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«Abbiamo bisogno di voi»

Domenica si gioca il Super Bowl, l'evento degli eventi dello sport globale. Siamo andati a vedere una partita di Nfl per raccontare la differenze tra come si vive lo stadio nel football americano e nel calcio italiano. Scoprendo cose sorprendenti.

Sono i particolari, che ti fanno capire tutto. Manca poco più di un’ora all’inizio di New York Jets – Chicago Bears. Ordino una birra in uno dei tanti bar dello stadio. La commessa mi sorride e mi chiede un documento. Mi domando ancora oggi se davvero pensava che avessi meno di quarant’anni, o se voleva solamente lusingare questo tifoso occasionale, un po’ spaesato nello splendore del MetLife Stadium, New Jersey.

Fatto sta che, nel corso di un Monday Night di football newyorkese che tra viaggi e partita è iniziato alle sei del pomeriggio e finito a mezzanotte, quella – la barista, la birra, che vendono solo agli over 40, che poi ovviamente distribuiscono le scorte ai più giovani – è stata l’unica volta in cui ho dovuto tirare fuori un documento d’identità, compreso il momento dell’acquisto del biglietto. Quando vado a vedere il Mantova (lega Pro, media spettatori circa 2.000) lo devo esibire minimo tre volte, e non per prendere la birra, che non vendono a prescindere dall’età.

Sono i particolari, che ti fanno capire tutto, e basterebbe questo, a dare l’idea dell’abisso che separa la gestione del rito popolare dello stadio negli Stati Uniti rispetto all’Italia (e bisogna dire «Italia», perché la situazione negli altri paesi europei, Germania soprattutto, è senza dubbio più vicina agli standard USA che a quelli nostrani).

Sono i particolari, che ti fanno capire tutto, e basterebbe questo, a dare l’idea dell’abisso che separa la gestione del rito popolare dello stadio negli Stati Uniti rispetto all’Italia.

Poi c’è tutto il resto, e lo vedremo, ma non sono tanto le differenze, enormi quanto purtroppo prevedibili, quelle che più ti colpiscono quando vai allo stadio in America; sono invece le somiglianze, i punti di contatto, le tante cose assolutamente identiche, quelle che sorprendono, quelle che ti fanno chiedere come sia possibile che una pulsione collettiva identica, e un identico tipo di partecipazione popolare, possano portare a risultati tanto diversi.

Perché la cosa più importante, quella che mette in moto tutto il meccanismo, quella che alla fine è comunque l’unico elemento imprescindibile, quella è la stessa: la gente, i tifosi, quelli che vanno allo stadio, a New York come a Milano, a Seattle come a Roma come in qualsiasi posto dove ci sia un campo di qualcosa, con degli spalti intorno, sono le stesse persone.

La gente va allo stadio, in tutto il mondo, per gli stessi motivi. Tifare, appassionarsi, svagarsi, gridare, ridere, ubriacarsi, e sentirsi parte di una comunità. Te ne accorgi subito, anche a New York, in barba allo stereotipo del pubblico Usa fatto da famiglione cariche di cibo e bevande e scarse di passione.

A Penn Station, nel cuore di Manhattan, sotto il Madison Square Garden, alle sei del pomeriggio di un qualsiasi lunedì lavorativo (ma non di un lunedì qualsiasi, perché è appunto un “Monday Night”, l’appuntamento che chiude il fine settimana di football), vedi subito un’allegra e chiassosa macchia bianca e verde. E se sei uno abituato ad andare allo stadio ti senti subito a casa, ti senti nel tuo ambiente, perché vedi subito che è la “gente di stadio” che hai imparato a conoscere in tanti anni: ragazzi, ragazze, vecchi un po’ malconci che non perdono una partita da quarant’anni, e poi gente normale, padri coi figli, figli coi padri, impiegati delle banche di Lower Manhattan che sopra la giacca e la cravatta hanno messo la maglia o il giubbotto dei Jets. Sul treno, come su qualsiasi treno “da stadio” che si rispetti, si sta stipatissimi, casse di birra passano attraverso il corridoio, la gente ride, grida, commenta la formazione, l’avversario, le partite del giorno prima. Mezzo vagone urla «Let’s Go» e l’altro mezzo risponde «Jets!».

