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Washington contro Washington

Come è cambiata la capitale americana dopo un anno di presidenza Trump: una città sempre più polarizzata tra i residenti cosmopoliti e la nuova amministrazione.

di Valentina Pasquali

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Washington D.C. Alla vigilia del giuramento di Donald Trump, ero a cena con mio marito e una coppia di amici da Kinship, uno dei ristoranti della nouvelle vague culinaria che attraversa Washington D.C. ormai da qualche tempo e che l’anno scorso ha convinto la guida Michelin ad approdare in città per la prima volta. Otto anni prima, e di nuovo nel 2013, l’atmosfera in città era stata euforica. Per le strade un fiume di abiti da sera, tacchi alti e sorrisi e da ogni androne l’eco delle feste per celebrare l’insediamento di Barack e Michelle Obama. Questa volta in una città blindata ma semi-deserta, i miei commensali ed io riflettevamo sulla possibilità che Trump rifacesse la Casa Bianca in oro e broccati, nello stile di un dittatore mediorientale. L’esito del voto aveva provocato un esaurimento nervoso generalizzato nella capitale. La gente, stordita, mormorava che gli psicologi fossero tutti prenotati per mesi. Difficile immaginare un contrasto più acuto di quello tra i nuovi inquilini della Casa Bianca, una coppia che sembra uscita da una telenovela anni Ottanta, e lo spirito di questa città, che si riconosceva molto negli Obama e dove appena il quattro per cento dell’elettorato ha votato per Trump.

Mi è capitato di ripensare a quella cena di gennaio: un gruppo di signore attempate tutte botox e paillettes, accompagnate da mariti in smoking della taglia sbagliata, era entrato nel nostro ristorante. Evidentemente, erano diretti a un ricevimento in onore del nuovo presidente. E così, quando li abbiamo visti entrare, abbiamo subito abbassato la voce. «Una delle cose che è cambiata per me negli ultimi sei mesi è che sto più attenta a quello che dico in pubblico o agli estranei. Non si può più dare per scontato che la gente con cui si ha a che fare sia ragionevole e razionale», ha notato una delle persone presenti quella sera, la mia amica Bryn Davies, consulente nel settore dello sviluppo internazionale. Parole profetiche: a inizio agosto, in un altro ristorante della città, un trentaduenne della Florida ha assalito e picchiato due uomini e una donna che lo avevano criticato a voce alta per il berretto da baseball rosso con lo slogan “MAGA”, acronimo di “Make America Great Again”.

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Il Monumento a Washington e altri musei della Smithsonian Insitution, lungo il National Mall


Nell’era Trump sta tornando ad allargarsi il divario tra la Washington mondana e la D.C. della gente che lavora

La transizione politica in corso fa paura, per i toni con cui il nuovo primo cittadino ha attaccato per anni la capitale, definendola una «fogna», oppure una «palude» da drenare, per la sua volgarità impenitente e ignoranza delle regole del gioco. Eppure Washington D.C. è sopravvissuta a sfide simili in passato, anzi ha prosperato anche ai tempi degli evangelici di Newt Gingrich, dei neo-conservatori di Paul Wolfowitz e del Tea Party di Sarah Palin. Come allora anche questa volta i “washingtoniani” si sono ritirati nel proprio guscio, armati di un misto di risolutezza e indifferenza. Nell’era Trump sta tornando ad allargarsi il divario tradizionale tra la Washington ufficiale degli intrighi politici e dei ricevimenti mondani e la D.C. della gente che lavora: due anime che si erano mischiate come mai prima durante gli anni di Obama e che ora hanno ripreso a ignorarsi come da tradizione.

Fino alla metà degli anni Novanta, Washington D.C. è rimasta inspiegabilmente provinciale. Come racconta Nora Ephron nel delizioso libro del 1983 Affari di Cuore, la città era denigrata in particolare dai newyorkesi, cui toccava rinunciare alla rucola e al formaggio di capra, che sulle sponde melmose del Potomac non erano ancora arrivati, per ricoprire ruoli autorevoli nel governo o nei media. Poi all’inizio del nuovo millennio l’economia è esplosa, grazie alle montagne di dollari spesi dal presidente George W. Bush per finanziare il complesso militare-industriale, e per via di cambiamenti demografici e culturali che hanno stravolto gran parte delle aree urbane americane che, dopo essersi svuotate negli anni Settanta e Ottanta, hanno cominciato a ripopolarsi con l’arrivo dei millennial istruiti e benestanti alla ricerca di uno stile di vita più “europeo” rispetto a quello dei loro genitori.

