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Addio a Hayao

Il Maestro Miyazaki annuncia il suo ritiro dopo The Wind Rises: una scelta da lodare accompagnata da un mare di ricordi veneziani.

Parliamo di otto anni fa. Correva il 2005 ed ero al 62° Festival del Cinema di Venezia. All’epoca ero ovviamente molto più giovane e più in forma di come sono ora e durante le giornate del Festival facevo una vita totalmente folle. Dormivamo in cinque in un vecchio camper degli anni Settanta parcheggiato abusivamente al Lido e non facevamo altro che stare in coda tutto il giorno per vedere più film possibili. Cinque o sei titoli al giorno, conditi poi da una dieta basata solo ed esclusivamente sul “panino trangugiato in piedi” e da pochissime ore di sonno in letti scomodi come la Vergine di Norimberga.

L’Exclesior è l’hotel del Lido. Quello dove stanno TUTTI: attori, registi, divi, produttori. Se si riesce ad entrare ti può capitare di vedere (storia vera) Quentin Tarantino e Emir Kusturica ubriachi che si versano bicchieroni di whisky

Ma la cosa più bella (dipende ovviamente dai punti di vista) riguardava l’igiene personale. Mi spiego meglio: il camper, una volta parcheggiato, non si poteva più assolutamente muovere per nessun motivo al mondo. Il rischio era quello di farsi fregare il posto, per cui una volta piazzato non lo si muoveva più fino all’ultimo giorno (in realtà si era costretti a muoverlo una notte a causa del mercato del Lido, ma questa è un’altra storia, come direbbe Pupo). Cinque persone consumano l’acqua di un camper orientativamente in due giorni, per cui al terzo giorno si rimaneva inevitabilmente a secco. La domanda dunque è una e una sola: come lavarsi? Ci si lavava i denti en plen air, utilizzando bottigliette d’acqua pagate a carissimo prezzo durante il giorno. Ma per la doccia? Ed è qui che scatta il Genio. L’unica cosa che ci portavamo nel camper era il travestimento da Bagnante dell’Hotel Excelsior. L’unica nel senso che in un camper dove ci stanno altre quattro persone non ti puoi veramente portare niente di niente, causa mancanza effettiva di spazio. L’Excelsiorior è l’hotel del Lido. Quello dove stanno TUTTI: attori, registi, divi, produttori. Se si riesce ad entrare ti può capitare di vedere (storia vera) Quentin Tarantino e Emir Kusturica ubriachi che si versano bicchieroni di whisky da soli dietro il bancone.Una volta una mia amica ha visto Natacha Regnier, l’attrice bionda del film La Vita Sognata dagli Angeli lavarsi i piedi in un lavandino. Evidentemente anche lei stava in un camper. All’Excelsior c’è l’enorme ingresso con marmi e colonne, ci sono le suite imperiali, la bellissima terrazza dove si fanno le interviste di giorno e le feste la sera. E poi c’è la spiaggia. Si tratta ovviamente di una spiaggia con tutti i comfort possibili immaginabili: sdraio, lettini, cabine private, ma soprattutto docce. Per cui una volta al giorno (ad essere più onesti, una volta ogni due giorni) ci travestivamo da Bagnante dell’Excelsior. Il kit da Bagnante comprende: infradito, costume, camicia di lino un po’ aperta e telo mare appoggiato disinvoltamente sulla spalla. I più estrosi si portavano anche una palla. Si raggiungeva roccambolescamente la spiaggia e ci si poteva lavare. Ovviamente erano docce che duravano pochissimo, rese orribili dal timore di essere beccato da qualcuno e cacciato con vergogna dall’Hotel più bello del mondo, ma era comunque una mossa geniale. Oggi non so se avrei più il coraggio di farlo. Sicuramente non ho più il fisico per dormire per dieci giorni in camper insieme ad altre quattro bestie, ma quello che mi viene da dire è: formidabili quegli anni. Tutto questo discorso per sottolineare che probabilmente in quei giorni non ero proprio tra i ragazzi più belli del mondo. Ero trascurato, sporco e incredibilmente pallido a causa del fatto che passavo dodici ore al giorno al buio di una sala cinematografica. Eppure sono riuscito a prendermi un biglietto per assistere alla consegna del Leone d’Oro alla carriera al grande Hayao Miyazaki in Sala Grande.

Un premio importante, alla carriera, nel 2005 a Miyazaki era una cosa grande, gigantesca. Perché si sanciva che quello era Cinema d’animazione e non più cartoni animati giapponesi per ragazzini coi brufoli.