I miei vicini guardano sullo smart phone una mega rissa avvenuta il giorno prima a Phoenix, tra tifosi di Arizona e San Francisco.  Chiedo se capita spesso, che la gente si picchi allo stadio, e mi rispondono che no, non molto spesso, succede soprattutto nelle partite dove la rivalità è molto accesa: San Francisco con Seattle e Oakland, Green Bay con Minnesota e Chicago, Pittsburgh con Baltimora, per citare solo le rivalità più famose tra i professionisti. Ribatto che pensavo che il tifo più caldo, quello delle “vere” rivalità dello sport Usa fosse quello dei college, più che dei professionisti. «Infatti nelle partite del college football i tifosi si picchiano quasi sempre», è la risposta. Non c’è traccia di giudizio morale, da parte dei miei compagni di viaggio. Si limitano a constatare dati di fatto, pragmaticamente.

E questo tipo di atteggiamento, appunto pragmatico, non è solo dei tifosi: tutto lo sport americano tende a valorizzare al massimo il senso identitario del tifo, e conseguentemente anche la rivalità, perché è evidente che tu definisci la tua identità anche in negativo, anche in relazione a quello che non sei. E così uno degli appuntamenti sportivi più attesi dell’anno, almeno per quanto riguarda il college football, è proprio la “Rivalry Week”, ossia la settimana in cui il calendario dei college prevede tutti i derby più importanti: Michigan contro Ohio State, Texas contro Oklahoma, Oregon contro Oregon State, eccetera. E se organizzi un fine settimana del genere dai anche per scontato che se metti insieme centinaia di migliaia di tifosi, nel caso dei college poi quasi tutti molto giovani, in un avvenimento così sentito e appassionante come una rivalità sportiva, possa anche scapparci la rissa, possano esserci problemi di ordine pubblico. È inevitabile, e chi organizza è lì apposta per gestire e limitare i danni. Fantascienza, per noi che viviamo in un paese in cui, nel plauso generale, qualche anno fa i due gironi di serie C vennero divisi in modo longitudinale (Est e Ovest) e non orizzontale: un vero e proprio obbrobrio geografico, costoso per le società e punitivo per i tifosi, motivato dalla necessità di evitare il derby Perugia-Ternana.

Mentre da noi si è nel corso degli anni sedimentato un sistema di regole e misure che hanno come conseguenza quella di rendere il più possibile difficile la vita di chi va allo stadio, negli Stati Uniti avviene assolutamente l’opposto.

Insomma, mentre da noi si è nel corso degli anni sedimentato un sistema di regole e misure che hanno come conseguenza, non si riesce a capire se e quanto voluta, quella di rendere il più possibile difficile la vita di chi va allo stadio, sostanzialmente scoraggiando la partecipazione, e di rendere totalmente impossibile la partecipazione attiva, ossia il tifo, dal momento che almeno in teoria qualsiasi forma di tifo infrange una delle mille regole assurde che regolano gli stadi italiani, negli Stati Uniti avviene assolutamente l’opposto. La vita del tifoso, di chi vuole andare allo stadio, viene semplificata al massimo in qualsiasi aspetto: i biglietti si comprano, quando si trovano, in cinque minuti su Internet. Non servono documenti, e i biglietti non sono nominali. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di posti riservati ad abbonati che non possono andare, e che rivendono il loro posto per la singola partita. Logico, comodo, conveniente per tutti (in Italia non si può fare). L’accesso agli stadi avviene senza controlli e senza perquisizioni. Nessuno ti mette le mani addosso, si passa sotto un metal detector (ma io avevo l’accendino in tasca, e non è suonato nulla,  quindi si suppone trattarsi di metal detector intelligente) e non si entra con borse o zaini, che si lasciano in deposito. Della qualità dell’impianto è inutile parlare: se si è abituati agli standard italiani, non è nemmeno possibile immaginare la differenza.

