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Che anno è stato il 2017 per la tecnologia

Il controverso rapporto di Facebook con la politica, le crisi di Uber, l'ascesa dei Bitcoin: i fatti e le discussioni dell'anno nel settore che domina l'economia del mondo.

Se per voi quello appena trascorso è stato un anno difficile sul piano professionale, consolatevi pensando che sarebbe potuta andarvi peggio: avreste potuto lavorare per Facebook, ufficio pubbliche relazioni. Per Menlo Park il 2017 si è aperto con uno strascico delle polemiche sulle presidenziali negli Usa. Il social per antonomasia è finito nell’occhio del ciclone mediatico, colpevole – secondo i critici – di aver favorito l’ascesa di Trump diffondendo e amplificando la propaganda e la dezinformatsiya pagata dal Cremlino. A inizio ottobre, su pressione del Congresso degli Stati Uniti, l’azienda di Zuckerberg ha rivelato che almeno dieci milioni di americani hanno visto le pubblicità pagate dalla Internet Research Agency. Facebook ha confermato che l’agenzia di San Pietroburgo ha condotto una campagna, costosa e lunga più di due anni, allo scopo di fomentare le tensioni razziali e più in generale destabilizzare la società statunitense. A gennaio il social network negava le ingerenze russe (Zuckerberg aveva definito folle l’idea che la sua azienda avesse giocato un ruolo nella vittoria di Trump) e lanciava iniziative sconclusionate in soccorso del giornalismo di qualità; a ottobre i dirigenti di Menlo Park hanno dovuto fare pubblica ammenda.

Un disastro foriero di un inevitabile tracollo? Tutt’altro. Nei dodici mesi appena trascorsi il social network ha macinato miliardi, con trimestrali da record e profitti pubblicitari in netta crescita. Se da una parte i media e alcuni addetti ai lavori hanno cominciato a mettere in discussione l’influenza negativa dei meccanismi social sul vivere comune, dall’altra Facebook, Instagram e più in generale le dinamiche virali dei social nel 2017 sono stati gli inevitabili catalizzatori di movimenti progressisti, penetrando ancora più a fondo nella fibra della società globale.

Il 19 febbraio Susan Fowler, ex-ingegnere di Uber, posta sul suo blog un articolo in cui descrive, con dovizia di particolari, l’ambiente misogino e la cultura tossica dell’azienda. 2.900 parole che fanno rapidamente il giro del mondo, grazie alla cassa di risonanza dei social network. La miccia è innescata: quattro mesi più tardi Travis Kalanick, Ceo dell’azienda, è costretto a rassegnare le dimissioni. Con la sua testimonianza Fowler è riuscita laddove le precedenti storie sul machismo presuntuoso del boss di Uber avevano fallito. Non è un caso che Time, pochi giorni fa, l’abbia messa al centro della copertina assegnando alle “Silence Breaker” il titolo di persona dell’anno. Assieme a lei ci sono le protagoniste dello scandalo Weinstein e le altre donne che hanno contribuito alla nascita del movimento #MeToo. Efficacemente sintetizzato, guarda caso, da un semplice hashtag.

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E così, se nel 2017 abbiamo iniziato a disquisire sul feedback loop a base di dopamina con cui Facebook, Instagram, Twitter e Snapchat (che a marzo ha debuttato – male – in Borsa) ci tengono agganciati ai nostri smartphone, dall’altra abbiamo usato i social network come mai prima, nel bene e nel male. Twitter è il mezzo che ha favorito un risorgimento femminista nonché la piattaforma da cui Trump ha rischiato di scatenare una guerra nucleare. Facebook ha permesso a due miliardi di persone di organizzare eventi e mantenere contatti con amici lontani, esponendoci allo stesso tempo ai suicidi in diretta streaming e dando voce ai populismi più beceri.

Contraddizioni che non hanno risparmiato neppure le altre quattro sorelle del settore tecnologico: Apple, Google, Amazon e Microsoft. Nel 2017 hanno dovuto tutte fare i conti con qualche tipo di ripercussione di carattere sociale: elusione fiscale, sfruttamento dei lavoratori nei centri di smistamento pacchi, violazioni della privacy, abuso di posizione dominante. Niente di tutto questo è riuscito tuttavia ad intaccare fatturati e profitti da record nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari. Il dilemma non è di natura puramente socioeconomica, ma riguarda anche i meccanismi dell’innovazione. Le cinque sorelle (includendo Facebook) e le loro cugine minori sono ormai una metaconglomerata globale che scrive l’agenda del futuro.

 

Nuove rivoluzioni

E così il 2017 è stato l’anno in cui, senza neppure accorgercene, abbiamo archiviato una volta per tutte la retorica delle rivoluzioni che nascono nei garage. Per sviluppare soluzioni innovative nel settore dell’intelligenza artificiale, per creare un’auto che si guida da sola, o anche solo per imporre nuovi paradigmi nel mercato ormai saturo degli smartphone servono capitali ed economie di scala di cui nessuna startup, per quanto ben finanziata, può disporre. Le piccole aziende innovative sono definitivamente relegate al ruolo di ingranaggio di una macchina ormai gigantesca e pervasiva, destinate inevitabilmente a essere inglobate e digerite dal più vorace tra i leviatani.

Qualche esempio. Il 2017 è stato l’anno in cui la Realtà Virtuale e la Realtà Aumentata sono diventate mainstream. Il merito non è di qualche nuovo dispositivo rivoluzionario inventato da un genietto californiano, ma in gran parte dell’introduzione di funzioni legate alla Augmented Reality su iOS 11. Lo stesso vale per il riconoscimento facciale, che Apple ha implementato sull’iPhone X grazie alle acquisizioni di tre piccole startup internazionali nel corso della prima metà dell’anno.