All’epoca era un amore che aveva a che fare molto da vicino con il culto. Ok, c’era stato l’Oscar per La Città Incantata e nel mondo Miyazaki era già oltre lo status di Gigante, ma siamo anche in Italia, un paese in cui i suoi film nei report dai Festival venivano definiti fino all’altro ieri “dei cartoni animati”, così senza nemmeno degnarsi di mettere il titolo. Per cui quel giorno c’erano due eserciti di persone: gli invasati e quelli che erano lì tanto per. D’altra parte comunque si trattava di una premiazione in Sala Grande, non di una partita a volano all’oratorio di San Bassano. Io facevo parte degli invasati e ricordo di essermi emozionato quel giorno. Un po’ perché, anche se ostento arie da duro impassibile, ho scoperto di avere questa malattia per cui appena vedo una persona famosa da vicino, mi emoziono moltissimo come un bambino. E un po’ perché un premio importante, alla carriera, nel 2005 a Miyazaki era una cosa grande, gigantesca. Perché era arrivato Marco Müller e la sua squadra con l’amore e la conoscenza per quel cinema orientale per cui gran parte di noi che non vedevamo l’ora di dormire in camper, eravamo stati presi in giro per anni (“Ti guardi dei film cinesi in lingua originale in bianco e nero? Tu sei scemo!”). Perché si sanciva che quello era Cinema d’animazione e non più cartoni animati giapponesi per ragazzini coi brufoli. Perché era un regista, un autore di quelli con cui eravamo realmente cresciuti. Non solo perché qualche anno prima era arrivato l’amico che ne sapeva di più di tutti che ci aveva passato una Vhs con una registrazione trafugata chissà da dove de Il Mio Vicino Totoro e ci aveva cambiato in parte la vita, ma anche perché con lui noi c’eravamo effettivamente cresciuti. Ok, l’abbiamo scoperto dopo, ma la cosa non cambia: a noi piaceva mangiare i Ritz davanti alla televisione con Conan Il Ragazzo del Futuro, i film di Lupin e, anche se magari non era proprio tra i miei preferiti, Heidi. Miyazaki era tutto questo: un punto di svolta importante nella percezione di certo cinema in Italia. Non una cosa da poco.

Sono sempre contento quando un Grande si ritira. Se lo fa, vuol dire che ha capito che non ha più nulla da dire. Se lo fa, vuol dire che se lo può permettere

Proprio da Venezia, otto anni dopo, arriva la notizia dell’abbandono da parte di Miyazaki. Il nostro ha portato al Lido un film in concorso dal titolo The Wind Rises, che pare essere molto bello, e ha detto che è l’ultimo della sua carriera. In realtà l’ha detto tramite Koji Hoshino, oggi presidente dello studio Ghibli, che ha portato il film al Festival, ma le cose non cambiano. In realtà tra qualche giorno ci sarà una conferenza stampa ufficiale a Tokyo in cui Miyazaki in persona spiegherà il perché di questa sua scelta e cosa farà da oggi in avanti (curerà comunque parte della produzione dello Studio Ghibli? Scriverà? Si dedicherà alle bocce?), ma le cose non cambiano. Hayao Miyazaki ha detto che per lui l’avventura con il cinema finisce qui. E mi viene ancora in mente quella premiazione del 2005. A un certo punto, dopo la consegna del premio e durante il photocall un ragazzo con in mano un Totoro di peluche gigante s’è alzato e ha cominciato a correre verso il palco per tentare di (immagino) farsi una foto insieme al nostro Eroe. Un gesto disperato, da fan duro e puro.

E invece oggi è tutto finito. Per come la vedo io, sono sempre contento quando un Grande si ritira. Se lo fa, vuol dire che ha capito che non ha più nulla da dire. Se lo fa, vuol dire che se lo può permettere. Sono due punti molto importanti. In prima battuta: quelli che non hanno più niente da dire ma continuano a dire qualcosa, solitamente si ripetono, oppure rovinano il ricordo di quello che hanno fatto in passato facendo errori madornali. Realizzare di aver esaurito la propria poetica è un gesto coraggiosissimo ed estremamente onesto. Non solo nei propri confronti, ma anche nei confronti degli spettatori. Meglio andarsene quando non s’è ancora fatta nessuna cosa evidentemente brutta o di cui poi ci si potrà pentire. In secondo luogo, Miyazaki non ha bisogno di fare dei lavori “alimentari”. Con tutto quello che ha fatto da solo e con il suo studio si può anche permettere di curare i film del figlio Goro (un erede non particolarmente dotato) o di starsene seduto sul divano per i prossimi quindici anni senza dover fare dei film per potersi pagare una casa nuova. Una libertà che non tutti si possono permettere. Insomma, forse è finita un’epoca e una parte di cinema che abbiamo amato e che ci ha fatto diventare gli spettatori che siamo oggi se n’è andata. ma forse è meglio così. Speriamo anzi che il gesto di Miyazaki possa influenzare molti altri registi che invece continuano imperterriti a sfornare film su film, mettendo a repentaglio carriere decennali.

 

Immagine: Hayao Miyazaki al Festival del Cinema di Venezia nel 2008  (Dan Kitwood / Getty Images)

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