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Addio, mio nemico

Tifoso dichiarato e non interista si interroga sull'apporto di Javier Zanetti alla storia e alla bellezza del gioco del calcio. Fuori dai sentimentalismi, lontano dagli editoriali elogiativi senza se e senza ma: quale sarà la memoria del calciatore stakanovista?

Mentre Ronaldo portava nel calcio movimenti futuristici, rivelando al mondo degli anni Novanta come si sarebbe giocato vent’anni dopo, in un altro millennio, e muoveva le gambe come un velocista e sterzava come uno sciatore, Zanetti correva. Mentre Zidane, con dribbling, passaggi, con quel sinistro al volo dopo una rotazione da ballerina, quell’arcobaleno dal limite dell’area all’incrocio dei pali in finale di Champions League, spiegava al mondo del calcio che cos’è l’eleganza più pura, Zanetti correva. Mentre Pirlo guardava a ovest e toccava la palla a nord in una semifinale mondiale, dando a un terzino del Palermo la palla della vittoria dell’Italia contro la Germania, e intanto disegnava traiettorie balistiche per un futuro manuale della guerra basato sui suoi calci di punizione, Zanetti correva. Mentre Beckham, mentre Totti, mentre Batistuta, mentre Maldini, mentre i talenti più puri del calcio segnavano il calcio con gesti inequivocabilmente di loro proprietà, che fossero le tre dita del piede destro che colpiscono la palla per darle quell’effetto che è una ricetta segreta o la potenza sovrumana di centinaia di gol imparabili o il tackle più elegante seguito da una veronica per ripartire con grazia all’attacco, Zanetti correva. Ora Zanetti si è fermato, e mi sono chiesto: qual è il posto di Zanetti, quello che correva, nella memoria del calcio?

Sono nato a Milano, da una famiglia simpatizzante ma non eccessivamente tifosa del Milan, negli anni Novanta, gli anni del Milan allenato da Sacchi e da Capello, il Milan che metteva in campo Marco Van Basten e Marcel Desailly, Dejan Savićević e Franco Baresi, che diventava in quegli anni la squadra leggendaria che non era mai stata prima. Eppure di quelle coppe e di quei campionati non ricordo granché, sono tutti ricordi da enciclopedia, ricordi da bambino e racconti tramandati, da tradizione orale. Io e il calcio, io e il Milan, ci stavamo simpatici, ma non ci conoscevamo intimamente. Ci siamo capiti davvero nel 1997, quando il grande Milan se n’era andato, e in campo andava un Milan confuso, un Milan nuovo ma costruito male. Dopo la sconfitta contro la Juventus per 1 a 6 mi sono davvero innamorato del Milan, lo ricordo chiaramente, ricordo Tele+, il divano paisley, mia madre che puliva i piatti e faceva capolino in cucina e diceva ma com’è possibile, che vergogna, ma oggi non sono in grado di spiegare il perché, posso al massimo azzardare che inconsciamente aspettassi un crollo di quel ciclo iniziato prima della mia coscienza, un momento di insuccesso e quindi di possibile ricostruzione per poter godere di una storia completamente e generazionalmente mia, una storia in cui io non fossi solo l’ultimo arrivato a inserirsi nel tracciato dei padri, dei nonni, dei più grandi. In questo contesto e a partire da qui, sono cresciuto con un solo capitano, non Franco Baresi (il capitano vecchio) ma Paolo Maldini. Sono riuscito, a partire da quell’anno calcisticamente orribile, a vedere Il Mio Ciclo del Milan, che è stato quello del Milan allenato da Carlo Ancelotti (ma senza dimenticare il Milan allenato da Alberto Zaccheroni), con una cosmogonia ben precisa che apparteneva e appartiene a me, non ai padri, non ai nonni. Paolo Maldini stava e sta all’apice di quel pantheon. E mi sono sempre sentito fortunato e privilegiato ogni volta che confrontavo il Mio Capitano, simbolo del Mio Ciclo, con il loro capitano, simbolo del loro (allora) inesistente ciclo: Javier Zanetti.

