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50 sfumature di bestseller

In attesa di vedere il film tratto da 50 sfumature di grigio, una sociologa si interroga sul successo della trilogia. La sua conclusione? Si tratta di un manuale di aiuto – aiuto per donne, e uomini, sull’orlo di una crisi di nervi. E di ruoli.

Nel febbraio 2014 le vendite della trilogia firmata da E. L James, quella delle 50 sfumature hanno toccato i cento milioni di copie, bruciate con maggiore rapidità della serie di Harry Potter. Le cifre hanno consacrato un caso senza precedenti: quello di un testo nato come fan fiction e pubblicato online, che è arrivato in vetta alla classifica dei best seller sostanzialmente grazie al passaparola. Etichettato come “mummy porn”, porno da casalinga con figli, il fenomeno 50 shades ha generato un indotto miliardario e variegato, che comprende dai cd ai tour in elicottero, dal vino alle caricature letterarie (da 50 Shames of Earl Grey all’italiano 50 sbavature di Gigio).

Il trailer dell’inevitabile film (in uscita a San Valentino 2015), firmato dall’artista Sam Taylor Woods, già record di visualizzazioni online, ha provocato alternativamente eccitazione o derisione, con parodie che hanno coinvolto da Miley Cyrus a Jimmy Fallon. Ma, soprattutto, l’exploit dei tre volumi ha generato una domanda: come è potuto succedere? Come spiegare il trionfo di un’opera così mal scritta che, ha sentenziato Die Zeit, «il vero masochismo sta nel leggerlo»? Quale aspirazione femminile viene soddisfatta dalla vicenda di una neodiplomata che, riassume la scrittrice Suzanna Pratt, perde la verginità con uno appena conosciuto e poco dopo finisce legata a casa sua? E come può la stessa opera essere definita il tipico racconto che una quattordicenne può inviare a una rivista letteraria (il Chicago Tribune) e finire tra i libri di testo di un corso di sociologia alla Brown University, accanto a un trattato di Michel Foucault? Le interpretazioni e i commenti si sprecano, dalla condanna del romanziere Salman Rushdie («al confronto Twilight pare Guerra e pace») alla sconfortante analisi su Newsweek di Katie Roiphe («man mano che le donne diventano dominanti sul lavoro, desiderano essere dominate in camera da letto») a quella di Soraya Chemaly (Huffington Post), che giustifica il record di download come «sovvertimento tecnologico del secolare sentimento di vergogna inculcato nelle donne».

A monte di questi interrogativi, però, viene da chiedersi: come mai, in un mondo segnato da mutamenti di ruoli e conquiste di genere, le lettrici restano calamitate dalle narrazioni incentrate sulle relazioni di coppia? Lo abbiamo chiesto a Eva Illouz, inserita da Die Zeit tra le personalità che cambiano il nostro modo di pensare, docente di Sociologia a Princeton e attualmente presso la Hebrew University di Gerusalemme. Il suo ultimo saggio Hard-Core Romance (Chicago University Press) è infatti dedicato a spiegare proprio l’exploit della trilogia, decodificata come un «manuale di auto-aiuto per una vita sessuale e sentimentale migliore».

Le donne hanno davvero bisogno di aiuto in amore? E perché, nonostante le loro conquiste e la crescente autonomia, questo tema è così centrale per loro?

L’amore è importante per tutti, maschi e femmine, in quanto è l’ambito di riconoscimento del proprio valore. È il luogo simbolico in cui sentirsi scelti, unici, eccezionali, e in cui non c’è più bisogno di competere. Per le donne, tuttavia, si aggiungono altri due motivi: in primis, sono state e rimangono la principale fonte di “manovalanza emotiva” della società. Sono quasi esclusivamente loro a prendersi cura degli altri, di solito gratis, e per giustificare questa loro prestazione sociale si fa ricorso al pretesto dell’amore. La sua centralità, insomma, nasce dalla necessità di giustificare uno sfruttamento. La seconda ragione è che le donne sono in genere coloro che desiderano i figli e dunque restano più dipendenti dalla struttura famigliare e dalle emozioni a essa connesse.