Gli anni di Obama hanno rappresentato un po’ la ciliegina sulla torta nello sviluppo della capitale, che è riuscita ad acquisire un’aria al contempo radical chic e travolgente. La downtown, un tempo devastata dall’epidemia del crack e piuttosto pericolosa, è oggi pressoché irriconoscibile, con i suoi palazzi in vetro, i negozi di Hermès e gli affitti da far girare la testa. La gentrificazione ha toccato quasi ogni quartiere, rivitalizzando decine e decine di strade cadenti a forza di ristoranti, palestre, spazi di coworking, negozi di alimentari e arredamento. La 14esima nel quadrante nordovest di Washington e la H in quello nordest sono gli esperimenti più emblematici di questo fenomeno, anche se non gli unici: fino a una decina d’anni fa erano costellate di vecchie palazzine abbandonate con alti tassi di criminalità; poi sono arrivati i grandi supermercati di ultima generazione, Whole Foods sulla 14 e Giant sulla H, seguiti a ruota dai condomini di lusso con le piscine sul tetto e infine da una valanga di locali e negozi prima più modesti e poi sempre più ambiziosi e costosi, che le hanno trasformate in due dei corridoi commerciali più frequentati della città. Certo anche la gentrificazione ha avuto un prezzo, specialmente per la comunità afro-americana, che per decenni fu maggioranza assoluta della popolazione e di recente si è ridotta a minoranza più numerosa. Secondo Maurice Jackson, professore di Storia afro-americana e musica jazz alla Georgetown University, le imprese edili hanno fatto il bello e il cattivo tempo sotto Bush come sotto Obama, e continueranno probabilmente a prosperare con Trump, rigenerando quartieri poveri e malmessi per soddisfare le esigenze dei bianchi facoltosi anche a costo di buttare i residenti storici fuori dalle loro vecchie case.

Non c’è dubbio che sia diventata una destinazione attraente per i giovani di talento

Sempre meno tracce rimangono della U Street di un tempo, cuore della Washington D.C. nera, dove nacque Duke Ellington e dove suonarono Billie Holiday, Louis Armstrong, Ella Fitzgerald e Miles Davis. «Nessuno vuole vivere in mezzo alla droga e al crimine» quando si può godere invece di una città ricca e divertente, dice rassegnato Miles, il figlio ventinovenne di Jackson, mentre chiacchieriamo nel piccolo negozio di accessori e abbigliamento per lo skateboard di cui è comproprietario, proprio sulla U: i suoi amici, in particolare quelli meno privilegiati di lui, che ha fatto le scuole private e ha una laurea della University of Michigan, sono però quasi sempre esclusi dall’abbondanza di prodotti e servizi. Non c’è dubbio comunque che, in generale, Washinton D.C. arrivi da un periodo di crescita straordinaria (dal 2007 a oggi la città ha guadagnato più di 100 mila residenti) e sia diventata una destinazione attraente soprattutto per i giovani di talento, americani e stranieri, interessati a una carriera nei settori pubblico e dello sviluppo e della cooperazione internazionale piuttosto che alle banche di Wall Street o alle startup. Con l’arrivo di Trump, però, è sorto improvvisamente il dubbio che, tra le minacce di licenziamenti di massa, i promessi tagli di bilancio, la revoca delle norme ambientali e finanziarie e l’offensiva contro la stampa, questa tendenza possa invertirsi, riprecipitando la città nell’oscurità di quarant’anni fa. Un funzionario che ha lasciato il dipartimento di Stato di recente, ad esempio, la descrive come «il reparto oncologia» di un ospedale: se ne va qualcuno ogni giorno e l’umore di chi rimane è sotto terra.

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La storica (oggi chiusa) Heller’s Bakery nell’area di Mount Pleasant

Chi può cerca di fuggire al Tesoro o alla Difesa, oppure nelle aziende private di consulenza, ma c’è anche chi ha lasciato Washington per lidi più promettenti o sta pensando di farlo. Non appena insediatosi nella sua nuova poltrona, il segretario Rex Tillerson ha proposto di tagliare il bilancio degli Esteri del 31 per cento e la forza lavoro, che oggi si aggira sui 75 mila dipendenti tra diplomatici e funzionari, dell’8. Ha chiuso l’ufficio che si occupava di crimini di guerra e genocidi e sospeso l’assunzione dei migliori neo-laureati. Se i dipendenti pubblici, una comunità da sempre importante a Washington, hanno davanti a sé un futuro incerto, mille dubbi si insinuano anche nelle menti dei residenti stranieri che si riconoscevano nella Washington cosmopolita di Obama. «Siamo ancora i benvenuti? Saremo al sicuro? Avremo opportunità una volta finiti gli studi?» chiedono a Jason Kennedy, che si occupa del reclutamento di studenti internazionali alla Business School di American University, i ragazzi che stanno valutando se venire l’anno prossimo. Già a marzo, la pubblicazione specializzata Inside Higher Ed riportava un calo di domande da parte di stranieri nel 40 per cento di college americani.