A maggio l’intelligenza artificiale di AlphaGo ha definitivamente dimostrato la propria superiorità sull’uomo nel Go, un gioco dalla tradizione millenaria che si pensava precluso al dominio della macchina. Il software che ha battuto il campione del mondo Ke Jie lo ha sviluppato DeepMind, una startup inglese acquisita da Google nel 2014. Dopo la vittoria, AlphaGo è stato ritirato dalle competizioni e Big G ha annunciato che proverà a usare la macchina per risolvere problemi complessi nell’ambito della ricerca medica.

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Progressismo?

Nel 2017 i benevoli colossi della tecnologia si sono fatti sempre più portatori di visioni progressiste e liberali. A inizio giugno si sono schierati compatti, con dichiarazioni al fulmicotone, contro la decisione dell’amministrazione Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo sul clima di Parigi. Dopo i fatti di Charlottesville, ad agosto, le dichiarazioni e le azioni delle principali aziende tecnologiche contro i gruppi neonazisti hanno ricoperto il vuoto istituzionale esacerbato dai tentennamenti del Presidente. Dopo l’alluvione di Porto Rico di fine settembre, i palloni aerostatici di Google e i generatori solari di Tesla hanno riportato collegamenti telefonici ed elettricità nell’arcipelago. Una munificenza che, per quanto interessata, è stata un faro di speranza in un anno segnato dall’esplosione di populismi ed estremismi che speravamo debellati, ma che è foriera di una pericolosa omologazione del pensiero.

Ad agosto un memo scritto dal dipendente Google James D’Amore mette in discussione il tema sacro della “diversity” e accusa l’azienda di favoritismi nei confronti delle donne e delle minoranze. È un documento sessista, antifemminista, a tratti pure razzista; ma è anche un’importante espressione della libertà di parola. Che Google però punisce poco dopo con il licenziamento del dipendente non allineato. Il 2017, insomma, è anche l’anno in cui anche la Silicon Valley si è accorta che nella Silicon Valley di certe cose non si può dire. O si accettano le magnifiche sorti e progressive della tecnologia, come in The Circle di David Eggers, o si finisce bollati e reietti.

 

China tech

L’unica tendenza che sembra mettere in discussione il predominio cultural-tecnologico delle cinque sorelle occidentali è l’ascesa delle aziende tecnologiche cinesi. Nel “giorno dei single”, l’11 novembre 2017, l’e-commerce Alibaba ha venduto 25 miliardi di dollari di merce. Volumi da far impallidire il più proficuo dei Black Friday. Due delle più promettenti startup del settore bike sharing free-floating, Mobike e Ofo, hanno raccolto nel frattempo finanziamenti per circa un miliardo di dollari ciascuno e nel corso di quest’anno li hanno usati per un’espansione globale che non ha precedenti fra le aziende della Repubblica Popolare. I produttori di smartphone di Shenzhen, una volta subalterni dei grandi brand occidentali, nel 2017 hanno definitivamente dimostrato di poter competere sui mercati internazionali con prodotti di altissima qualità, mai così lontani dal concetto di cineseria. Ma la Cina si dimostra all’avanguardia anche nelle tecnologie di controllo digitale. Il 19° Congresso del Partito Comunista, a ottobre, è l’occasione giusta per l’avanzamento del piano di cyber-sovranità caro a Xi Jinping, che decide di bloccare definitivamente Whatsapp e tutte le Vpn, i servizi per la connessione sicura con cui si potevano superare le restrizioni del Grande Firewall. Misure che in Cina non sembrano preoccupare nessuno. L’app di messaggistica di elezione è WeChat, che a settembre conferma candidamente di condividere tutti i dati privati di 700 milioni di utenti con il ministero per l’Industria e l’Information Technology.

 

Bitcoin e criptovalute

Un trend anarchico che sembra sfuggire alle classificazioni della storicizzazione tecnologica imperante: le criptovalute. Da gennaio a oggi il valore dei Bitcoin è passato da 1000€ a più di 13.000€, con un massimo assoluto superiore addirittura ai 16.000€ (registrato prima del breve crash prenatalizio); i LiteCoin valgono 56 volte di più rispetto ad un anno fa; gli Ether, una criptomoneta che permette di realizzare dei complicatissimi contratti programmabili sulla piattaforma Ethereum, a inizio 2017 si compravano a 7€ l’uno, oggi ne servono più di 600. Pochi ne capiscono davvero qualcosa, tutti vogliono investire; le criptobaccanti intonano peana per la rivoluzione finanziaria alle porte, le cassandre parlano di una bolla che nel 2018 esploderà come quella delle dot-com del 2000.

Mentre la finanza tradizionale comincia a scambiare opzioni sulle criptovalute, la tecnologia della blockchain su cui si basano i Bitcoin e le altre monete digitali continua ad affermarsi con la promessa di rivoluzionare un po’ tutto, per ora senza risultati tangibili. Chiave di un futuro tecnologico libertario svincolato dal potere costituito, o tecnologia destinata a finire domata nel giardino recintato dei giganti? La risposta non la sa ancora nessuno. Che bello, nella stabile e rassicurante omologazione tecnologica generale, poter chiudere l’anno con una rinfrescante dose d’incertezza.

 

In questa serie: il “crypto-businessman” Dmitry Marinichev’s nella sua mining farm in una vecchia fabbrica di auto a Mosca (MAXIM ZMEYEV/AFP/Getty Images)
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