La rilevanza dell’amore spiega il mercato del romanzo rosa, che oggi vale 300 milioni di dollari. Questo genere codifica il desiderio secondo alcuni stereotipi: il ritorno di fiamma, l’incontro tra una donna in pericolo e un eroe… Non è sconfortante pensare che la cultura ci porti a sognare tutti le stesse storie?

Non trovo niente di grave nel condividere una cultura, e quindi anche gli stessi preconcetti e le stesse “sceneggiature”. Certo, si tratta di cliché. Ma trovo più preoccupante pensare alla distanza tra gli ideali di cui la nostra cultura è permeata e la possibilità di realizzarli. Nella vita di oggi ci sono così tanti ostacoli e insicurezze che è difficile, se non impossibile, trovare o restare con la nostra anima gemella.

Per quanto incredibile sembri, dato che è l’elemento di cui si è parlato di più, qui il sesso è solo l’involucro di una storia d’amore molto tradizionale.

E la soluzione sta nelle pratiche sadomaso delle 50 sfumature?

Per quanto incredibile sembri, dato che è l’elemento di cui si è parlato di più, qui il sesso è solo l’involucro di una storia d’amore molto tradizionale, il che spiega la presa su un lettorato abituato ai romanzi ottocenteschi. Infatti, secondo uno schema classico, anche tra i protagonisti delle 50 sfumature esistono asimmetrie di base: lei è vergine e lui sessualmente esperto, lei pensa subito ad amore e matrimonio e lui è ostile a un legame. Tuttavia, entrambi soffrono di ferite alla propria autostima e cercano un riconoscimento in una relazione. Anzi, la usano come una possibilità di rinegoziare la loro identità di genere: mentre lui aspira progressivamente a una simbiosi, cosa tipicamente femminile, la ricerca di indipendenza di lei si configura come una qualità tipicamente maschile.

Non è facile vedere nella sottomissione una dichiarazione di indipendenza. In che modo lo è?

Come diceva il critico Friedrich Jameson, la narrativa contiene la soluzione immaginaria a conflitti e contraddizioni reali. E il sadomaso funziona come soluzione delle tensioni inerenti alla moderna eterosessualità. Ma è una soluzione simbolica, non è che con qualche sculacciata l’amore trionfi. In altre parole, il sadomaso, con la sua codifica dei comportamenti, offre uno sbocco al problema dell’uguaglianza tra uomini e donne, che provoca molte insicurezze sul ruolo da assumere oggi. Nel romanzo viene mostrato un modo, per quanto antiquato, di stabilire ruoli sessuali definiti, sotto il pretesto del piacere sessuale. Ovviamente nessuna donna nella realtà vorrebbe veramente un uomo come quelli di decenni fa, come probabilmente un uomo non assocerebbe l’identità femminile alla completa sottomissione. Ma l’universo del libro permette a entrambi di fantasticare su queste identità tradizionali e vagheggiare l’idea di trovare “riposo” in ruoli chiari, univoci, affidandosi ancora alla protezione maschile. Non a caso, tante lettrici, anziché masturbarsi sognando Mr Grey, hanno letto la trilogia insieme al partner, usandola come spunto per ridurre le loro difficoltà di coppia.

Nel saggio Eros in agonia (Nottetempo), il filosofo Byung-Chul Han sostiene che l’accordo tra Grey e Anastasia sia l’emblema di una società in cui il dolore non è tollerato: la sofferenza è inaccettabile, è la vera pornografia, al punto che la sola ammessa è quella che genera piacere, come nel sadomaso. Lei concorda sul patimento come tabù di oggi?

