco progetto. Un oggetto cinematografico che salta subito agli occhi come diametralmente opposto ai titoli che gli hanno regalato fama e anche un  Oscar (Miglior Attrice Protagonista a Natalie Portman per Il Cigno Nero). Eppure, a ben guardare, c’era da aspettarselo. Perché esiste anche un altro Darren Aronofsky, di cui forse non tutti si ricordano e di cui avevamo perso le tracce. Una sorta di vita precedente che ha avuto i suoi alti, ma soprattutto i suoi picchi verso il basso. Torniamo per un attimo indietro nel tempo: il regista comincia a parlare di questo suo Noah nel lontano 2007, l’anno successivo all’uscita del suo The Fountain – L’Albero della Vita. Eccolo qui il titolo spartiacque della sua carriera: c’è un prima e un dopo The Fountain per Darren. Basta anche solo prendere in considerazione questo semplice dato: i primi tre lungometraggi della sua carriera, Pi Greco: Il Teorema del DelirioRequiem For A Dream e per l’appunto The Fountain: L’Albero della Vita, sono prodotti, diretti e anche sceneggiati da lui. Per The WrestlerIl Cigno Nero gli si è chiesto di farsi da parte, dirigendo fondamentalmente dei film su commissione scritti e sceneggiati da altri. Questo perché fondamentalmente il ragazzo ha una lieve tendenza alla megalomania e perché, anche se oggi c’è qualcuno che dice che con il tempo è diventato un culto, The Fountain fu vero e proprio bagno di sangue.

Brevemente: dopo l’esordio quasi underground nel 1998 di Pi Greco, Aronofsky diventa il nome sui cui puntare nel cinema autoriale statunitense. Lo prende sotto la sua ala protettiva la Hollywood più colta e raffinata che nel 2000 impazzisce per la sua trasposizione cinematografica del romanzo del maledettissimo Hubert Selby, Jr., Requiem For a Dream. Il titolo successivo dev’essere quello della svolta, quello che lancerà definitivamente il suo talento nel gotha del Cinema Mondiale. Si comincia a metterci mano nel 2001: circolano voci su viaggi in Messico, sui luoghi dove altri registi hanno girato titoli come Aguirre: Furore di DioLa Montagna Sacra. Il titolo non è stato ancora rivelato, ma già si sa che ci saranno Brad Pitt e Cate Blanchett nel cast. Dopo qualche tempo si viene a sapere che questo misterioso film parlerà di misticismo ebraico, dei misteri legati alla vecchia cultura Maya, della ricerca della Verità e di Dio. Nelle interviste il regista dichiara che sta lavorando a un film di fantascienza che vuole avere la stessa potenza di pellicole rivoluzionarie come «Star WarsMatrix2001: Odissea nello Spazio». La Warner Bros. insieme alla Regency Enterpises stanzia un budget di ben 70 milioni di dollari. Poi cominciano i problemi: Brad Pitt e Cate Blanchett abbandonano il progetto, il budget viene letteralmente dimezzato e il film ha una gestazione di ben cinque anni e mezzo. Esce nel 2006 con un’anteprima disastrosa al Festival di Venezia. Ero presente a quella proiezione: il film fu selvaggiamente fischiato più o meno da chiunque. Ricordo però anche dietro di me il comico Maurizio Ferrini, per chi non se lo ricordasse la Signora Coraindoli, sinceramente commosso dalla visione. The Fountain esce poi nelle sale e il disastro diventa di proporzioni mondiali. Sembra non piacere a nessuno e alla fine incassa poco più della metà di quello che è costato.

