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È giusto che un luogo diventi “Patrimonio dell’umanità”?

Secondo d'Eramo, assegnando l'ambita etichetta, si rischia di dare i luoghi in pasto al turismo. Ne abbiamo parlato con il segretario generale della Commissione italiana per l'Unesco.

di Francesco Longo

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La prima delusione del turista sbarcato in una località esotica riguarda spesso la presenza di altri turisti già arrivati: il turismo porta sempre con sé i semi della propria distruzione. Il modo in cui i luoghi si modificano a causa dell’afflusso dei visitatori è uno dei temi del nuovo saggio di Marco d’Eramo, Il selfie del mondo: indagine sull’età del turismo (Feltrinelli), che lancia provocazioni ai lettori proprio nel periodo dell’anno in cui le destinazioni delle vacanze tendono spesso verso paradisi autentici e naturali. Conoscendo i desideri del turista, molte località si predispongono a soddisfare le aspettative dell’occhio in arrivo. Il turismo, per d’Eramo, è un fenomeno che agisce «cancellando, creando e modificando mete turistiche», e addirittura «la semplice presenza del turista corrompe l’idea di raggiungere una cultura autentica e totalmente diversa. Paradossalmente viene prodotta un’economia semiotica nostalgica che è sempre in lutto per quel che essa stessa ha rovinato».

Come può un luogo mantenere il suo fascino e nello stesso tempo attirare turisti, soddisfarli pienamente, senza vendere l’anima? D’Eramo osserva cosa accade sotto gli occhi di tutti in molti centri storici: «Se il residente ha bisogno di riparare le scarpe, mentre il turista ha fame di uno snack, e se i turisti spendono più dei residenti, il risultato è che scompare la bottega artigiana del ciabattino e si moltiplicano i fast food». Le città tramontano lentamente, i visitatori allontanano i lavoratori, e i residenti finiscono per abbandonare il centro della città e renderlo così un gigantesco museo a cielo aperto. Piccole località sulla costa, borghi medievali, quartieri mitici diventano irriconoscibili, si ridisegnano, si ripensano per accogliere il turista: il Quartier Latin di Parigi «è un buon esempio di come il turismo può uccidere un quartiere facendolo vivere».

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La parte più controversa del libro di Marco d’Eramo riguarda l’attacco polemico contro l’Unesco e la pratica di selezionare e salvaguardare alcuni siti sotto l’etichetta di Patrimonio dell’umanità: «Il tocco dell’Unesco è letale: dove appone il suo label, letteralmente la città muore, sottoposta a tassidermia. Questo vero e proprio urbanicidio non è perpetrato di proposito, anzi è commesso in perfetta buona volontà e buona fede, per preservare (appunto) un “patrimonio” dell’umanità. Ma preservare vuol dire imbalsamare, o surgelare, risparmiare dall’usura e dalle cicatrici del tempo». Secondo d’Eramo, ricevere l’etichetta di Patrimonio dell’umanità, per un luogo, vuol dire ricevere una sorta di bacio della morte. Proprio l’atto della conservazione immobilizza, toglie vitalità, impedisce il crearsi di nuova arte: «Se nel 450 a.C avessero protetto l’Acropoli di Atene come era allora, non avremmo né i Propilei, né il Partenone, né l’Eretteo. L’Unesco avrebbe starnazzato inorridito di fronte alla Roma del Cinquecento e del Seicento che ha prodotto l’ammirevole pot-pourri di antichità, manierismo e barocco. Meno male che il Marais di Parigi non era stato dichiarato World Heritage, altrimenti il Beaubourg ce lo sognavamo».