Prima dell’epifania, come ho detto, il calcio era soltanto un accessorio alla mia vita pre-adolescenziale: gli preferivo il basket di Michael Jordan e Hakeem Olajuwon o la Formula Uno di Jean Alesi e Damon Hill. Ma nel 1995 c’era un giocatore che mi stava particolarmente simpatico, me lo ricordo perché da piccoli (avevo nove anni) ci si immagina trasfigurati in giocatori quando si gioca a calcio. E io, difensore nelle partite un-po’-di-bambini contro un-altro-po’-di-bambini giocate a scuola, se non mi immaginavo in Paolo Maldini mi immaginavo in lui, un argentino dell’Inter con la faccia da eroe dei fumetti, con i caratteri esagerati: il mento trapezoidale, la mandibola razionalista, gli zigomi sporgenti, gli occhi e il naso allineati come in una croce. Javier Zanetti, uno dei tanti acquisti di Massimo Moratti, nuovo presidente dell’Inter, figlio di Angelo Moratti, anche lui presidente dell’Inter, vincitore di tre Scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali. La storia di Zanetti outsider di Sebastián Pascual Rambert, el avioncito, o pascualito, l’attaccante dell’Independiente in cui Zanetti fu rifiutato, è una storia nota oggi, ma non nel 1995. E anche se fosse stata nota, probabilmente, non l’avrei conosciuta allora. Zanetti mi era simpatico senza conoscerlo, mi piaceva quella faccia pulita, non in un senso allegorico ma puramente estetico, una faccia che non avrei saputo identificare in un preciso segmento di età perché sfuggiva alle caratterizzazioni tipiche dell’età, giovane, ma quanto giovane? Anche oggi, sempre uguale a se stessa. Poi, due anni dopo, sarei diventato quello che si definisce un tifoso del Milan, e le facce pulite dei calciatori iniziarono a interessarmi meno, molto meno delle loro capacità in campo e dei colori della maglia che si infilavano ogni domenica. E Zanetti continuava, imperterrito, a infilarsi quella nerazzurra.

Javier Adelmar Zanetti si è ritirato dal calcio e si è ritirato da simbolo dell’Inter, da uomo dei record dell’Inter e anche della nazionale Argentina, nonostante non abbia giocato nemmeno uno degli ultimi due Mondiali della sua carriera, né quello in Germania nel 2006 né quello in Sud Africa nel 2010. Come sempre quando si ritirano i simboli, o le bandiere, o gli uomini dei record, gli editoriali e gli omaggi, i servizi televisivi commossi o i commiati di lacrime, sono stati molti. Io, comunque emozionato nel guardare gli occhi di Pupi durante l’ultima partita a San Siro, Inter – Lazio del 10 maggio 2013 (emozionato soprattutto durante un’inquadratura forse casuale che mostrava Zanetti, poco prima del fischio finale, guardare in alto, lì in alto dove, lo so, c’è il tabellone con il cronometro, e pensare forse «sono soltanto questi i minuti che rimangono a Zanetti in questa particolare vita»), io che mi sono sempre sentito fortunato e privilegiato a tifare una squadra che avesse come capitano un calciatore del calibro di Paolo Maldini, mi sono chiesto se, fuori dalla commozione e dal tributo e dal commiato, ci siano delle basi per pensare che Javier Zanetti possa essere ricordato come un calciatore tra i migliori.

I giocatori che riusciranno ad abbattere più di altri le porte stagne del tempo, che sono le stesse porte stagne dell’oblio della memoria, sono quelli capaci di gesti unici, gesti che non si possono trasferire in altri corpi, in altri contesti (perché anche il contesto conta).

