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Festeggiare il Prozac?

30 anni fa nasceva il celebre psicofarmaco. Poi sono arrivate le tirate contro la chimica e il mercato della psicoterapia.

In questi giorni, ricorre uno di quegli anniversari un po’ inutili, che servono solo a fare articoli tipo questo: il trentesimo anniversario dalla diffusione del Prozac, uno degli antidepressivi più diffusi al mondo. Su Quartz, Olivia Goldhill, giornalista esperta di psicologia e filosofia, ne scrive con toni piuttosto apocalittici, enfatizzando, con sospetto, sulla traslazione della società, negli ultimi decenni, da una posizione freudiana, per cui le malattie mentali sono collocate nella mente, a una più psichiatrica, che confina le cause della depressione nel cervello.

Negli ultimi mesi, sto riflettendo e raccogliendo informazioni sul tema, con una prospettiva diametralmente opposta a quella di Goldhill, e mi ha colpito la quantità di testimonianze mediche apportate contro le presunte cause chimiche del male, la cui evidenza a me sembrava provata dagli effetti benefici di farmaci come, appunto, il Prozac. Di primo acchito, non posso farci niente, queste a me sembrano sempre tirate ideologiche contro le case farmaceutiche (a voler essere precisi, la sottigliezza della posizione di Goldhill è che, se l’aumento di serotonina risolve spesso il problema dell’umore, questo non significa che la causa del male sia il calo della stessa, ma potrebbe sempre essere, ad esempio, un trauma infantile, o la povertà).

L’idea più affascinante di questa tesi, che pur non condivido, è che il fenomeno di “sbolognare” le colpe al cervello abbia origini politiche: sotto l’amministrazione Nixon, leggo, le teorie freudiane sono state dismesse, e l’Istituto Nazionale di Salute Mentale ha abbandonato la ricerca delle cause sociali della depressione, come a voler negare la responsabilità socio-politica di questi mali. Certo, è inquietante. Ma non possiamo certo ridurre a un presunto complotto delle amministrazioni americane più conservatrici la risoluzione di un problema millenario.

Oltre duemila anni fa, Ippocrate imputava la melancholia a un cattivo dosaggio di fluidi e umori. Se alcuni amano citare questa antica credenza a sfavore della psichiatria moderna, a me pare invece rivelatore che i Greci, come sempre, ci fossero arrivati prima, e poi l’umanità ha dovuto passare attraverso secoli di stronzate, stregoneria, demoni, macchie di Rorschach e fasi anali, prima di capire che le cause della depressione sono effettivamente fisiologiche (cosa che sarebbe provata anche dall’ereditarietà della patologia). Comunque, se l’efficacia dei farmaci per me sarebbe una prova sufficiente della loro bontà, c’è un altro grosso problema del considerare la patologia un male della mente piuttosto che del cervello.

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L’estate scorsa, si è parlato sui giornali della psicoterapia gratuita che il servizio sanitario del Regno Unito offre ai malati di depressione. Sempre quest’estate, mi ha colpito il tweet di Madalyn Parker, una web designer inglese che ha diffuso lo scambio e-mail col suo capo, ilquale, in risposta alla richiesta di Madalyn di “prendersi qualche giorno per la sua salute mentale”, la ringraziava di questa e-mail, affermando che più persone dovrebbero dedicare i giorni di malattia alla cura della propria mente, e parlarne senza imbarazzo. Per questi casi, in Inghilterra, c’è il sito mind.org.uk, con due bottoni nella home page che si chiamano mi serve aiuto urgente e parla con noi. Di primo acchito, ho pensato che fosse una cosa fantastica. Eppure, tornandoci su, ho la sensazione che contenga anche un paradosso.

Il problema principale della depressione, infatti, è lo stigma sociale. La depressione è un po’ come i pidocchi. Non puoi andare a mettere i cartelli che tuo figlio ha i pidocchi, e poi sperare che non venga evitato. La depressione è una delle poche condizioni umane il cui racconto non genera compassione, ma allontanamento. Penso che la ragione principale di questo tabù sia proprio il fatto che la depressione non viene reputata una malattia vera e propria. E questo è da imputare, da un lato, alla eccessiva psicologizzazione della società – che ricorre in massa alla psicoterapia laddove in passato si sarebbe solo parlato con un amico – e dall’altro all’apparente “banalità” delle terapie che la curerebbero (un click su mind.org, qualche chiacchiera).

