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Addio al Calcio

Il ritiro di Michael Owen, a 33 anni. Elogio del Golden Boy ripercorrendone la carriera, dai successi di Liverpool all'ultima rete, la n° 150 in Premier League.

Ha incarnato la speranza di un’intera nazione di tornare, almeno calcisticamente, la squadra che la storia ricorda come rispettata e temuta da tutti, e si è palesato agli occhi del mondo in una partita – per gli inglesi La Partita – con un’importanza politica e patriottica unica. Dalla storia Michael Owen non si è fatto spaventare, e a riguardare le immagini oggi, a quattordici anni di distanza, vedi un ragazzino infilato in una divisa troppo larga per il suo fisico di diciottenne (ma erano gli anni Novanta), lo vedi correre, più del doppio di José Chamot e resistere a uno, due falli, evitare il totem (immobile) di Ayala che gli si para davanti a presidiare l’area di rigore, scartare a destra e quando sembra essere troppo lontano, troppo sbilanciato – come un Forrest Gump che non riesce a fermarsi e continua la sua corsa anche fuori dallo stadio – e con l’interno destro toccare appena la palla, prima che si allunghi di quel centimetro di troppo. Il finale è scontato, con certi presupposti c’è l’happy ending garantito: goal sotto il sette, e debutto ufficiale nel club dei miracolati del calcio – quegli individui che cessano di essere soltanto umani e ascendono a una sfera superiore: oggi abbiamo Messi, e forse nessun altro.

Michael Owen non ha ancora compiuto diciannove anni, e diventa il più giovane giocatore a esordire e realizzare un goal nella nazionale inglese. La stagione successiva dimostra di non essere meteora, con 23 reti in 40 presenze nel Liverpool, e il titolo di capocannoniere della Premier League. Tra gli addetti ai lavori non è una grossa novità, basta guardare i dati del bambino che tifava Everton nelle nazionali “under”, quelle prima dell’esordio al Mondiale francese: aveva giocato 38 partite dall’Under 15 all’Under 21, aveva segnato 41 volte. Nel 1999 il primo infortunio al ginocchio, ignorato dai medici, come scriverà lo stesso Owen parecchi anni dopo, ma ci si fece poco caso, il ragazzino di Chester era già diventato Golden Boy, un predestinato. Viene anche fuori che il piccolissimo Michael, a otto anni, vestì la stessa maglia che fu a suo tempo di un altrettanto piccolo Ian Rush, distruggendone il record: gli archivi della Deeside Primary School registrano 97 goal di Owen contro i 25 del gallese, altra leggenda del Liverpool. L’infortunio: un incidente di percorso, può capitare. Si tratta del tendine rotuleo. Michael però gioca (male) l’Europeo del 2000, e disputa poi la più grande stagione della sua carriera, nonché una delle più vittoriose della storia dei Reds, nel 2000/01. Realizza 24 goal, solleva cinque trofei in una sola stagione: Coppa Uefa, League Cup, FA Cup, Charity Shield e Supercoppa Europea. Il 2-1 contro l’Arsenal, finale di FA, è ricordata da tutti come la “Michael Owen Cup final”: sotto di un goal a otto minuti dal novantesimo, segna una doppietta e ribalta il risultato. Il primo settembre 2001, nel match di qualificazione ai Campionati del Mondo di Giappone-Korea, terza manifestazione internazionale in ventuno anni di vita, realizza una tripletta nel 5 a 1 dell’Inghilterra sulla Germania, a Monaco (e il gruppo inglese The Business gli dedica una canzone, il ritornello non troppo originale fa: «England five, Germany one, Michael Owen is Number One»). Il 21 dicembre colleziona il centesimo goal per il Liverpool: non ha ancora compiuto 22 anni. Il Pallone d’Oro è meritatissimo, checché ne possano pensare i fedeli pretoriani di Francesco Totti.