Qualche precisazione: mentre scrivo non scrivo da tifoso: come dovrebbe sempre succedere con l’età il mio “puro tifo” è scemato e si è diluito nella pura passione per il calcio, una passione che mi porta ad apprezzare il gesto prima della maglia, sempre. Poi: cosa significa forte? Perché un giocatore viene ricordato? A bruciapelo, ipotizzo: per la sua straordinarietà, dal latino extraordinario, fuori dall’ordine, fuori dal canone. I giocatori che riusciranno ad abbattere più di altri le porte stagne del tempo, che sono le stesse porte stagne dell’oblio della memoria, sono quelli capaci di gesti unici, gesti che non si possono trasferire in altri corpi, in altri contesti (perché anche il contesto conta). Quindi: Maradona è tra questi, come Maradona forse c’è soltanto Ronaldo, c’è Pelé, c’è Cruijff, c’è Zidane, c’è Totti, ci sono Del Piero, Beckham, Owen, Maldini, Thuram, Cannavaro, Buffon, Rivaldo, Figo, Messi, Cristiano Ronaldo, Ibrahimović, Riquelme, Henry, Bergkamp, Mancini e tanti, tanti altri. Alcuni di questi sono bandiere. A tutti questi andrebbero o potrebbero essere tributati, in memoriam o al momento del ritiro, passerelle di fiori ed epiche celebrative.

La prima intervista italiana video a Javier Zanetti è del giorno della sua presentazione, alla Terrazza Martini di Milano, piazza Diaz, centro storico un po’ risorgimentale un po’ fascista. È un’intervista brutta, per colpa del giornalista, e un po’ assurda. Il giornalista non è inquadrato, Javier invece ha un vestito doppiopetto beige comprato a Lanús, una cravatta blu con dei cavalli in corsa ricamati. Parlano entrambi in spagnolo, Zanetti dice che non ha ancora parlato con nessuno nella squadra, nemmeno con il mister Bianchi, che lavorando con umiltà potranno arrivare buoni risultati, che è orgoglioso di essere all’Inter. Il giornalista gli chiede di che regione erano i suoi bisnonni, visto che Zanetti ha radici italiane. Lui dice non lo so, non li ho potuti conoscere. Il giornalista gli chiede se non ne ha mai parlato con i suoi genitori delle sue origini, non sa nemmeno se del nord o del centro o del sud, Zanetti dice di no. Il giornalista insiste e gli dice che comunque Zanetti è un cognome del nord, e lui dice guarda, proprio non lo so. Poi: sei di Buenos Aires? Sì. Città o provincia? Avellaneda. Ah, Avellaneda. Sì. Independiente? Sì, sono dell’Independiente. Hai iniziato la tua carriera lì? Sì, lì. Bene, grazie.

