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A spasso con Margaret

Vita, successi, controversie e sbronze di Lord Timothy Bell, il pubblicitario che curò campagne e immagine di Margaret Thatcher per tre elezioni (vinte) consecutive.

Gli appassionati del genere resteranno forse delusi dalle memorie thatcheriane appena uscite in Right or wrong (Bloomsbury, Londra), autobiografia verbosa di lord Timothy Bell, il pubblicitario che curò le campagne elettorali e l’immagine di Margaret Thatcher dal 1978. Gli aneddoti sulla lady di ferro non mancano: il loro primo incontro è un bel dialogo – forse apocrifo – già pronto. Lui entra nel suo ufficio alla Camera dei Comuni. Lei sta scrivendo, non alza neanche la testa, dice: «Si sieda». Lui si siede. Lei gli chiede: «Qual è la sua poesia preferita?». Lui: «If, di Rudyard Kipling». Lei: «Come fa a saperlo?» Lui: «Cosa?» Lei: «È anche la mia preferita». Poi lei, di nuovo: «Qual è il suo discorso politico preferito?». Lui: «Quello di Abramo Lincoln sullo stato della Nazione: “non puoi rendere ricchi i poveri rendendo poveri i ricchi”». Lei: «Come lo sa?» Lui: «Cosa?» Lei: «È anche il mio discorso preferito».

Subito assunto. Quindi le raccomandazioni, lei: «Mi dirai sempre la verità, per quanto difficile». E «se ci sono scorciatoie per farmi vincere, non usarle, perché se la gente non mi vuole, non funzionerà». La sera dopo però lo licenzia, buttandolo giù dalle scale. Siamo nel 1978, prima dell’elezione che la farà diventare il primo premier donna d’Inghilterra. Bell aveva rifiutato l’invito della Bbc per un faccia a faccia tra Thatcher e il primo ministro, anziano e decoroso, James Callaghan, temendo che la non ancora lady di ferro ancora molto rustica lo maltrattasse, passando per “arrogant bitch” con una nazione non molto femminista. Lei lo scopre, lo caccia, lui uscendo dalla stanza incontra Denis Thatcher, il first marito, già abbastanza ubriaco dopo qualche gin tonic. Che dice «non preoccupatevi, domani mattina tornerà tutto come prima». La mattina dopo, infatti, lei lo richiama, e tranquillamente sussurra: «Dove eravamo rimasti». Thatcher, emerge dal libro, è poi assolutamente priva di senso dell’umorismo, non capisce le battute, e il suo speechwriter Ronnie Millar, ex commediografo che la adora e vive con la mamma, amico di Noel Coward, tenta di scriverle discorsi pieni di humour, ma serve spiegarglieli molte volte.

Lei gli chiede: «Qual è la sua poesia preferita?». Lui: «If, di Rudyard Kipling». Lei: «Come fa a saperlo?» Lui: «Cosa?» Lei: «È anche la mia preferita»

Lei ha anche una dama di compagnia che si occupa del suo vestiario, dame Guinevere Tilney, che le impone il look da segretaria vittoriana, usa i bigodini del supermercato per fare la leggendaria cofana, e usa questo intercalare, «pussy», «questo è pussy, quello è pussy», riferito a chiunque sia un buono a nulla, decine di volte al giorno, e Bell e lo staff sono  terrorizzati che un giorno le scappi in televisione o in un comizio. (Ma forse lei lo fa apposta per spaventarlo ed è segretamente spiritosa).

Fine degli aneddoti thatcheriani. Più interessante invece la carriera di Bell pre-Thatcher, che è un inno alla Mad Men nell’Inghilterra pubblicitaria del Dopoguerra. Bell nasce in una famiglia della classe media a Southgate, nord di Londra, papà pilota della Raf, naturalmente alcolizzato, mamma impiegata in una lavanderia, quando il marito se ne va di casa lei sposa il suo avvocato divorzista. Bell comincia come fattorino in un’emittente Tv, poi in una partita di rugby contro un’agenzia di pubblicità riceve un’offerta di lavoro. È l’età d’oro per questo business ancora esotico: «La sera andavo al pub e non vedevo l’ora che mi chiedessero che lavoro facevo», in ufficio c’è un apartheid di classe: chi ha studiato a Eton va a  fare l’account, quelli che hanno studiato ai Dams o agli Ied dell’epoca i direttori creativi, gli altri, gli illetterati, i media buyers.

