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2 per sempre

Ma non è un male: il 2 sulle spalle di Tassotti era uno dei 2 più importanti del calcio italiano. Dalle interminabili diagonali sacchiane ad Ancelotti, Leonardo, Allegri, 34 anni di Mauro in rossonero.

Primo per quanto basta. Mauro Tassotti non fa trattative e non si oppone alle scelte. Che ti serve, Milan? Io ci sono. Un secondo perenne che oggi comanda. Avrebbe potuto farlo altre volte e l’avrebbe fatto certamente altrove. È sempre rimasto a Milanello: vice di Ancelotti, candidato alla sua successione e invece no, perché scelsero Leonardo. Vice anche a lui, candidato sua successione, e invece no, perché presero Allegri. Vice, ancora. Numero due come stile di vita, oltre che di gioco. Mauro ha visto Galbiati. Italo. Numero due di Fabio Capello e di Arrigo Sacchi prima. Gli chiesero: che cosa ci vuole per fare il secondo? «Bravura e umiltà, coraggio, conoscenza e competenza. Il primo giorno di Sacchi prendo i palloni e li metto nel sacco e li porto fuori. Arrigo mi dice: “Cosa fai? I palloni li porto fuori io”. Eh, no, dico, un mument. Ascolta, Arrigo: tu sei l’allenatore, non l’uomo di fatica. E lui cerca di strapparmi il sacco: “Dài dài, a Parma lo facevo sempre”. E io: a Parma, qui sei al Milan, te capì. Io il sacco dei palloni continuo a portarlo, lo trascino con piacere, mi diverto. Ogni giorno entro in campo con gioia. Lo faccio da oltre cinquant’anni».

Basta guardare i filmati dell’epoca: con l’azione che arrivava dalla sinistra del Milan, Maldini andava a chiudere, Costacurta scalava verso Paolo, Baresi scalava in direzione di Billy, Tassotti andava a presidiare il centro dell’area. La perfezione della costruzione.

Tassotti c’era, allora. C’era in quel Milan: Galli, Tassotti, Maldini, Colombo, Costacurta, Baresi, Donadoni, Rijkaard, Van Basten, Gullit, Ancelotti. Era Barcellona 1989. C’era anche a Vienna l’anno dopo, c’era ad Atene nel 1994. Tre coppe dei Campioni più tutto il resto. La maglia, sempre quella. Il due, come simbolo di un mondo che non prevedeva sorprese: il terzino destro allora non era quello che è oggi. Saliva, sì. Ma meno del sinistro. Il contrario di Maicon e dei suoi imitatori. Il numero di Tassotti aveva un senso preciso: il marcatore della punta più agile e più esterna. Sacchi cambiò la tattica, ma non lo spirito: quando eravamo ragazzini, il due era sempre un po’ scarso coi piedi, non abbastanza duro da fare lo stopper e non abbastanza elegante da fare il libero. Senza che molti se ne siano accorti, però, Tassotti ha stravolto quel luogo comune. L’ossessione della diagonale di Sacchi l’ha costretto a essere l’ultimo uomo una caterva di volte: allora altro che durezza da stopper e altro che intelligenza dal libero.

Basta guardare i filmati dell’epoca: con l’azione che arrivava dalla sinistra del Milan, Maldini andava a chiudere, Costacurta scalava verso Paolo, Baresi scalava in direzione di Billy, Tassotti andava a presidiare il centro dell’area. La perfezione della costruzione. Perché Mauro non è nato campione. Al Milan era arrivato in B, nell’anno 1980: preso dalla Lazio, lui che era ed è romano di San Basilio. Forse è stato lì che Tassotti è diventato Tassotti, in quel campionato di B che era un esilio forzato per colpa del calcio scommesse. È stato Liedholm a raccontargli come poteva diventare un terzino moderno: cervello, applicazione, freddezza, classe. Qualcuno dice che Sacchi al suo arrivo avesse qualche perplessità. Forse sì. Eppure Tassotti non ha mai saltato una partita importante con Arrigo, non è mai stato messo in panchina nei momenti decisivi. Perché uno la gloria se la prende conquistando qualcuno. Ha lasciato tardi, a 36 anni compiuti. Prima dell’ultimo giorno in rossonero, il Corriere della Sera lo intervistò e lo presentò così: «Quattro scudetti, tre volte sul trono europeo e due su quello del mondo, il ragazzo di San Basilio che pareva preso in prestito da un film di Pasolini è ormai in vista del traguardo».

