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Mentire su Instagram e farne un’opera d’arte

In Excellences and Perfections Amalia Ulman ha manipolato il suo pubblico social foto dopo foto, e reso il falso una forma artistica.

«Questo è il bello dell’anarchia di Internet. Chiunque ha diritto di manifestare la propria irrilevanza», diceva Umberto Eco. Ma cosa succede quando un’artista decide di utilizzare Internet per esplorare le dinamiche di quest’irrilevanza? Excellences and Perfections è il progetto che è valso alla ventisettenne Amalia Ulman l’inclusione nella mostra in corso (dal 18 febbraio) alla Tate Modern di Londra, Performing for the camera, a fianco di giganti come Yves Klein, Yayoi Kusama, Niki de Saint Phalle, Cindy Sherman, Andy Warhol, Jeff Koons, Richard Prince.

Tutto ha inizio con un incidente d’autobus nel tragitto New York-Chicago che uccide un passeggero e ferisce tutti gli altri, compresa Amalia, che si sveglia e vede le sue ossa uscire dalla gamba. La giovane artista viene ricoverata e nella noia della lunga degenza (e sotto l’effetto di morfina, sottolinea lei) inizia a pubblicare su Instagram delle foto che presentano un inconfondibile mix di banalità, sensualità e oscurità. Tra le immagini si affacciano timidi tentativi di autopromozione: un completo intimo da lei ideato, la fotografia di una bella mostra realizzata a Ginevra, un progetto dal titolo “Buyer Walker Rover”.

Una foto pubblicata da Amalia’s Instagram (@amaliaulman) in data:

Ma se davvero questa ragazza è un’artista, come si spiega l’atteggiamento “ignorante” con cui si permette di utilizzare Instagram? In un’intervista, Ulman racconta come all’inizio galleristi e amici artisti si rivelassero a dir poco perplessi a proposito del suo comportamento sul social network. Appena notata da un critico del calibro di Hans Ulrich Obrist, Ulman rischia di rovinare la sua carriera in ascesa comportandosi come un’adolescente in cerca di attenzioni. Fornire una descrizione dell’opera di Ulman nel suo complesso è difficile: l’artista ha pubblicato immagini dotate di una certa intensità e bellezza formali in un flusso di fotografie banali e stereotipate, che pure, proprio perché proposte con ironia, provocano un effetto di straniamento, oltre ad avere un ruolo di contorno indispensabile. Le prime immagini sono dominate dal rosa e dai toni pastello, sulla scia dei pale blog: capelli biondo platino, allenamenti di pole dance in body, sensualità da ninfetta («Baby u must share your erotic videos ^^ because your body like an angel», commenta un tizio). Se nella sua mostra a Ginevra Ulman aveva raggruppato una serie di aforismi stucchevoli scritti con font finto-eleganti e costellati di farfalle e altri elementi di quel tipo di minimal kitsch a lei molto caro, su Instagram li intervalla alle fotografie insieme a frasi motivazionali e autocelebrative. «Beauty is not only a dream anymore», scrive, pubblicando un selfie con il suo hair stylist e acquisti di Chanel, Valentino, Agent Provocateur.

«Beauty is not only a dream anymore», scrive, pubblicando un selfie con il suo hair stylist

