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L’Aquila è ancora viva?

Tra tentativi di rianimare il centro storico e la vita universitaria che non è più quella di una volta, un punto di vista sulla ricostruzione.

«Non ci sono uffici, banche, poste e farmacie. Bisognerebbe far rivivere L’Aquila di giorno, solo così potrebbe tornare ad essere una città normale». L’imprenditore Daniele Stratta non ha dubbi su quale sia il problema del centro storico del capoluogo abruzzese, il più segnato dal terremoto che nel 2009 ha ucciso 309 persone e danneggiato la maggior parte degli edifici. «Questo palazzo è stato il primo ad essere ristrutturato», racconta indicando lo stabile dove insieme al fratello, nel 2016, ha riaperto il Garibaldi Caffè Enoteca. Via Garibaldi, che insieme a via Castello e al Corso era il cuore della movida studentesca prima del sisma, è stata una delle priorità dell’amministrazione comunale guidata dal sindaco Massimo Cialente, che a giugno si è ritirato dopo il secondo mandato. Tra le transenne dei cantieri i ragazzi ordinano l’aperitivo, si resta a bere fino a tardi sotto i ponteggi, ma Stratta parla di guadagni dimezzati nell’ultimo anno e non è il solo. «Gli incassi diminuiscono perché i residenti si sono spostati all’esterno della città, dove sono stati costruiti i nuovi edifici subito dopo il sisma e gli universitari che scelgono L’Aquila hanno meno soldi da investire. Prima erano loro il motore economico, conferma Valerio Panepucci, che quattro anni fa ha deciso di cambiare lavoro e aprire un cocktail bar dagli arredi ispirati all’America proibizionista. È stato il primo della strada a inaugurare, era il dicembre del 2012.

Come spesso succede, chi abita sopra i locali si lamenta per il rumore, ma in via Garibaldi i residenti sono solo sei. Per incentivare il rientro nelle vie storiche, la Regione Abruzzo ha indetto il bando “Fare centro”: una dotazione complessiva di 12 milioni di euro per il biennio 2017/2018. «Dovrebbero aprire quasi 100 punti di ristorazione», sostiene Panepucci, «il problema è che manca la clientela». Fino alle 5 del pomeriggio nei vicoli stretti è un viavai continuo di muratori e ruspe. Nell’aria c’è odore di calce, si cammina fra i palazzi messi in sicurezza ed edifici nuovi i cui appartamenti restano invenduti.

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A prendere in parte il posto di aquilani e studenti fuori sede sono ora gli addetti ai cantieri: i maggiori clienti dei bar aperti durante il giorno e delle agenzie immobiliari. Cercano una casa in affitto per il periodo in cui lavorano alla ricostruzione delle altre. Il mercato immobiliare però ristagna con un’offerta sempre maggiore della domanda: dopo il terremoto del 2009
secondo i dati Istat oltre 3mila persone hanno deciso di abbandonare il capoluogo abruzzese e pochi sono disposti a tornare ad abitare tra le vie storiche, in un cantiere a cielo aperto e con la paura di nuove scosse. «Da otto anni sento dire agli aquilani che sognano di tornare a vivere il centro. Voglio vedere se lo faranno davvero». Silvia Consales parla veloce con tono battagliero. Videomaker, a 33 anni ha fatto una scommessa: aprire un’agenzia di fotovideografica in piazza Sallustio, nel
cuore della città. Altri cartelli annunciano la prossima apertura di nuovi negozi, in quella che fra i residenti è più conosciuta come piazza Palazzo. Come lei anche altri hanno scelto di investire sul futuro dell’Aquila, ma decidere di aprire un’attività in un centro ancora poco frequentato è un azzardo che i proprietari degli immobili, spesso residenti lontani, non sembrano comprendere del tutto.

La paura sembrava passata quando è tornata a farsi sentire ad agosto e ottobre 2016 e poi, fortissima, lo scorso 18 gennaio. C’era uno spesso strato di neve quando tre scosse ravvicinate nel giro di un’ora hanno fatto temere il peggio. «Basta un rumore improvviso a mettermi in allarme», sospira Maria Rossi, proprietaria del bar in via Acquasanta, nella zona dei licei. «Io e i miei figli siamo rimasti, ma non tutti hanno fatto questa scelta. Mio figlio sta pensando di costruirsi una casa di legno antisismica, per me e mio marito ormai sarebbe impensabile trasferirci». Mentre parla dall’ex caserma a fianco arrivano voci di bambini: sono alcune delle famiglie sfollate otto anni fa, ancora in attesa di rientrare. Altre sono nelle case antisismiche costruite dall’allora premier Silvio Berlusconi. «Qui il Cavaliere è ancora in grado di spostare i voti», mormorano gli aquilani commentando la vittoria del nuovo sindaco Pierluigi Biondi. Ex militante di Casa Pound, appoggiato da Forza Italia ha conquistato il 53,5% dei voti al ballottaggio delle elezioni comunali di giugno. Un passaggio di testimone dopo dieci anni di amministrazione Pd: «Nel 2020 il centro storico sarà ricostruito», aveva promesso ad aprile il sindaco uscente Massimo Cialente.

