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50 anni di New York

Compie mezzo secolo uno dei magazine più innovativi e influenti dell'era moderna. Ne abbiamo parlato con chi lo fa.

Dalle parti di Studio non abbiamo mai fatto mistero di essere grandi fan di quello che consideriamo uno dei magazine migliori dell’era moderna, il New York. Così come consideriamo essenziale, per chi prova a fare il nostro lavoro, la lezione originale di chi il New York magazine l’ha fondato, quel Clay Felker che ha in qualche modo definito lo standard moderno di un certo tipo di riviste. Chi ha provato a fare un periodico dal ’68 – anno di fondazione del New York – in poi, consapevolmente o meno, ha infatti seguito quell’idea lì, l’idea di un giornale capace di dare la stessa importanza all’apertura di un nuovo ristorante o alla politica, come spesso ricordava lo stesso Felker. Un giornale tenuto insieme da un tono di voce e da un punto di vista, quelli di New York, con tutto quello che la città era ed è in grado di dare e di dire in termini di personaggi, stili di vita, tendenze, costruzione e gestione del potere, senza distinzione fra cose alte e cose basse, senza quella verticalità tanto cara al marketing contemporaneo. Non è sbagliato dire, quindi, che oggi che il New York compie cinquant’anni, con lui compie cinquant’anni l’idea primaria di magazine così come la conosciamo ancora adesso.

NY Mag_First IssueAbbiamo raggiunto al telefono David Haskell, da circa un anno nominato Editor for Business and Strategy del New York, per il quale si occupa cioè di sviluppare e pensare nuove iniziative, opportunità e collaborazioni, oltre a continuare a svolgere il suo lavoro di editor e giornalista per la rivista. È lui che guida le celebrazioni del New York che, come ci ha spiegato, si aprono con la pubblicazione di un libro importante per il giornale e per la città, Highbrow, Lowbrow, Brilliant, Despicable: 50 years of New York, pubblicato da Simon & Schuster.

ⓢ Auguri al New York innanzitutto. Cosa avete organizzato per l’occasione?

Grazie. Abbiamo deciso di celebrare il cinquantesimo compleanno del magazine per un anno intero. L’anniversario esatto cade nel 2018, ad aprile, ma abbiamo deciso di farlo durare dodici mesi, iniziando con due progetti editoriali: il primo è stato un numero speciale della rivista – un altro è previsto per l’autunno del 2018 – uscito a fine ottobre; il secondo è un libro, molto lussuoso e molto visuale, che abbiamo pubblicato a novembre con Simon & Schuster, e che racconta cinquant’anni di storia della città di New York attraverso le pagine del New York magazine.

ⓢ Che approccio avete utilizzato per fare il libro? Cioè: come si affrontano cinquant’anni di archivio di un magazine che ha sì una storia ma che è ancora molto attivo e rilevante?

Sapevamo dall’inizio che non volevamo semplicemente fare un greatest hits del nostro archivio. Volevamo usare il materiale che abbiamo prodotto per raccontare ai lettori cinquant’anni incredibili e fondamentali della storia di New York. Il giornale è nato nel 1968, quando la città era sull’orlo del collasso. Ci sembrava interessante rivedere tutto ciò con la prospettiva di chi ha raccontato New York settimana dopo settimana per così tanto tempo. È per questo che alcune delle nostre storie preferite non hanno trovato spazio nel libro, mentre altre che retrospettivamente tendiamo a considerare un po’ più cheesy e meno raffinate, invece ci sono. Credo che ne esca una grande storia pop di New York raccontata da un punto di vista unico, che nessun altro ha oggettivamente potuto avere. Questo per il semplice fatto che il magazine è sempre stato interessato a cose considerate più basse, come il gossip e gli scandali, e contemporaneamente a cose più alte, l’arte, la cultura, le idee; e poi l’intuizione che il racconto a trecentosessanta gradi del potere e dello status rappresentassero un soggetto primario per un certo tipo di giornalismo.

NY Mag_Trump 2

ⓢ Avete scoperto qualcosa del magazine che non sapevate lavorando al libro?

Personalmente una cosa che mi ha colpito, e sono sicuro che il nostro direttore invece ne fosse consapevole, è che ciò che oggi consideriamo più importante come giornalisti di questo magazine era già molto evidente nella prima decade di vita del New York, periodo nel quale è stato creato una sorta di modello di quello che una rivista moderna deve essere: dall’approccio al soggetto delle storie che assegniamo allo stile di scrittura, dall’art direction sofisticata  al tono di voce, al punto di vista. È stata un’esperienza incredibile rileggere i primi numeri della rivista è scoprire quanto siano rilevanti ancora oggi.