Più giovane, più ricca, più imprenditoriale e più radicata che mai, si sta battendo per preservare il proprio spirito aperto e progressista.

Kennedy, il dirigente della Georgetown, sostiene che in fondo Washington D.C. si sente ancora come la città di Barack e Michelle Obama e che Trump è percepito come un ospite ingombrante. Washington, più giovane, più ricca, più imprenditoriale e più radicata che mai, si sta battendo per preservare il proprio spirito aperto e progressista. «Tante persone che conosco che non erano attive in politica lo sono diventate dopo le elezioni di novembre e quelle che lo erano già si stanno dando da fare ancora di più», mi dice Kalsoom Lakhani, di padre pachistano e madre bengalese, cresciuta tra Islamabad e Dhaka e solo di recente diventata cittadina americana. Giovane Ceo di una società che offre formazione e finanziamenti alle start-up più promettenti del Pakistan, Lakhani è organizzatrice di cene, incontri e dibattiti che, dice, le servono per tenere a bada i nervi messi a dura prova dalla «mascolinità tossica» di Trump e i suoi. Sulla facciata di mattoni rossi di Compass Rose, che a ridosso della trafficatissima 14esima strada serve a una clientela fatta soprattutto di giornalisti e diplomatici delle rielaborazioni eclettiche dello street food internazionale, dal pane-pizza georgiano khachapuri al poké hawaiano di sashimi di tonno su letto di riso colloso, sono apparsi in forma di graffito per qualche settimana alcuni versi del sonetto di Emma Lazarus inciso sulla Statua della Libertà: Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare libere, i rifiuti miserabili delle vostre coste affollate. La proprietaria del locale, Rose Previte, ha commissionato l’opera alla propria barista/pittrice Janelle Whisenant sulla scia di un incontro tra ristoratori avvenuto subito prima dell’inaugurazione di Trump per pianificare forme di dissenso pacifico alle sue proposte più estreme.

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l fiume Potomac scorre davanti al Georgetown Waterfront

Appoggiata per terra nell’ufficio di una dirigente del Washington Post in attesa di trovare una collocazione più adatta, sta l’impaginatura originale a piombo della prima del 9 agosto 1974, con titolo strillato a tutta pagina Nixon Resigns. Se c’è un’istituzione in città che sa come gestire un presidente ricalcitrante e riottoso è il Post, che sta vivendo un momento d’oro come non se ne vedeva da decenni, grazie ai milioni investiti negli ultimi quattro anni dall’attuale proprietario, il fondatore di Amazon Jeff Bezos, e sull’onda del duello a suon di scoop politici con il New York Times. Gli abbonati al Post sono cresciuti del 75 per cento nel 2016, mentre sono raddoppiate le entrate provenienti dalle sottoscrizioni online, consentendo al giornale di assumere una sessantina di nuovi giornalisti. Secondo Steven Roberts, che insegna etica dei media a George Washington University, un’intera generazione di reporter è cresciuta all’ombra di Woodward e Bernstein e delle loro incarnazioni cinematografiche. «Per certi versi», confessa a Studio, «questo momento è un po’ come Watergate: the Sequel. Non vedo l’ora di vedere il film».

Visito la nuova sede assieme a Paul Fahri, che è al Washington Post da 29 anni e oggi scrive di media. Il giornale si è trasferito nel 2015 al settimo e ottavo piano di un imponente palazzo in vetro e cemento sulla K Street delle lobby, a una manciata di isolati dalla Casa Bianca. L’edificio, che risale alla fine degli anni Ottanta ed è conosciuto come “One Franklin Square” dal nome della piazza su cui si affaccia, è tra i più alti in città ed è riconoscibile grazie alle due torri art déco che ne ravvivano la struttura illuminandosi di notte. Il lavoro degli ultimi mesi è motivo di grande orgoglio, mi dice Farhi, perché il giornale, che ha di recente adattato il motto «Democracy Dies in Darkness», è di nuovo al centro della storia, perché la gente è tornata a leggere le news e perché le tante fonti che scelgono di confidare ai suoi cronisti i segreti di questa Casa Bianca – rivelando ad esempio che Trump aveva condiviso informazioni riservate con il ministro degli Esteri russo durante un incontro alla Casa Bianca o che il primo consulente per la sicurezza nazionale di Trump Michael Flynn aveva discusso di sanzioni con l’ambasciatore russo a Washington a dicembre – attestano il rispetto e la fiducia degli americani per la testata.