All’Independiente Javier Zanetti aveva giocato (nelle giovanili) dal 1982 al 1989, poi avevano detto ai suoi genitori: Zanetti è troppo magro, ci dispiace, non può fare il calciatore. Lui era tornato a fare il muratore per aiutare il padre, si era fatto un po’ di muscoli, e due anni dopo aveva riprovato con il calcio venendo preso dal Talleres, dove esordirà poi come professionista, nel 1992. Poi era andato al Banfield, in serie A, e al suo esordio gli avevano dato 10 in pagella. Due anni dopo era all’Inter, con il vestito doppiopetto beige, lo sguardo timido o annoiato, e pochi giorni dopo il suo arrivo il Corriere della Sera scriveva già «Zanetti ha dimostrato di essere una spanna sopra tutti come condizione atletica», anche se poi frenava: «Nessun paragone con il passato, tanto meno con Brehme, ma grande dinamismo al servizio della squadra». La condizione atletica, la corsa instancabile, è dal primo impatto la caratteristica più spiccata di Javier Zanetti. La seconda caratteristica viene notata un anno più in là, in un articolo del novembre 1996 sempre del Corriere della Sera, in cui scrivono: «tra i suoi limiti maggiori ha quello di essere un incorreggibile portatore di palla». Però in quella partita, Verona-Inter del novembre 1996, Zanetti segna il terzo goal in otto partite, e l’Inter allenata non più da Bianchi ma da Hodgson è prima. Saranno gli unici tre goal di quella stagione, e se uniti ai due del campionato precedente fanno cinque. In tutti i 19 campionati giocati con l’Inter costituiscono quasi il quaranta per cento delle sue marcature, che rimangono ancora oggi dodici. Arriva, nel 1997, in finale di Coppa Uefa, ma la perde contro lo Shalke 04. L’anno dopo la vince, a Parigi contro la Lazio, e segna forse il goal più bello della sua carriera, un tiro da fuori area al volo, di mezzo collo e mezzo esterno che fa girare il pallone verso fuori, e che va esattamente sotto l’incrocio dei pali. A rimanere nella storia in quella notte, però, è il doppio passo multiplo con cui Ronaldo, un ventenne appena arrivato in Italia dal Barcellona, fa impazzire Marchegiani e segna a porta vuota. Da lì in poi Javier Zanetti attraverserà il periodo più buio, probabilmente, della storia interista, il periodo grazie al quale è diventato la bandiera che è, quello delle interminabili sconfitte. E nell’anno più buio di quel periodo buio, l’anno di Marcello Lippi, il 1998, diventa capitano per la prima volta.

Il buio dell’Inter è stata una condizione necessaria alla luce di Zanetti, la luce che lo dipingerà sempre, nei tifosi e nella maggior parte degli spettatori sportivi come “uomo vero”, o come “bandiera”, due termini molto novecenteschi e sempre meno usati e forse destinati a sparire. Zanetti è stato l’unico a rimanere quando tutti se ne sono andati. Sono da biasimare quelli che se ne vanno? Non credo. È da applaudire quello che rimane? Può darsi, ma non credo nemmeno in questo. “Nella buona e nella cattiva sorte”, calcisticamente parlando, è un concetto controproducente se la sorte in cui ti trovi a vivere è soltanto quella cattiva. Ronaldo, arrivato a vincere la Coppa Uefa, la classifica marcatori e guadagnare il ritorno in Champions League, se ne va dopo cinque anni, nel 2002, senza aver vinto nient’altro. L’Inter ha visto, negli anni della presidenza Moratti, un impressionante transito di talento dalle sue parti. Nessuno è rimasto davvero, nessuno come Zanetti. Alcuni, poi, se ne sono andati molto male. Come Ibrahimović, prima al Barcellona e poi al Milan. O Vieri, al Milan. O Seedorf, direttamente al Milan di cui diventa punto di riferimento in campo e poi allenatore. O Pirlo, ancora al Milan, poi alla Juventus. O Balotelli, Manchester City poi Milan. Altri sono passati, poi partiti, senza particolari traumi emotivi, ma comunque partiti, in altre squadre, altri campionati, lontani dagli occhi, lontani dal cuore: Roberto Carlos, Simeone, Crespo, Sneijder, Eto’o. Javier Zanetti è rimasto, e senza particolari colpi di classe, ma soltanto con la costanza, il lavoro e l’attaccamento alla maglia, si è meritato i titoli di testa nella storia dell’Inter. Soprattutto con le statistiche: è lo straniero con più presenze in Serie A; il giocatore con più presenze nella storia dell’Inter; il giocatore più vincente della sua storia, e uno dei 19 giocatori nella storia del calcio ad aver giocato almeno 1000 partite.