No. Non è un tabù, anzi circola incessantemente nel sistema sociale per far lavorare innumerevoli esperti: gli ospiti dei talk show, gli psicologi, i medici, i guaritori, l’editoria che prospera sul dolore e sulla sua cura. Ma le modalità con cui assistiamo allo spettacolo del patimento altrui sono calibrate in modo che non generino un coinvolgimento emotivo. Posso identificarmi, ma la mia partecipazione resta circoscritta, perché altrimenti dovrei passare a una qualche forma di azione per combattere le condizioni che fanno soffrire. Quindi il male non finisce mai; anzi viene continuamente riciclato e riproposto, ma la messa in scena delle emozioni è propedeutica al mantenimento dello status quo.

Dato che gli uomini controllano quasi l’intera economia, la logica capitalistica fa del loro potere economico un attributo erotizzante. Grey è immaginato come un uomo ricco perché il suo enorme potere d’acquisto ne aumenta il tasso di desiderabilità.

Secondo il suo saggio, «l’uguaglianza non è sexy, in quanto presuppone il consenso e la negoziazione. Gli uomini che l’hanno appresa non hanno ruvidezza sessuale e le donne aspirano a una mascolinità più “stilizzata”, sicura di sé e giocosa». Dato che Grey è molto ricco e Anastasia no, vuol dire che l’amore ideale include la possibilità di un consumo infinito? Senza un passaggio di denaro, non c’è abbastanza sentimento?

L’idea dell’amore romantico si intreccia alla cultura consumistica in molti modi. Come ho scritto nel saggio Consuming the Romantic Utopia, innamorarsi ormai equivale necessariamente a frequentare bei ristoranti, fare insieme vacanze esotiche, condividere film e concerti, se non un armadio o una lavatrice. In un certo senso, oggi l’amore si nutre di merci e senza un consumo non può trovare espressione. Ma qui lo status di Grey funziona a un livello diverso: dato che gli uomini controllano quasi l’intera economia, la logica capitalistica fa del loro potere economico un attributo erotizzante. Grey è immaginato come un uomo ricco perché il suo enorme potere d’acquisto ne aumenta il tasso di desiderabilità. Diversamente,  per conservare la sua desiderabilità, Anastasia si impegna “per contratto” a una certa manutenzione: deve depilarsi e lavarsi regolarmente, non fumare, non bere, etc. Il modello capitalistico fa del corpo, in primis femminile ma non solo, qualcosa tanto da produrre (lavorandoci, cioè, fino a renderlo bello, sano, muscoloso, snello, sexy come da pubblicità) quanto da consumare. Ognuno crea incessantemente se stesso mediante una miriade di atti di consumo, costruisce la sua identità mediante abiti, automobili, telefoni, e poi si espone, si “vende” come un prodotto. Non c’è dubbio che una simile cultura possa prendere piede laddove esiste già una dose sufficiente di odio per se stessi, per come si è, la quale a sua volta ne viene ulteriormente rafforzata. Così il processo di produzione e consumo non si esaurisce mai.

Ho letto che lei ha faticato a finire la trilogia per la scarsa qualità letteraria. Concorda con William Giraldi, critico letterario di The New Republic, che, piuttosto che leggere le 50 sfumature, sia meglio non leggere affatto?

Sì, anche se mi pare che lui liquidi con troppa leggerezza che cosa significa la lettura nella vita delle donne. Se un libro vende milioni di copie ha identificato un tema profondamente sentito, risponde a un bisogno collettivo.

Lei si è occupata a lungo del ruolo dell’amore nella nostra cultura. È ormai troppo  consapevole per sperare nell’ «E vissero per sempre felici e contenti»?

Me lo chiedono spesso, ma ahimè, sì. Tutti i miei studi non mi hanno reso meno esageratamente romantica o passionale.
 

Nell’immagine in evidenza: il lancio dell’album ufficiale della trilogia. New York, 17 settembre 2012.

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