Gli diedero una panchina, subito. I Ragazzi, da lì cominciò. Perché ancora non c’era il guardiolismo. Prese la Primavera e ci rimase quattro anni. Primo coi piccoli, per diventare secondo coi grandi. Come se fosse scritto da qualche parte che quella era la sua strada. Due, un destino che rischia di diventare ossessione. L’avevano visto già vice di Tabarez, ma disse no. Quel posto arrivò con Ancelotti, al Milan perché non avrebbe pensato di andare altrove. E perché non pensa di farlo, neanche adesso che sa di essere a scadenza molto ravvicinata. Il suo legame con questa squadra è da studiare. Chissà perché i simboli sono sempre altri, non lui. Eppure 34 anni nella stessa società sono più di quanti ne abbia fatti Totti, più di quanti ne abbia fatti Del Piero. Per capirci: c’è una confidenza tra lui e il Milan che si traduce nell’immagine della prima visita a Milanello di Barbara Berlusconi. Lei ferma, quasi imbarazzata all’uscita dei giocatori verso il campo di allenamento e lui che la vede, le sorride, le tocca il braccio, parla con lei, scherza, la saluta con affetto. Unico a farlo.

«Altobelli è stato l’avversario più difficile da incontrare, Bagni quello più carogna: aveva sempre voglia di litigare. Era impossibile non litigare con lui, anche perché aveva l’abitudine di giocare tenendoti le mani addosso».

Non lo dice nessuno, ma non c’è un altro milanista più milanista di Tassotti. Uno che l’ha vissuto e che lo vive. Ricorda: «La più incredibile delle mie con il Milan? Quella col Napoli a San Siro, il primo anno di Sacchi. Fu una delle nostre gare più spettacolari. Poi la finale di Atene, forse la migliore partita dell’era Capello. Per me resterà un ricordo particolare, ero capitano. E ovviamente Milan Steaua, una serata da pelle d’oca». Sacchi, Capello, Van Basten, Gullit, Papin, Rijkaard. È stato con tutti. Allora gli chiedono: chi è il personaggio che ricorda di più? «Sicuramente Berlusconi. Ricordo che quando ci spiegava che avrebbe fatto del Milan la più forte squadra del mondo, noi lo guardavamo smarriti: cosa ci sta dicendo? A quei tempi facevamo già fatica a piazzarci tra i primi dieci, figuriamoci… Poi c’è Baresi, che ha scritto la storia di questi anni. Non ho mai visto nessuno giocare così bene mantenendo un rendimento sempre costante. Poi Van Basten, Gullit e Virdis. Altobelli è stato l’avversario più difficile da incontrare, Bagni quello più carogna: aveva sempre voglia di litigare. Era impossibile non litigare con lui, anche perché aveva l’abitudine di giocare tenendoti le mani addosso».

È un anno complicato questo. Non per la posizione e la condizione del Milan. È il 2014, cioè un anniversario che arriverà tra un po’, inesorabile e vigliacco come solo gli appuntamenti obbligati possono essere. Vent’anni. Lo sa, Mauro. Anche adesso che ha 54 anni gli rinfacceranno la storia della gomitata a Luis Enrique. Maledette telecamere che lo inquadrarono così bene e maledetto arbitro che non lo vide, consegnando alla storia della nostra nazionale e di Tassotti un regalo evidente. La vicenda forse è nota a tutti, ma vale la pena ricordarla. Erano i quarti di finali del Mondiale americano. Non mancava molto alla fine, su un cross dalla destra della Spagna, Luis Enrique incrocia la diagonale di Tassotti e finisce a terra in area. Alza la testa e il sangue gli cola sulla bocca. Ha il naso rotto e la bocca piena di odio: tre volte «hijo de puta».