ⓢ Quindi concordi con chi sostiene che la lezione di Clay Felker resti fondamentale per chi fa questo lavoro…

Sì. La storia di questo magazine è costellata di direzioni e proprietà diverse fra loro, ed è anche capitato che il New York perdesse la sua via originale e diventasse meno ambizioso editorialmente. È davvero il punto di vista di Felker quello che ci ispira ancora oggi. L’altra cosa interessante che abbiamo scoperto è stato quanto Donald Trump fosse presente sulle nostre pagine. È stato un personaggio, un grande personaggio di New York, la cui grandezza era che, sebbene pensasse di essere rilevante, non lo era poi così tanto. Era materiale da tabloid con un ego smisurato. E questo lo rendeva perfetto da raccontare. È interessante e inquietante allo stesso tempo notare come il racconto di Trump sia passato dal giornalismo tabloid a quello politico. Una delle caratteristiche di questo magazine è che ha sempre saputo fare bene entrambe  le cose, il gossip e l’analisi politica, e Trump ha finito per essere un personaggio di primo piano di entrambi gli ambiti, che ha attraversato tutto il vasto spettro delle cose di cui ci occupiamo da sempre.

NY Mag_Bill Clinton

ⓢ Come fa il New York a trovare un equilibrio fra una dimensione locale – fin dal nome dichiara che non potrebbe esister senza la città dove è nato – e l’essere diventato in qualche modo una testata globale che si occupa un po’ di tutto?

È stato proprio il tema su cui ci siamo concentrati di più negli ultimi anni, ed effettivamente la mole di storie riguardanti New York che abbiamo pubblicato non è mai stata così bassa. Però, anche qui, torniamo a Clay Felker, che fin dall’inizio commissionava storie sul Watergate e su Washington, su Hollywood. Quello che lui aveva capito, e che noi proviamo a fare nostro, era che la cosa interessante fosse il punto di vista di New York sul mondo. Qualche settimana fa abbiamo pubblicato una storia importante su Kevin Spacey: il fatto raccontato non è accaduto a New York, non è quella la ragione per cui l’abbiamo pubblicata; l’abbiamo fatto perché Kevin Spacey è la quintessenza dei soggetti e dei personaggi che interessano al nostro tipo di lettore newyorchese. Ovviamente beneficiamo del fatto di essere legati a una città che ha la presunzione di rappresentare tutto il mondo, e non credo sia possibile per nessun altro giornale locale da nessun’altra parte. New York ha questo nel suo Dna.

ⓢ Il libro, la mini collezione speciale di abbigliamento celebrativa che avete fatto con Only New York, gli eventi, la piega che sta prendendo l’editoria oggi. Quanto è importante secondo te, per un giornale, lavorare sul brand?

Per me è molto importante che il New York usi questa ricorrenza per dare un po’ più attenzione proprio al brand. La nostra azienda, New York Media, da una parte ha deciso una decina di anni fa di sviluppare sul serio tutta la parte digitale, creare testate verticali e un universo tutto nuovo – con The Cut, con Vulture, con Grub Street – che vive dentro il New York. Dall’altra non si è mai molto occupata degli aspetti di marketing e di percezione del brand. La sua filosofia è sempre stata quella di produrre dell’ottimo giornalismo in grado di attrarre lettori molto fedeli. Resta il nostro punto fondamentale, ma io in questa ricorrenza vedo anche l’opportunità di aprirsi e dare vita a un po’ di collaborazioni, come quella con Simon & Schuster per il libro ad esempio. E vedo soprattutto l’opportunità di raccontare a tutti che il New York magazine è un’istituzione culturale della città di New York. Credo che questo sia un aspetto molto importante, specialmente in questa fase del settore dei media; serve dare ai nostri lettori un po’ di valore storico da affiancare all’ottimo lavoro che i nostri verticali digitali stanno svolgendo. È importante, soprattutto oggi, non dimenticare mai che qui al New York abbiamo una lunga tradizione di cose di giornalismo ben fatte. L’abbiamo visto in questo anno piuttosto deprimente per gli Stati Uniti: fare i giornali bene è necessario, i lettori ne hanno bisogno. Dire loro che li hai sempre fatti così e che si possono fidare è sicuramente un valore aggiunto.

 

Dal numero 33 di Studio in edicola.
All’interno tre copertine del New York, rispettivamente quella del prima numero (1968), una del 1985 e l’altra del 1992.

 

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