In via XX settembre gruppi di ragazzi osservano in silenzio gli escavatori, in azione notte e giorno per abbattere ciò che resta della Casa dello Studente. Pezzo a pezzo cadono giù bagni, librerie, poster e finestre rimasti fermi alla notte del 6 aprile 2009, quando la struttura crollando uccise otto ragazzi. In pochi giorni la demolizione è conclusa e al posto della residenza universitaria sorgerà un memoriale in ricordo delle vittime. «Vivere qui dopo quello che è successo è psicologicamente difficile», racconta Nicola. Iscritto a Ingegneria meccanica nel 2007, è l’unico rimasto all’Aquila del suo gruppo di undici amici: gli altri si sono divisi fra Ancona, Roma e Torino. «Era una città molto viva», dice con rimpianto Denis, studente molisano di Ingegneria civile, «la sera lungo il corso era difficile camminare per la folla. Mi ricordo le serate passate tra il Magoo e il Bar Student». Locali che non esistono più.

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Via Strinella è una delle zone più richieste da chi cerca un appartamento da condividere perché, quando c’è stato il terremoto, le case di questa strada che gira intorno al nucleo storico non erano rimaste danneggiate. E in cinque minuti dalle scalette che portano al centro si può arrivare ai pub di via Garibaldi. I ragazzi che scelgono di studiare qui dal 2014 sono diminuiti. Nell’anno accademico 2016/2017 il bilancio è stato di 18.147 iscritti: oltre seimila in meno rispetto a quello del 2008/2009, quando è avvenuto il sisma. A causare l’esodo la reintroduzione, tre anni fa, del pagamento delle tasse, e l’adozione del numero chiuso per i corsi di psicologia, biotecnologie, scienze biologiche e motorie. Una scelta obbligata quella di limitare gli ingressi a queste facoltà, spiegano dall’università, per adeguarsi alle direttive ministeriali. All’inizio l’iscrizione gratuita ha fatto sì che il numero degli studenti rimanesse stabile; anzi, nel 2010 c’era stato un aumento di oltre mille matricole. Numeri miracolosi per una città spezzata dal terremoto. Nonostante le difficoltà da affrontare, tra aule di fortuna, laboratori danneggiati e lezioni saltate, l’obiettivo di convincere gli iscritti a rimanere sembrava raggiunto. Tuttavia a distanza di anni i problemi rimangono e a parità di costi molti ragazzi preferiscono altre sedi.

Le segreterie didattiche e il rettorato sono ancora dislocati a Pile, centro industriale fuori città, in quella che era l’azienda Optimes. La facoltà di Ingegneria, invece, è tornata nella sede originaria di Roio, piccola frazione sopra L’Aquila a cui si arriva lungo una strada piena di tornanti; i mezzi pubblici per raggiungerla, però, sono diminuiti. Stesso discorso per chi frequenta le lezioni a Coppito, altra frazione ormai inglobata nel tessuto cittadino che va espandendosi in periferia: le corse giornaliere verso le aule di medicina e biotecnologia sono meno frequenti. La residenza universitaria, aperta nel 2009 per ospitare i ragazzi che prima
erano nella Casa dello studente, si trova a Preturo, la zona dell’aeroporto lontana dal centro, dove oltre alle piste di atterraggio non c’è nulla.

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I ragazzi che hanno vissuto il terremoto sostengono che «chi si è immatricolato adesso si adatta meglio, perché non ha il ricordo di com’era». Come Sara, studentessa di psicologia, che nel 2015 si è trasferita da Celico, piccolo paese della provincia cosentina. L’Aquila per lei è stata una scelta obbligata e non era contenta di trasferirsi, ma ha presto cambiato idea: «Credevo di trovare macerie ovunque e un ambiente tetro e inospitale. La realtà è che questa città può dare davvero tanto, umanamente e professionalmente. Dovessi ricominciare il mio percorso sceglierei sempre L’Aquila». Anche Luca è soddisfatto: nel 2014
ha iniziato i corsi di ingegneria e ha trovato «una qualità della didattica qui molto alta». Su un punto concordano vecchi e nuovi iscritti: le conseguenze della sospensione delle tasse universitarie iniziano a farsi sentire. Un segnale di ripresa arriva però dalle lauree triennali, i cui immatricolati vanno aumentando ogni anno.

Per i giovani che hanno scelto di vivere qui l’appuntamento è in via Garibaldi alle 18 per un aperitivo. Le ragazze non rinunciano ai tacchi, superando agilmente strade sconnesse e polverose. I ragazzi si arricciano i baffi all’insù sorseggiando birre artigianali. Ma la strada è ancora lunga.

 

Foto Getty.
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