A tutti, allora, sembrò quasi che fosse caduto un mito. Il mansueto Tassotti, il corretto Mauro, in preda a un attacco d’ira. Finì con lui mortificato. A fine partita lo infilarono con una raffica di domande, lui un po’ intimidito dalla notorietà nata da un fallaccio rispose così: «Diretti entrambi verso il pallone spostato a destra, tentavamo entrambi di migliorare le rispettive posizioni, anche se io ero in vantaggio. Così, mi sono sentito tirare la maglia, poi un’altra strattonata reciproca appena fuori area. Poi l’attimo, ho agito d’ istinto, annebbiato dalla fatica. Giuro: nessuna intenzionalità, non volevo fargli male e non so neppure se sia stata una violenta gomitata. Dovevo chiudere stremato e basta. Rischiavo di causare il rigore, però ormai non ci capivo più niente, e allora purtroppo è accaduto». Prova tv. E dopo la prova tv, il coro di indignazione classico: «Rischia di macchiare la carriera». Macchiare? Ma che cosa? Perché? Dove? che cosa avrebbe dovuto fare, lasciar segnare la Spagna? Siamo seri. Eppure niente. Tutti i buonisti pronti a crocifiggerlo, tutti i benpensanti come avvoltoi pronti a mangiarselo. Allora altra mortificazione: «In tante stagioni di competizioni snervanti, mi viene in mente giusto quello scontro con Oriali, in un derby 1983, almeno credo… Il mio piede incrociò la sua testa, però non restai altrettanto avvilito. Difatti esistevano possibilità di dimostrare la buona fede e lo stesso interista se ne rese subito conto. Qua Enrique non sente ragione. Sono stato respinto negli spogliatoi, e la mia coscienza non è tuttora a posto. Vorrei incontrarlo, sì ci riuscirò, mi spiegherò meglio, dovrà ascoltare. Intanto, tra poco, gli manderò un telegramma sinceramente addolorato. No, non intendevo fargli male e starò in pace soltanto quando non mi porterà più rancore».

Negli anni ha letto i giornali: il Milan affidato a Marco Van Basten e lui come secondo, il Milan guidato da Allegri con lui a fare da apripista e consigliere fino all’adattamento del prescelto, il Milan nelle mani di Filippo Galli con lui a fare da supporto. Il Milan a Inzaghi e lui come vice. Il Milan a Seedorf e lui a suggerirgli scelte e motivazioni.

Il perdono è arrivato nel 2011, in un incrocio sotto lo spogliatoio dell’Olimpico. Luis Enrique era allenatore della Roma e Mauro era vice di Allegri. Quello dieci anni più giovane numero uno, quello dieci anni più vecchio numero due. Un’identità. Anche se il due è un numero bastardo. A briscola, nella vita, nel pallone: è lì, a fare da appendice negativa dell’uno. La prima cosa che viene dopo il massimo. Il primo sconfitto. Il primo degli ultimi. È una metafora di una parabola che nasce e muore nell’ombra: il numero due è il secondo, la spalla, il supporto, il suggeritore, quello che volente preferisce l’anonimato o che nolente non riesce a superare il primo. È una condizione di vita che bisogna saper indossare. Tassotti l’ha fatto. Lo fa. Negli anni ha letto i giornali: il Milan affidato a Marco Van Basten e lui come secondo, il Milan guidato da Allegri con lui a fare da apripista e consigliere fino all’adattamento del prescelto, il Milan nelle mani di Filippo Galli con lui a fare da supporto. Il Milan a Inzaghi e lui come vice. Il Milan a Seedorf e lui a suggerirgli scelte e motivazioni. Un quasi allenatore. Quindi secondo. Una maledizione o una prerogativa? Non sai e non saprai. Diventa primo nel periodo peggiore da quel Milan che lo prese in serie B. Tassotti non parla, forse perché non gli chiedono o forse perché non vuole. Silenzioso, taciturno, lavoratore, serio: la scala di aggettivi e sostantivi è direttamente proporzionale al giudizio che di lui hanno tutti. Mauro piace perché ha sofferto e non lo dà a vedere. Perché della sofferenza non ha fatto un biglietto da visita per farsi giudicare meglio degli altri.

Vive la solitudine del numero secondo con una dignità rara, con una eleganza unica. Perché adesso parlano tutti e ognuno trova una soluzione per il Milan, ma nessuno l’ha messo in lista come primo. Perché è come se Mauro debba essere vice a prescidere: una certezza dietro gli altri. A chiudere quella diagonale che Sacchi gli insegnò al mondo attraverso lui. Perché tutti pensavano che i difensori forti del Milan fossero gli altri, Baresi soprattutto. Però se arrivava una palla dalla sinistra l’ultimo era lui che scendeva al centro a chiudere sul centravanti. Una specie di manifesto pallonaro e culturale. La diagonale oggi è diversa, ma c’è lo stesso. Bisogna fermare comunque qualcuno e poi lasciare il posto a chi si prenderà la gloria.

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