Basta storie piccole girate in stile minimal come The WrestlerIl Cigno Nero: qui si punta ancora una volta in altissimo, utilizzando non più la fantascienza, ma il catastrofico e l’action per parlare d’altro. Della crudeltà dell’uomo, dell’accettazione della Morte e della speranza per il Futuro. Gli indizi di un disastro annunciato non mancano

Il perché è presto detto: al di là di un budget che evidentemente non ha permesso al regista di realizzare come avrebbe voluto il suo progetto, ci si trova di fronte a un pretenzioso pasticcio che sfiora in certi momenti il ridicolo involontario. La storia è divisa su tre piani temporali: abbiamo Tomás il Conquistador, ovvero la parte in cui Hugh Jackman interpreta un soldato dell’esercito spagnolo che, su ordine della Regina, Rachel Weisz, si sposta nell’allora Vicereame della Nuova Spagna per combattere contro i Maya, custodi del potente Albero della Vita. Questa storia è in realtà un romanzo scritto dall’attrice nella seconda parte del film, quella ambientata ai giorni nostri del film, in cui la Weisz è una malata terminale di cancro sposata con il neuroscienziato Tom Creo, Jackman, che fa di tutto per salvarla. La terza parte infine è ambientata in quello che dovrebbe essere una sorta di futuro: qui, in una bolla che contiene un gigantesco albero, vive Tommy, Jackman, che mentre medita e ha delle strane visioni fluttua nello spazio profondo (o nel tessuto celebrale della moglie visto al microscopio?) verso una stella morente, una nebulosa dorata o quello che gli antichi Maya chiamavano Xibalba. Giusto per complicare ulteriormente le cose, quest’ultimo piano temporale dovrebbe essere l’ultimo capitolo del romanzo che la Weisz non ha fatto tempo a finire a causa della malattia e a cui mette mano il marito disperato. Il tutto non dura sei giorni, come si potrebbe immaginare leggendo la trama, ma solo 96 minuti, cosa che sicuramente non giova alla comprensione della storia. Si tratta fondamentalmente di un melodramma la cui colonna vertebrale è costituita dalla storia ambientata ai giorni nostri e in cui si approfitta degli altri due piani temporali per tentare di dare una visione cinematografica delle Domande Fondamentali, quelle che da sempre attanagliano l’Uomo: la Vita, la Morte, la vita oltre la morte e l’esplorazione dell’Aldilà. Solo che il tutto rischia di essere banalizzato da un uso degli effetti speciali e da una messa in scena particolarmente azzardata, per non dire cafona. Il meglio lo si ha con Hugh Jackamn che, rasato a zero e in pigiama, fluttua nella posizione del loto nello spazio in una bolla di sapone. O quando fa Tai Chi in silhouette contro la volta celeste. Un film che utilizza una serie di metafore visive che puntano in altissimo ma che, dispiace dirlo, richiamano alla memoria gli spot dello yogurt Muller. Ma evidentemente è questo quello che interessa cinematograficamente parlando ad Aronofsky. Lo conferma il trailer di Noah che sembra essere una prosecuzione naturale di quanto fatto nel 2007. Basta storie piccole girate in stile minimal come The WrestlerIl Cigno Nero: qui si punta ancora una volta in altissimo, utilizzando non più la fantascienza, ma il catastrofico e l’action per parlare d’altro. Della crudeltà dell’uomo, dell’accettazione della Morte e della speranza per il Futuro. Gli indizi di un disastro annunciato non mancano. Come detto, il regista torna a scrivere il film e lo fa proprio insieme a quel Ari Handel con cui ha firmato la sceneggiatura di The Fountain – L’Albero della Vita. Forse è questo il destino di questo stravagante regista: un ciclo vitale che passa attraverso tre diverse fasi. C’è la nascita, ovvero i film piccoli e coraggiosi: da una parte Pi Greco e dall’altra The Wrestler. Poi c’è il film della consacrazione, Requiem For A DreamIl Cigno Nero, che regala al regista fama e notorietà ma che apre le porte anche a una serie di difetti e a una megalomania evidente. Ed infine il suicidio commerciale in nome di una propria visione dell’Arte: The Fountain e, si spera di no, Noah. Che vuol dire Noè.

 

Immagine: una scena di Noah

 

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