Se l’articolo del New York Times di luglio sostiene che la diffusione dei centralini gratuiti nel Regno Unito avrebbe portato a un racconto più libero della malattia, a me sembra, al contrario, che affermare che la depressione si possa curare con una telefonata dia un’impressione sbagliata: ovvero, come può un depresso mandare una mail come quella di Madalyn, ed essere preso sul serio dal suo capo, se per guarire gli basta “parlarne”? Se tutti quanti hanno “problemi psicologici”? Se la sola idea di confidarsi crea sollievo nel depresso, pensare che sia sufficiente (o perfino utile) è un errore.

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Ad agosto, in pieno summer blue, il giornalista Andrea Pomella ha pubblicato su doppiozero.it una storia autobiografica della sua depressione: finiva con la prescrizione di una serie di medicine. E lui, che da mesi stava si stava buttando “in un abisso turneriano”, ha scoperto che il suo mal di vivere era trattabile con lo stesso farmaco che curava tutti gli altri. E forse, la salvezza, non in termini di guarigione, ma di narrazione della patologia, è proprio questo: sapere che, qualunque siano i riferimenti culturali del tuo spettro, c’è l’inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina per tutti. E la grande allucinazione, nonostante il reale sollievo della psicoterapia, è tutto quel parlare. Che convince te e gli altri che in fondo è colpa tua, se un giorno ti alzi e sei depresso. L’inganno è credere che puoi sempre lavoraci su, come se fossi sovrappeso.

Ogni anno, sui giornali scientifici, escono pubblicazioni sul gene responsabile del cattivo funzionamento dei neurotrasmettitori, che bloccano le normali reazioni di gioia e soddisfazione. Gli psicofarmaci esistono dal 1950, e nel 2016, in Italia sono stati venduti antidepressivi per 262 milioni di Euro (e in Inghilterra, molti di più). Niente, comunque, in confronto al volume di affari del “mercato della psiche”, inteso come psicoterapia, che è dell’ordine di miliardi di euro. Il buon amico medio vi dirà che il farmaco è la scorciatoia, che le case farmaceutiche fanno affari sulla tua pelle, e di parlarne con un terapista. E invece, i numeri paiono suggerire, almeno a me, che, se proprio dobbiamo trovarne una, la lobby sia quella degli psicologi.

In parte, la colpa è anche della generazione ha fuggito le responsabilità individuali e si è rifugiata dagli specialisti, i quali non hanno esitato a spolparla, inscrivendo in ambito patologico esperienze che prima erano normali. Quindi, ci andiamo tutti, dallo psicologo, ma se ci andiamo tutti, vuol dire che nessuno è veramente malato. E se l’Ordine degli psicologi ormai regolamenta la psicologia online, e centinaia di siti si occupano della materia, spesso confinandola nelle “curiosità femminili”, figuriamoci!

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Se la gente non pensasse che “basta parlarne con qualcuno”, ci sarebbe meno da vergognarsi, a parlare di depressione, e anche meno da auto-analizzarsi. Scavarsi dentro, a cadenza mono-settimanale, spesso guidato da ciarlatani senza vocazione né spessore, cercando cause biografiche a quella sensazione di vuoto, di terrore, di insensatezza e di dolore esistenziale, a volte, è una grande perdita di tempo, col rischio concreto di trovare risposte sbagliate, solo perché in quel momento si ha una lettura distorta del reale. Certo, il ricorso agli psicofarmaci non dovrebbe inibire una riflessione sulle responsabilità sociali della depressione in aumento: ma questo non spetta alla psicoterapia, una pratica individualista e per ricchi, ma piuttosto alla politica.

La letteratura, per dirne una, mi sembra una compagna di guarigione molto meno prezzolata della psicoterapia. Negli ultimi anni, si è occupata molto di depressione, anche attraverso il fumetto e il picture book. Sul mio scaffale ho Un’iperbole e mezza, la storia a vignette di un pesce fucsia con la pinna gialla, ovviamente depresso, che paragona la depressione a quando i giocattoli, per il bambino cresciuto, smettono di significare incanto e magia, e sono solo pezzi di plastica che sbattono l’uno contro l’altro. Ho persino un librino francese illustrato per l’età prescolare, dove una nuvola scura fascia la testa di un bambino e non se ne va “neanche se soffio, neanche se mi arrabbio.” In questo caso, ovviamente, il Prozac è presentato sotto forma di un’amichetta che buca la nube.

I racconti letterari sulla depressione, tuttavia, proprio per la natura introspettiva della narrazione, trattano solo i sintomi del male, mentre quello che manca alla società odierna è una narrazione onesta delle cause e dei rimedi, che restituisca dignità clinica a questo male senza tempo, e a chi, per un miscuglio di infanzie infelici, fluidi, umori, precariato e serotonina, ne soffre, e decide di ricorrere ai medicinali, perché funzionano.

 

Una copertina di Life e due immagini da Un’iperbole e mezza di Allie Brosh

 

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