L’altra carriera di Javier Zanetti, quella parallela all’Inter, anche questa piena di record, è stata nella Nazionale Argentina. L’esordio è lo stesso di Daniel Passarella come allenatore, nel 1994 contro il Cile, in una partita vinta dalla Selección per tre a zero in cui la prima rete, ed è un dato curioso, poco significativo ma curioso, viene segnata dall’avioncito Rambert. Il 17 novembre del 2007, con la sua 116° partita, supera Roberto Fabián Ayala come recordman di presenze. Arriverà a 145, ma senza giocare gli ultimi due Mondiali della sua carriera, quello del 2006 (non convocato da Pekerman) e quello del 2010 (non convocato da Maradona). Anche in Nazionale, Zanetti è stato titolare, riferimento e capitano nel momento più buio della storia argentina, che dal 1993 non vince un solo titolo.

Il 17 novembre del 2007, con la sua 116° partita, supera Roberto Fabián Ayala come recordman di presenze. Arriverà a 145, ma senza giocare gli ultimi due Mondiali della sua carriera, quello del 2006 e quello del 2010.

In mezzo alle decine di record, alle migliaia di partite giocate, alle selve di numeri che definiscono la carriera di Pupi Zanetti come una delle più longeve della storia del calcio, spicca il vuoto circondato dal perimetro nero di un numero: zero. È un solo zero, ma è uno zero che mi fa tornare al punto centrale della carriera di ogni calciatore: in cosa consiste la memoria, quali gesti tendono all’immortalità. Sono zero le candidature al Pallone d’Oro. Mai, nemmeno una volta, nemmeno dopo il 2010, dopo la Champions League alzata da capitano, un capitano che, cinque minuti prima che l’arbitro fischi la fine di Inter – Bayern Monaco a Madrid, piange, singhiozza, e intanto gioca, corre, passa e colpisce di testa, e si asciuga le lacrime perché non gli offuschino la visuale, un’immagine umanamente potente, perfetta per la galleria sentimentale dei tifosi, per la galleria sentimentale della società. Come sono perfetti gli aneddoti sulla sua devozione più che dedizione agli allenamenti, quelli che raccontano di Javier che chiede alla moglie Paula, dopo essere salito sull’altare il giorno delle nozze e prima della festa, se le dispiaceva che lui andasse a correre un po’, o di Javier che, in vacanza in Tunisia in un albergo senza palestra, fa i piegamenti in spiaggia, con Paula più qualche chilo di libri sulle spalle, per rispettare al grammo i compiti per le vacanze dei preparatori atletici dell’Inter.

Zanetti, l’uomo che è rimasto quando tutti se ne andavano, quello che non si infortunava mai e si allenava sempre, quello che anche nella sua autobiografia ha messo in copertina una filosofia che è quella dell’umiltà, del lavoro, “Giocare da uomo”, adesso dovrà entrare in qualche tipo di hall of fame. Ha scelto la più umile delle doti del calcio, una dote che spesso i fenomeni non hanno, anzi una dote che spesso i fenomeni evitano perché troppo normale, troppo umana, e l’ha portata a valore assoluto: la corsa. Non è mai stato candidato al Pallone d’Oro forse perché nel Pallone d’Oro si premia la straordinarietà che ha poco a che fare con l’allenamento, e cioè il senso del goal, l’invenzione del dribbling, l’eleganza più artistica che Javier Zanetti non ha mai avuto. Lui ha fatto il suo, e ha corso più di tutti nella storia dell’Inter e dell’Argentina, anche se è una storia che non ha segnato con le sue giocate, con un suo segno inequivocabile, riconoscibile, decisivo. Il suo posto nella storia non sarà a fianco dei Beckham, degli Zidane, dei Rivera, dei Maradona, dei Pirlo, e così via. Sarà un posto in cui c’è solo lui, l’uomo della longevità, l’uomo che a quarant’anni aveva il fiato dei ventenni. Non dev’essere facile, non essendo dotato di quel talento puro che rende alcuni privilegiati facilmente immortali, creare un’immagine così forte di sé e del proprio percorso, non dev’essere facile ma Zanetti, in qualche modo, c’è riuscito.

 

Illustrazioni di Percy Anibal Zuniga Montes

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