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50 anni di Bond

Una mostra racconta il mito di 007 e degli oggetti portati in scena: dalle auto agli orologi, fino a Fort Knox. Design pionieristico non solo da spie.

Non si poteva scegliere sede più congrua di questo Barbican Centre, specie di ziggurat in stile brutalista-assiro-babilonese del centro di Londra, già giudicato anni fa da una commissione urbanistica “the ugliest building in London”, per questa mostra di giochi per adulti “Designing 007: Fifty years of James Bond” aperta il 6 luglio e che va avanti fino a settembre a celebrare il mito della spia che ci amava. Il Barbican Centre con il suo cemento armato e i suoi antri ombrosi e corrimano bronzei sembra infatti esso stesso uno dei tanti esotici quartier generali di membri della Spectre, dal Dr. No in giù, sempre alle prese con esperimenti nucleari in location da medioevo tecnologico nell’oceano, con vulcani trasformati in centraline hi-tech con alluminio anodizzato e tanti servomeccanismi elettrici a segnalare modernità. Qui dunque non ci si stupirebbe di veder saltare fuori un Adolfo Celi alias Emilio Largo (in Operazione Tuono), ma il centro di tutto rimane Goldfinger, e al film del 1964 che ha creato la leggenda, nonché primo nella storia del cinema per velocità di incassi (3 milioni di dollari in due settimane, pari all’intero costo di produzione) è dedicata un’intera sezione della mostra.

D’oro (finto) ci sono infatti le centinaia di lingotti fatti produrre dal geniale scenografo bondiano sir Ken Adam; ci sono i suoi disegni e i modellini per il finto Fort Knox che il magnate delirante Auric Goldfinger non riuscirà a conquistare per il ravvedimento operoso della pilotessa acrobatica Pussy Galore (di cui sono esposti i corpetti). C’è il mitologico cappello ghigliottinante del servo (sordo) muto Oddjob, di cui si apprende che per creare il famoso effetto frisbee il genio degli effetti speciali John Stears lo dotò di un piccolo motore elettrico (dunque un drone d’antan); cappello poi venduto all’asta da Christie’s nel 1998 per 62 mila dollari. C’è il manichino di Shirley Eaton, Bond girl che veniva ricoperta di vernice aurea in sessioni da 45 minuti l’una; e c’è il disco (d’oro) del tema di Goldfinger, cantato da Shirley Bassey, 1 milione di copie.

Poi, le fantastiche macchine di scena, le tecnologie futuristiche sempre con un occhio alla realtà e al product placement; e se ultimamente si è molto esagerato, con auto e orologi e telefonini in bella vista anche senza motivazione, un tempo gli 007 davano importanti sinergie per le industrie di riferimento; l’aereo di Goldfinger pilotato da Pussy Galore era, informa la mostra, un Lockheed Jet Star, primo vero business jet della storia, e dato in dotazione anche al presidente Lyndon Johnson, due operazioni di marketing di indubbio successo. Altri pionierismi industriali: il primo radiotelefono mai montato su un’auto (Dalla Russia con amore), il primo gps, il primo orologio digitale (Live and Let Die); il primo vivavoce. I giocattoli tecnologici di 007 erano sempre avanti e pazienza se non tutti diventavano poi produzione di massa; non lo è diventato la Lotus Esprit anfibia di La spia che mi amava (1977); non sono entrate in produzione nemmeno le famigerate scarpette con pugnale di Rosa Klebb (alias Numero Tre, From Russia with Love) né molti dei giocattoli che sempre nel primo snodo narrativo del film venivano presentati da “Q”, l’addetto-nerd sempre preso un po’ in giro (interpretato, dal 1963, da Desmond Evelyn), parecchi dei quali qui in mostra.

Alle ricadute economiche del resto teneva molto lo stesso inventore di 007, il molto celebrato quest’anno Ian Fleming, di cui in Italia Adelphi ha iniziato la pubblicazione integrale. Personaggio molto più interessante di quanto si sia mai sospettato; e modernissimo, con commistioni tra letteratura (fan di Evelyn Waugh e Somerset Maugham), giornalismo e naturalmente servizi di spionaggio. Ma soprattutto ricco di nascita e imprenditore per vocazione: nipote di un Robert Fleming (1845-1933) amico di Jp Morgan e fondatore di una omonima banca Fleming, venduta solo nel 2000 per 7 miliardi di dollari. E lui, spia e scrittore, e giornalista controvoglia, prima alla Reuters, e poi responsabile esteri del Sunday Times, ma solo – viene spiegato – per un contratto colossale che prevedeva 4.500 sterline annue (del dopoguerra) e 2 mesi di ferie pagate in Giamaica. La stessa Giamaica dove componeva – alla villa Goldeneye da lui edificata – i preziosi volumetti che poi venivano trasformati in film di massimo successo. Mai impiegando, nello scriverli, più di otto settimane ciascuno.

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