«Trump ha davvero polarizzato l’atteggiamento verso la stampa», prosegue Farhi. Affissa alla parete a vetri dell’ufficio del direttore Martin Baron, pure lui di fama hollywoodiana grazie al film Spotlight, Farhi mi mostra una collezione di lettere e cartoline inviate al giornale quest’anno da lettori desiderosi di offrire apprezzamento, gratitudine e sostegno. Poi sfoggia i sistemi di ultima generazione per l’assorbimento del suono e della certificazione energetica LEED e l’enorme schermo piatto che, appeso nel cuore della redazione, monitora in tempo reale il numero di visitatori sul sito web e gli articoli più letti, simbolo di un giornale che è sempre meno cartaceo e sempre più online. Un orientamento accentuato dall’arrivo di Bezos, che la mia guida descrive come «l’editore ideale» perché «ci dà molti soldi e non ci dice come usarli», ma comunque inevitabile dato lo sconvolgimento di tutta l’industria dell’informazione provocato da Internet.

Bezos ha acquistato casa nella capitale. Si è trasferito nell’enclave di Kalorama, nel quadrante nord ovest

Il digitale ha però anche reso questo e altri grandi giornali sempre più nazionali e globali, e sempre meno locali. Negli ultimi anni il Post, che è da sempre la voce dell’élite prevalentemente bianca di Washington, ha progressivamente ridotto la copertura della città e delle sue periferie. «Non si riesce più a sostenere un business solo con le notizie locali, bisogna circolare tra più persone possibili, e a quelle che stanno altrove non interessa Montgomery County ma la Casa Bianca, Trump, ed è quindi lì che dirigiamo tutte le nostre risorse», spiega, riferendosi alla contea del Maryland nell’area metropolitana di Washington. Gli ex proprietari del Post, la famiglia Graham, rappresentavano l’aristocrazia washingtoniana: un’élite, certo, ma comunque parte del tessuto sociale cittadino. Bezos, invece, ha costruito il proprio impero a Seattle, e solo recentemente ha acquistato casa nella capitale. Si è trasferito nell’enclave di Kalorama, un triangolo alberato nel quadrante nord-ovest di Washington nascosto tra i n 95 egozi di Georgetown, le ambasciate di Massachusetts Avenue e i caffè di Dupont Circle. Lo stesso quartiere che hanno scelto Ivanka e Jared Kushner, e i segretari di Stato Rex Tillerson, del Tesoro Steven Mnuchin e del Commercio Wilbur Ross, nonché gli stessi Obama.

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La statua del generale George Thomas, al centro di Thomas Circle

Però, al contrario degli Obama, che uscivano regolarmente per cenare nei ristoranti più all’avanguardia, acquistare libri allo storico Politics and Prose come al nuovissimo Upshur Street Books nel quartiere ancora in crescita di Petworth, gli accoliti di Trump hanno ripreso a frequentare i locali costosi e mediocri della tradizione, come Cafe Milano a Georgetown, dove, scrive il New York Times, «stanno imparando a nuotare» nelle acque limacciose della città. Lo stesso Trump non ama lasciare la Casa Bianca se non per andare a giocare a golf a Mar-a-Lago o in un qualche altro dei suoi club e si trascina al massimo a BLT Prime, steakhouse che si apre sulla lobby pomposa del vicino Trump International Hotel. Sono passati circa otto mesi dall’inaugurazione di Trump, mesi che si sono rivelati contemporaneamente più ordinari e più eccezionali di quanto si prevedesse. La vita quotidiana della capitale prosegue sui soliti binari, la gente cambia casa, cerca lavoro, apre negozi, va a cena fuori, scrive libri, si sposa, fa figli. Scintillanti palazzi continuano a prendere il posto dei modesti edifici del passato. Eppure il futuro si è fatto più incerto. Da un lato la spesa pubblica che sostiene tanta dell’economia locale e la meritocrazia che la gestisce sono finite entrambe nel mirino della nuova amministrazione.

Dall’altro l’egemonia americana nel mondo, che fa di questa città un centro di potere per il momento ancora senza rivali, è minacciata dal dilettantismo di Trump, oltre che da fenomeni più ampi come l’ascesa della Cina. Per sopravvivere a questa dissonanza, moltioresidenti si sono convinti che tanto Trump verrà cacciato, o se ne andrà prima del tempo. Intanto i generali del Pentagono sembrano aver preso il controllo della Casa Bianca dopo essere riusciti a isolare i nazionalisti dell’ex consigliere Steve Bannon. Ecco quindi che il presidente ha fatto improvvisamente propria la promessa tipica dei falchi conservatori di un aumento dei finanziamenti alla Difesa e di un rinnovato impegno in Afghanistan, scelte che cozzano con i valori progressisti di Washington ma che le garantiscono un flusso costante di dollari. Insomma, anche se talvolta viene il dubbio che Washington D.C. sia un po’ come il Titanic prima di affondare, con l’orchestra che suona mentre l’acqua gelida dell’Atlantico penetra silenziosa in ogni fessura, tanti contano che lo scafo si possa ancora rattoppare.

Fotografie di Greg Kahn
Dal numero 32 di Studio in edicola
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