La fase pink finisce quando Ulman lascia il fidanzato e si concentra sul fare soldi: «Work until you no longer have to introduce yourself», scrive. Si tinge i capelli di nero e da lì inizia il periodo bad girl. Twerking, bagni di alberghi di lusso, selfie in mutande o con body di pizzo, il candido lato B bene in vista. Reportage della mastoplastica additiva cui si sottopone, cocaina disposta su uno specchio a forma di logo Chanel. Poi iniziano selfie oscuri, con occhiaie e sguardi da tossica, seguiti da selfie con pistola e alla fine due micro-video in cui piange (citazione di Bas Jan Ader, I’m too sad to tell you) che riceve tantissimi commenti: chi è dispiaciuto, chi la insulta, chi vuole sapere cos’è successo. Dopo la crisi Ulman lascia passare un po’ di tempo, poi scrive a tutti i suoi follower che sta meglio, è andata in rehab e ora è accudita dai suoi familiari. Inizia una fase di recupero a base di frullati, personal trainer e nutrizionista, affermazioni come «Simplicity is the ultimate sophistication» o «To say “I love you” one must know first how to say the “I”». Selfie mentre medita, selfie con una neonata in braccio, selfie mentre si concede un bagno rilassante. Commenti: «You’re an idiot with way too much money and no real interests», oppure «You are not that perfect… this profile is fake / My profile is perfect and it’s true every thing i post». Dopo un viaggio a Istanbul (forse per lavoro? Ma che lavoro fa? Da dove arrivano tutti questi soldi per alberghi e spa?) Ulman appare bellissima, del tutto rigenerata. Manca solo una cosa: in tutta questa perfezione Amalia è sola. La redenzione finale, il vero happy ending di ogni storia al femminile, si sa, è l’arrivo dell’uomo, quello giusto. E quindi eccolo: prima mentre dorme, poi accanto a lei in accappatoio. Segue la foto di una rosa in bianco e nero, accompagnata dalla scritta «The End». Ma «The End» in che senso? Nel senso che era tutto falso. Ulman ha deciso di interpretare un personaggio e ha inventato una trama basata sugli stereotipi di sugar girl, bad girl e healthy girl ispirandosi ai profili Instagram più seguiti ma anche a libri, film, video e personaggi dello star system. Se la fotografia di Britney Spears che si rasa a zero o lo zoom sulla scritta «FUCK YOU» sulle unghie di Linsday Lohan hanno destato tanto scalpore è perché hanno costretto chi le guardava a immaginare quello di cui mostravano soltanto i sintomi – la disperazione, il collasso, la depressione – generando curiosità, interesse, addirittura dibattiti.

Una foto pubblicata da Amalia’s Instagram (@amaliaulman) in data:

È questo tipo di interesse che Ulman, ispirata, dice, soprattutto dalla più recente vicenda di Amanda Bynes, ha cercato di indagare, insieme alla costruzione dell’identità attraverso l’immagine, come quando riflette sull’evoluzione del personaggio Justin Bieber. Per usare bene Instagram occorre sintetizzare una serie di informazioni in un’unica foto e fare in modo che le immagini si sviluppino come dei punti da collegare, così che il voyeur non possa fare a meno di immaginare il resto. Ulman pianifica meticolosamente tre mesi di foto, video, tag. Si intrufola in hotel lussuosi per farsi selfie, prende da H&M vestiti che poi riconsegna: l’idea è di raccontare la storia di una «good girl gone bad (and finding redemption)» per dimostrare come il pubblico è facilmente manipolabile attraverso l’uso di narrative mainstream. La maggior parte dei follower sono falsi: Ulman afferma di averne comprato una grossa porzione utilizzando il progetto di un amico artista.

Simulato è anche l’intervento al seno, mentre duemila dollari vengono spesi davvero dall’artista per delle iniezioni di filler al viso, grazie alle quali viene invitata all’Istituto Svizzero di New York per un incontro con il dottor Fredric Brandt, il cosiddetto “Barone del Botox”, che tra l’altro è anche collezionista di arte contemporanea. La cosa interessante è che, come sottolinea Ulman, se gli uomini rispondono ai suoi post commentando “hot” (sia prima che dopo la rivelazione del progetto), le donne reagiscono con sorpresa, rabbia o entusiasmo, quando prima la seguivano con morbosa curiosità, chiedendole consigli sui capelli o preoccupandosi del suo stato mentale. Trucco, luci, location, Ulman sottolinea quanti sforzi e quanto tempo siano stati necessari per realizzare ognuna di queste immagini, apparentemente istantanee, per creare un’immagine di femminilità che l’uomo medio interpreta come spontanea e naturale. «I wanted to prove that femininity is a construction», dice l’artista.

«Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità», diceva Umberto Eco.

Immagine in evidenza: i visitatori della Dulwich Picture Gallery di Londra tentano di individuare quale opera d’arte originale della collezione della galleria è stata temporaneamente sostituita con una riproduzione. I vincitori vinceranno un premio. (Carl Court/Getty Images)
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