Ma davvero l’Unesco, come sostiene d’Eramo, è cieca davanti a questi rischi? Possibile che un’organizzazione così articolata e concentrata a proteggere, promuovere e trasmettere il patrimonio culturale non si accorga di questi problemi, o addirittura li alimenti? Enrico Vicenti, Segretario generale della Commissione nazionale italiana per l’Unesco, ha letto con interesse le critiche contenute nel saggio di Marco d’Eramo e avverte subito: «Ci sono delle cose imprecise». Per esempio, d’Eramo scrive che l’Unesco è l’anima bella dell’industria turistica che «consente di accettare le devastazioni turistiche in nome del salvataggio». Spiega Vicenti: «L’Unesco non accetta neanche per niente le devastazioni del turismo, anzi» e racconta il caso esemplare di Venezia. La città è inserita nella World Heritage List dell’Unesco nel 1987. I siti, come è noto, devono rispondere a dei requisiti molto precisi per diventare Patrimonio dell’umanità. Esiste un sistema di verifiche che controlla la presenza nel tempo di quei requisiti. Se i siti cambiano e i requisiti decadono, vengono inseriti in una lista di luoghi in pericolo e poi, eventualmente, si vedono ritirato il “certificato”: Dresda non è più Patrimonio dell’umanità a causa della costruzione di un ponte voluto dai cittadini attraverso un referendum. Nel caso di Venezia, l’Unesco ha ricevuto nel tempo da diverse associazioni sensibili alla salvaguardia dei beni artistici e naturali la segnalazione che la città stava perdendo i requisiti e ha quindi messo in guardia il sindaco e le autorità chiedendo di intervenire subito. Le criticità riguardano precisamente temi come la regolamentazione dei flussi di turisti, il numero dei bed & breakfast nel centro, o il problema – sempre legato al turismo – delle grandi navi che alterano la cornice della città, tutelata insieme alla sua laguna. I motivi per cui i luoghi finiscono nella lista dei siti in pericolo vanno dunque proprio da un eccesso di turismo alla guerra (come nel caso dello Yemen). «L’esempio di Venezia» – spiega Vicenti – «dimostra che l’Unesco fa l’esatto contrario di accettare le devastazioni del turismo».

Salvaguardare, valorizzare, e trasmettere alle generazioni future il patrimonio sono tre operazioni inevitabilmente in tensione tra loro Secondo d’Eramo il certificato di Patrimonio dell’umanità affossa i luoghi perché attira legioni di nuovi turisti e quindi porta alla lunga alla rovina. Funziona sempre così? Secondo Vicenti «non esiste un automatismo: nessun posto diventa Firenze perché ha il certificato di qualità dell’Unesco. Vogliamo dire che la gente va ad Alberobello perché è Patrimonio dell’umanità e non va a Lecce perché non lo è?». Il turismo è un fenomeno di massa molto più vasto, è uno dei segni caratteristici della nostra epoca, non è che lo specchio di cambiamenti molto più profondi e vasti: «Negli anni Sessanta Matera era sinonimo dell’arretratezza, ora anche i Sassi di Matera si sono gentrificati», nota Vicenti. Un esempio estremo, però, portato da Marco d’Eramo, impressiona e riguarda una città cinese, la città di Lijiang, colpita da un terremoto nel 1996 e l’anno dopo dichiarata Patrimonio dell’umanità: è giunta ad avere più turisti di tutta la Grecia e la metà circa dei turisti di Las Vegas. Di autentico, dopo il terremoto, non era restato nulla. Eppure la tutela di quel nulla si è trasformata in una calamita per turisti.

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La principale via d’uscita da questo scacco – proteggere un luogo attira i turisti, i turisti corrompono il luogo protetto – sembra dunque quella di diversificare gli itinerari. Su questo Vicenti e d’Eramo troverebbero un punto di contatto. Evitare che un turista in Italia veda solo Firenze, Roma e Venezia, o che a Roma vada solo a visitare il Colosseo. Ciò che mette insieme governo, associazionismo e Unesco è il proposito di dare risalto a dei luoghi anche poco conosciuti, in cui l’Unesco si fa garante della qualità, in modo che il turismo sia meno concentrato su poche mete obbligate e finisca per consumarle. Un altro punto dolente riguarda i centri storici che si assomigliano tra loro sempre di più. «Voler mantenere l’unicità e l’irripetibilità di un sito, produce in realtà un “non luogo” sempre uguale a se stesso in tutti i siti heritage della terra», scrive Marco d’Eramo. La sua analisi  riguarda non solo questioni teoriche ma anche risvolti molto pratici che lavorano a uniformare il paesaggio – tutta la retorica del pittoresco urbano fatta di cassette delle lettere, selciati all’antica, vasi rustici di fiori, caffè all’aperto, botteghe di artigiani, ecc. – quel processo che rende ogni centro storico un parco a tema con il risultato che per i cittadini «diventa praticamente impossibile viverci». 51 i siti Patrimonio dell’umanità in Italia, il Paese che guida la classifica50 in Cina, al secondo posto45 in Spagna42 in Francia