Poi va alla Saatchi & Saatchi, di cui diventerà un giorno direttore generale: i fratelli terribili Saatchi, ebrei iracheni in fuga da Baghdad, sono appena diventati famosi per una campagna del sistema sanitario nazionale con la foto di un uomo incinto; hanno messo su la loro agenzia insieme al marito di Mary Quant, l’inventrice della minigonna. L’ufficio è a Tottenham Court Road, sopra un supermercato Tesco, e accanto c’è l’ufficio del regista Alan Parker. La centralinista è Jenny Lewis, figlia dell’amministratore delegato della Emi, e arriva in Rolls Royce con autista. Charles Saatchi è fissato con l’arte contemporanea, gli appende uno Schnabel nell’ufficio, su cui regolarmente Bell va a sbattere con la sedia, maledicendolo.

Tutti fumano, tutte le riunioni finiscono in Martini. I fratelli Saatchi si odiano, e «non posso credere che veniamo dallo stesso ovulo» si dicono a vicenda. «Il lavoro di un pubblicitario era di portare il cliente a colazione, pranzo e cena, giocare coi suoi figli, flirtare con sua moglie». Vanno dal boss della British Leyland, «siamo di Saatchi and Saatchi», lui risponde «dal nome, sembra una lavanderia cinese». Devono assumere degli autisti perché dopo i pranzi coi clienti sono troppo ubriachi per guidare. A Bell piacciono le macchine, compra una Mini, poi una Fiat 124 Sport, poi una Maserati («chiaramente un sostitutivo del pene, oltretutto color rosa metallizzato»), sfascia una Rolls di Charles Saatchi su un curvone a Saint Tropez. Vive in albergo, si sposa a 23 anni, divorzia, si risposa a 28 anni. Poi la chiamata dal Partito: Gordon Reece, capo della comunicazione dei Tory, ha studiato attentamente le campagne americane di Johnson, Nixon e Carter, e capisce che il futuro si sarebbe giocato tutto in Tv, dunque vuole i più bravi a vendere i pannolini e le merendine (però «Charles Saatchi non capisce di che si tratta, è un intellettuale anarchico; Maurice, da bravo ebreo di Hampstead, vota Labour; però almeno fiutano l’opportunità di farci soldi quindi accettano»). Gordon Greece, che ha mandato la Thatcher a scuola di dizione da Laurence Olivier, fuma «enormi sigari, beve champagne incredibilmente costosi, ha camicie fragranti e scarpe così lucide che si vede l’arredamento della stanza rispecchiato in esse».

«Sono sempre stato interessato alla politica, sono sempre stato un conservatore, mica di quelli che da giovani sono socialisti e poi diventano di destra, sono stato di destra dal momento in cui cominciato a parlare»

Bell è furiosamente di destra: «Sono sempre stato interessato alla politica, sono sempre stato un conservatore, mica di quelli che da giovani sono socialisti e poi diventano di destra, sono stato di destra dal momento in cui cominciato a parlare». E ha naturalmente un lato Monty Python: nel 1977 viene condannato a un’ammenda da 50 sterline per oltraggio al pudore, sorpreso a masturbarsi alla finestra di casa di Hampstead richiamando incolpevoli signorine di passaggio. Dopo l’era Thatcher ha fatto da consulente per tutti i regimi e i dittatori pessimi, per gli oligarchi russi, per il governo uzbeco, per la fondazione Pinochet («però no, per Hitler non avrei lavorato»). Sostiene inopinatamente che sia lui che “Margaret” sono sempre stati in cerca dell’armonia universale: essendo del segno della Bilancia.

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