Se la storia l’ha accolto ormai a braccia aperte, la leggenda lo aspetta di lì a poco. Nei successivi due anni ad Anfield fa in tempo a segnare altre 47 reti, poi arriva il Real Madrid. È il momento di fare il salto, di cessare di essere boy e iniziare a essere man, lasciare la casa materna. Venticinque milioni di euro è il biglietto per il Bernabeu, qualcuno bisbiglia che sia stata volontà di Rafa Benitez, ma Michael l’ha detto chiaro e tondo nella sua autobiografia: quando il Real chiama è difficile dire di no. La Liga è vinta dal Barcellona, il Real Madrid, nella sua tipica ansia da prestazione, cambia tre tecnici ma nessuno tra Camacho, Garcia Remon e Luxemburgo riesce a far brillare l’oro di Owen. Tuttavia realizza 18 goal con soltanto 15 partite da titolare, e colleziona la più alta ratio tra marcature e minuti giocati di tutto il campionato. Durante l’estate arrivano a Madrid Robinho e Julio Baptista, un modo come un altro per dire a Michael che non è più gradito.
È il 2005, la sceneggiatura è perfetta per il ritorno all’ovile, a Liverpool dove lo aspettano ancora a braccia aperte: il figliol prodigo che torna a casa, un anno di smarrimento si perdona a tutti, e lo Stade Louis II, a Montecarlo, urla il suo nome durante la Supercoppa Liverpool – CSKA Mosca. Ma il Real vuole diciassette milioni di sterline, e l’offerta la fa il Newcastle. Il Golden Boy prende la strada di St. James’s Park, i tabloid rumoreggiano sulla sua delusione per la rinuncia dei Reds. Lui come al solito non fa capricci né dichiarazioni scomode, mantiene il profilo basso che l’ha accompagnato tutta la carriera e l’ha fatto entrare nel cuore di pochi. Nessun ritorno dunque, nessun finale scontato, nessun abbraccio da cartolina. Owen non sarà perdonato. Il 26 dicembre il Liverpool ospita il Newcastle. Anfield lo accoglie male. «What a waste of talent», «You should have signed for a big club» sono i cori che partono dalla Kop. Ma la rabbia e l’amore (tradito, ma pur sempre amore) dei suoi ex tifosi risuonano soprattutto in «Where were you in Istanbul?», il trionfo ai rigori contro il Milan, una partita tra le più belle della storia del calcio.

Cinque giorni dopo, e la carriera da Ragazzo d’Oro si spezza con le ossa del suo piede: è il primo infortunio veramente grave. Tornerà su un campo quattro mesi dopo. Inizia la parabola tragica del Billy Elliot del calcio, ma se il ballerino scappa da Newcastle per la gloria di Londra, Michael ci rimane intrappolato: il venti giugno 2006, durante Inghilterra-Svezia ai Mondiali il ginocchio, come sempre da solo, fa il famoso crac. Non scenderà in campo per oltre un anno. Complessivamente, sono undici gli infortuni che soffrirà in quattro stagioni. Riesce comunque a segnare 30 goal in 79 partite. Poi, come da contratto, si libera. Con il Newcastle retrocesso in Championship, arriva la chiamata – inaspettata – dello United. Diciassette goal in tre annate, soltanto una presenza (ancora per un infortunio) nell’ultima, ma un timbro importante, quello del 4-3 all’ultimo secondo in un derby contro il City. A Liverpool hanno sparso il sale sulla terra bruciata del suo ricordo: «Once a manc, never a red», cantano. Owen in un attimo è diventato trentatreenne, e negli ultimi dieci anni non è mai stato l’ombra di ciò che fu a ventidue. Ha annunciato il ritiro con un post commosso sul suo sito ufficiale, dopo che in maglia Stoke ha giocato 122 minuti, tutti in spezzoni di partita, segnando un solo goal che gli ha permesso di arrivare a 150 in campionato. Lo chiamano giocatore finito, ma non hanno mai guardato alle sue statistiche.

Se la storia fosse fatta soltanto di vincitori e sconfitti, Michael Owen sarebbe certamente uno sconfitto. Dicono che da anni non sia più nemmeno troppo al calcio, dicono accetti le panchine con serenità e si dedichi anima e corpo alla famiglia e ai cavalli, sua grande passione. Fortunatamente la storia non è questo, e Michael Owen si può a buon titolo inscrivere nella categoria degli eroi. Nel calcio, ci sono gesti straordinari che bastano da soli come passaporto per la memoria collettiva (e c’è poco altro di più importante). Paolo Rossi ce l’ha fatta a ventisei anni, Diego Milito a trenta, Drogba a trentaquattro. Owen aveva già risolto la pratica a diciotto.

 

Foto: Ben Radford/Allsport
Una versione non aggiornata di questo articolo è stata pubblicata nel maggio 2012.

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