L’incontro con Vicenti avviene nella sede dell’Unesco a Roma, ed è inevitabile finire a parlare del centro storico della capitale, ridotto in gran parte a negozietti di souvenir e di paccottiglia, dove agli artigiani si è sostituito un esercito di paninoteche e street food. Questa trasformazione è oggettiva. «Bisogna stare attenti a dare la colpa all’Unesco», dice Vicenti. «Per prima cosa i centri cambiano secondo le leggi dello Stato. I negozi che vendono paccottiglia sono il risultato di liberazioni e di mancanza di tutela degli artigiani. L’Unesco è consapevole di questi problemi e chiede agli Stati di intervenire». Se il libro di Marco d’Eramo solleva molte questioni urgenti e stimolanti, il punto di vista di Vicenti aggiunge ulteriore complessità. Salvaguardare, valorizzare, e trasmettere alle generazioni future il patrimonio, spiega Vicenti, sono tre operazioni inevitabilmente in tensione tra loro. L’Unesco ne è consapevole. Dopo aver letto Il selfie del mondo e aver ascoltato la versione di Vicenti si può ipotizzare che nella prima fase l’Unesco abbia agito per salvare con urgenza ciò che si stava perdendo. È stato lanciato un segnale di allarme, e si è intervenuti come si poteva. Non è escluso che ci siano stati degli effetti collaterali del farmaco usato per impedire la scomparsa di paesaggi naturali, città e culture in bilico. Ma forse sta già prendendo forma una seconda fase, concentrata anche su come mantenere in vita le attività dei luoghi, evitando il rischio che la tutela diventi l’anticamera dell’imbalsamazione. Senza l’Unesco cosa sarebbe successo? Sarebbe stato meglio? Senza turisti che senso avrebbe valorizzare i beni?

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Il futuro della tutela dei luoghi è ormai qui. Cosa fare per il domani? Per d’Eramo: «Va trovato un equilibrio tra costruire e preservare: noi volevamo vivere in città che includessero musei e opere d’arte, non in mausolei con annesso dormitorio: è condanna inumana spendere tutta la propria vita nella foresteria di uno sterminato museo». Vicenti parla della prossima candidatura per l’Italia di un sito che potrebbe diventare un nuovo Patrimonio dell’umanità: Ivrea. La candidatura è legata al progetto industriale e socio-culturale di Adriano Olivetti: «Un complesso di edifici progettato dai più famosi architetti ed urbanisti del Novecento, riconoscibile nel tessuto urbano della città in un disegno complessivo, pur nella selezione dei suoi elementi maggiormente significativi», come si legge sul comunicato del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Nel 2018 si saprà se Ivrea si aggiungerà al ristretto numero di beni industriali del Novecento che hanno ricevuto un riconoscimento di questo tipo.

Se anche luoghi tipicamente industriali cominceranno a far parte dei siti Patrimonio dell’umanità questa tendenza potrebbe cambiare la percezione dei luoghi “naturali”, “autentici” o “incontaminati” e allargare la tipologia di siti d’attrazione per i turisti. E di conseguenza ramificare i flussi, con un impatto minore sui luoghi ormai stremati dalla loro capacità di seduzione. Il selfie del mondo è un libro intelligente ma va letto con altrettanta intelligenza. lo si dovrebbe affiancare alle letture tipiche delle vacanze. Bisognerebbe metterlo in valigia e leggerlo insieme alle Lonely Planet. Educa lo sguardo del visitatore, allena a ragionare per paradossi, insegna a interrogare se stessi e a chiedersi di cosa si è veramente alla ricerca quando ci si sposta. E cosa si desidera quando in viaggio ci si porta qualcosa da leggere.

 

Le fotografie sono tratte da un portfolio di Angelo Antolino intitolato Goethe’s Italian Journey (Italienische Reise), realizzato per il duecentenario del celebre Viaggio in Italia dello scrittore tedesco, di cui Antolino ha ripercorso le tappe. Il lavoro è stato esposto al Goethe Institut di Napoli.
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