E non è finita, perché non è solo l’andare allo stadio, che viene agevolato e incentivato: è tutto un sistema organizzato per portarti a sostenere attivamente la squadra, a partecipare, a tifare, e per farti sentire parte di una collettività, di una comunità di tifosi, quei tifosi che tutta l’organizzazione vive come i propri principali interlocutori, e come un elemento sostanziale e imprescindibile. Si pensi solo, spostandoci sull’altro oceano, al rapporto tra i campioni in carica dell’NFL, i Seattle Seahawks, e il loro pubblico (il pubblico più caldo e rumoroso del mondo),  noto in USA e non solo come il “12 uomo”: non solo la società ha ritirato la maglia numero 12, proprio perché quel numero spetta esclusivamente al pubblico, ma dopo la vittoria nel  Superbowl la squadra, nel rituale ricevimento dal presidente della Repubblica, invece di regalare ad Obama la solita maglia, si è presentata con un bandierone del “12th Man”, che è un po’ come se la Juventus avesse regalato a Napolitano una sciarpa dei “Drughi”. E anche se Seattle è sicuramente lo stadio più caldo della National Football League, ovunque negli stadi USA viene sottolineato il senso di appartenenza, e viene fatto sentire al pubblico quanto è importante l’apporto del tifo per le sorti della squadra.

Eppure la gente è quella di cui si diceva prima, uguale a noi, nel bene e nel male, e la passione è la stessa ed è tanta, come da noi, e la passione può trascendere in aggressività e violenza, a maggior ragione quando la birra scorre come scorre (a fiumi, letteralmente), negli stadi americani. Nella parte alta del MetLife Stadium, dove c’è il pubblico più giovane e più caldo, anche a New York, anche in una partita di bassa classifica e non particolarmente sentita, tra i gruppi di tifosi, molto mescolati tra di loro, ci sono momenti di tensione. La security lascia molto fare, la gente si insulta e si manda a quel paese, e poi si placa, anche perché è evidente a tutti, è una cosa che percepisci nitidamente, che il prezzo di questa libertà di movimento, il prezzo per essere trattato come un essere umano “normale”, il prezzo per avere il diritto di lasciarti un po’ andare, di guardare male i tifosi avversari, di insultare l’allenatore e il quarterback della tua squadra perché non ne azzeccano uno, di urlare a squarciagola che stasera i Jets sembrano i “fucking Giantas”, il prezzo di tutto questo è che alla prima stronzata vera che fai, se metti le mani addosso a qualcuno, o se lanci qualcosa in campo, non hai nessuna possibilità di farla franca. Ma è un prezzo che evidentemente la gente paga volentieri, se è vero, come è vero, che la media spettatori dell’Nfl è circa il triplo di quella italiana.

Eppure stiamo parlando dello sport più “televisivo” del mondo, uno sport che se usassimo i “criteri” (si fa per dire) italiani, con tutti i soldi che prende dalla televisione potrebbe permettersi stadi deserti, e invece ecco che cosa dichiarava qualche anno fa Leah La Placa, importante dirigente di Espn: «Non c’è dubbio che da un punto di vista televisivo abbiamo bisogno di vedere gli stadi pieni. Il pubblico televisivo e gli spettatori sugli spalti sono assolutamente complementari, tutti vogliono vivere un’esperienza condivisa». Già, un’esperienza condivisa. Condivisa come quella che hanno vissuto i tifosi di Seattle, sì, ancora loro, l’anno scorso, nella finale dell’American Football Conference, la porta d’accesso al Super Bowl di New York, contro gli odiatissimi rivali dei San Francisco 49ers. Nei giorni precedenti, fino a pochi minuti prima dell’inizio, tutta la città, reale e virtuale, fu inondata di volantini:

12mo uomo. Questo riguarda voi, così come riguarda noi.

Voi potete avere un impatto, su questa partita. Abbiamo bisogno di sentirvi urlare come pazzi, di vedervi con il naso che si rompe lo sforzo. Abbiamo bisogno di tutti voi, e di tutto quello che avete.

Pensate solo che domenica, dopo 60 minuti, potremmo essere diretti a New York. Insieme.

Bellissimo. Davvero toccante. In Italia, probabilmente, l’avrebbero vietato.
 

Nelle immagini: il pubblico al Metlife Stadium (Jeff Zelevansky, Jace Amaro/Getty Images).

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