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Amy Adams, umana

Arrival e Animali notturni, il 2017 sarà l'anno dell'attrice che ha conosciuto un successo tardivo. Con lei Hollywood consacra una bellezza over 40 finora emarginata.

Prima di vederla nel 2013 in American Hustle, per parlare di Amy Adams mi sarebbero venute in mente una serie di brutte frasi fatte, come “ragazza della porta accanto”, o “fidanzatina d’America”. Pelle trasparente, capelli lucidi di un colore in bilico tra il rosso e il castano, denti bianchi e occhi azzurri, Amy Adams negli anni Novanta e primi Duemila è passata quasi inosservata. Da post-adolescente le mancava forse l’aria sofferta e un po’ torrida, o il sospetto di disturbo alimentare, mancanza di sonno, abuso di sostanze e nicotina delle icone dell’epoca, come Winona Ryder (che ha qualche anno di più) e Chloë Sevigny. Harmony Korine non l’avrebbe presa per recitare in Kids: il suo aspetto era troppo pulito, da principessina Disney con la coda di cavallo. O troppo vintage, più adatto a un thriller anni Quaranta di Hitchcock.

Il primo ruolo di una certa importanza è stato in Catch me if you can del 2002, in cui Steven Spielberg le ha fatto interpretare una lolitesca apprendista infermiera con l’apparecchio fisso che si fa incantare dal genio truffatore Leonardo DiCaprio (nata nel 1974, l’attrice aveva in realtà ventotto anni). Amy Adams era già comparsa in altri film, come Bella da morire (1999) o Cruel intentions 2 (2000), sempre come spalla, o amica delle protagoniste, il potenziale erotico silenziato o attutito, tutt’al più incarnato in una fantasia molto maschile da bellezza che si rivela solo dietro una porta chiusa, da filmatino porno sulle coinquiline miopi. «Come professoressa riesci a immaginarmi, giusto?», ha detto in un’intervista al Guardian del novembre 2016, anche se in questo caso si parlava di cosa avrebbe scelto di fare se non fosse riuscita a far decollare la carriera di attrice.

NOCTURNAL ANIMALS

L’intervista era in occasione dell’anteprima londinese di Arrival, il film di fantascienza di Denis Villeneuve in cui veste i panni di una linguista chiamata a decodificare i messaggi di alcuni alieni arrivati sulla Terra. Non certo un ruolo da sex symbol, e Hadley Freeman apriva il suo pezzo prendendosela con il Daily Mail e gli altri tabloid inglesi che avevano parlato soprattutto dello scollatissimo abito di Valentino indossato dall’attrice sul red carpet. Ma il gioco di Amy Adams, a un certo punto, è diventato questo.

Dopo anni e anni di lavoro tenace, e quattro nomination agli Oscar come migliore attrice non protagonista (Junebug, 2005; Il dubbio, 2008; The Fighter, 2010; The Master, 2012), Adams si è mostrata in American Hustle (quinta nomination) in un modo completamente nuovo. Christian Bale la vede per la prima volta a una festa a Long Island. Lei indossa la pelliccia sopra un vestitino bianco, ha spalle e gambe nude, i capelli con la riga in mezzo, la bocca semi aperta e gli dice: «Duke Ellington mi ha salvato la vita molte volte». Tom Ford, regista di Animali notturni, altro film del 2016 che insieme ad Arrival promette di portarla di nuovo agli Oscar, ha dichiarato: «Penso che per la prima volta molti si siano resi conto di quanto è bella vedendo American Hustle. Che seno. È stata una sorpresa, è stato come, wow». E ha aggiunto: «Come stilista gay, posso permettermi di dirlo senza passare per maschilista».

Hollywood non è mai stato un posto facile per le attrici. Basta pensare a quando, nel 2014, sono state pubblicate le email private dei dirigenti della Sony ed è venuto fuori che, proprio in American Hustle, Amy Adams e Jennifer Lawrence (senza la quale il film non si sarebbe fatto) erano state pagate meno dei colleghi maschi. O a quando Maggie Gyllenhaal, nel 2015, ha raccontato di essere stata dichiarata troppo vecchia, a trentasette anni, per recitare accanto a un attore di cinquantacinque anni. O ancora al fatto che la madre di Tom Hanks in Forrest Gump, Sally Field, aveva solo dieci anni più di lui. Adams, che è nata in una base militare ad Aviano in una famiglia con sette figli ed è cresciuta a Boulder in Colorado, non sembra essersi mai fatta spaventare da questi dettagli.

ARRIVAL

Se si potesse usare una parola sola per descriverla, la più adatta sarebbe forse “ultra-determinazione”. Deve essere grazie a questa che non si è mai arresa, anche quando doveva mantenersi lavorando come commessa da Gap o come cameriera sexy in una catena di ristoranti. Oggi Amy Adams rappresenta uno dei casi più interessanti di successo tardivo nel mondo del cinema. In un tipo di carriera, come anche quella nello sport, in cui il tempo, il corpo e la gioventù sono elementi predominanti, c’è qualcosa di struggente nel fatto di farcela quasi all’ultimo momento. È andata così anche per Naomi Watts, che fa l’attrice dal 1986 ma è diventata famosa nel 2001 con Mulholland Drive di David Lynch, e un po’ anche forse per Cate Blanchett e Julianne Moore, che sono molto più note adesso che da ragazze.

Lasciando per un momento il termine milf ai motori di ricerca di Pornhub, si può dire che in questi ultimi anni ha iniziato a emergere un tipo di bellezza femminile che include il fatto che a Hollywood non si è più obbligate, dopo i quarant’anni, a incarnare un tipo di donna che assomiglia a Anne Bancroft nel Laureato (a proposito, tra lei e Dustin Hoffman c’erano giusto sei anni di differenza). Un pochino certo fa riflettere il fatto che Amy Adams, per farsi notare davvero, abbia dovuto mostrare la curva del seno. Che è un po’ il contrario di ciò che ha dovuto fare Matthew McConaughey per passare dai ruoli di bellimbusto nelle commedie romantiche a quelli da Oscar, come il cowboy ammalato di Aids in Dallas Buyers Club (2013). Ma sarebbe troppo semplicistico ridurre tutto a questo, al fatto che le donne a Hollywood, per essere prese sul serio, devono spogliarsi e gli uomini coprirsi. Dopo American Hustle, Amy Adams si è subito rivestita. In modo sofisticato e pettinatissima nel film iper-stilizzato di Tom Ford, con la t-shirt di cotone, i pantaloni larghi e i capelli quasi sempre raccolti in Arrival. Qui è davvero brava a recitare sottotono, con lo sguardo o con minime espressioni del viso. Certo, fa anche venire in mente altre espressioni precotte e ormai fuori moda, come “ghiaccio bollente”, o “acqua cheta”. Ma è troppo furba per non averci pensato quando ha detto: «Come professoressa riesci a immaginarmi, giusto?»

 

Immagine in copertina e testata Kevin Winter (Getty Images).
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