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Philippe Starck e l’1% del design

L’inventore del design pop ci ha raccontato la sua quarantennale conquista del mondo, e perché la maggioranza dei designer è inutile.

di Mattia Carzaniga

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Philippe Starck mi fa i complimenti per la cover del telefono. È una cinesata, un finto bicchiere di vino con pure il liquido rosso che ci galleggia dentro. Scoprirò più tardi, nel corso della nostra lunga chiacchierata, che era sincero. Ho davanti il re del design, sì, ma la cosa non sembra riguardarlo. Siamo nello showroom di Driade, precisamente seduti al tavolo di una cucina. Starck è venuto a presentare i suoi ultimi pezzi, fuori c’è Milano. «Non so se e quanto Milano è cambiata nel corso degli anni: è sempre nel nord Italia, vero?». Fa una risata, la prima di molte. Non l’avrei detto. Non era forse un guru imprendibile?

Il punto della conversazione è, o dovrebbe essere: perché oggi tutti parlano di design? Quello che per me è l’iniziatore di tutto – della pletora di designer-star della nostra epoca, della plastica chic, del pop d’autore dentro le case di ogni continente – va subito dritto al punto: «Quando arrivano le grandi crisi, la gente ha meno soldi per comprarsi i bei vestiti, per andare a cena fuori. Perciò spende meno, resta a casa, ed è lì che riceve gli amici. E comincia a fare con la casa quello che faceva con il corpo: se ne prende cura. La casa è lo specchio di quello che siamo, quando lavori sull’ambiente che hai attorno lavori su te stesso. Per capire di cosa hai bisogno, devi prima capire chi sei. È una delle forme di autoanalisi più involontarie ed efficaci che conosca. Poi, se sei stupido, chiedi aiuto a un interior designer. Ma quella è gente che ti fa vivere come dentro una rivista, in due dimensioni. Oggi ci sono più interior designer che clienti, non so quanto sia economicamente redditizio. E pure di designer non ne abbiamo mai avuti così tanti. Non sono un nostalgico, ma prova a pensare al passato. In Italia negli anni Sessanta il design era fatto da tre-quattro nomi al massimo, ed era di qualità altissima. Oggi i designer sono migliaia, ma il numero di prodotti di qualità resta sempre molto limitato. Il che mi porta a dire che il 99 per cento dei designer è del tutto inutile». Fa un’altra risata, più forte. Io insisto sulla casa: siamo designer di noi stessi, ma – parlo per chi vive nelle grandi città, con annessa gentrificazione – siamo costretti a vivere in spazi sempre più piccoli. «Non è una contraddizione. Ho disegnato un hotel a Singapore, si chiama M Social. Sono le stanze più piccole che conosco, ma anche le migliori, le più… sexy, ecco. Come dicono le donne: le dimensioni non contano, conta il talento». La terza risata supera le altre.

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Torniamo a quella percentuale. Un discorso lucido come il suo – ognuno di noi è il designer di se stesso, la maggior parte dei designer è del tutto inutile – non può che arrivare da uno che fa parte di quel risicatissimo un per cento. Non demordo: sono o non sono davanti al primo designer-star dell’era moderna, mediatica, chiamiamola come vogliamo? «Ringrazio le persone che lo pensano: mi rende molto più facile prenotare un tavolo al ristorante». Facciamo che le risate non le trascrivo più. «Ma non ho questa percezione di me, non vivo dentro questa società, sono fuori da tutto. Con mia moglie e mia figlia stiamo in mezzo al nulla, tra il fango, la sabbia, i boschi. Non ci piace la città, non andiamo fuori a cena, non guardiamo la tv, non leggiamo i giornali. Non c’è nessuno specchio a dirmi: fai una vita da rockstar. Anzi, la verità è che, nel momento preciso in cui pensi di essere una star, sei morto. Io mi alzo tutte le mattine con la stessa ansia che avevo all’inizio della mia carriera. L’ansia è una delle ragioni per cui continuo a lavorare. Penso “che merda questa cosa che ho fatto”, e così cerco di fare meglio la volta dopo».

Brevi cenni biografici. All’inizio degli anni Ottanta il giovane Philippe è già una divinità del settore. Collabora coi maggiori marchi internazionali. Crea il concept di “democratic design”. Attira l’attenzione pubblica disegnando gli appartamenti privati dell’allora presidente francese François Mitterrand. Poi un’instancabile e multiforme serie di pezzi d’arredo. E gli alberghi. I ristoranti. I musei. L’hi-tech. I mega-yacht. I profumi. Gli smartphone. «Sono democratico? Sono pop? Non lo so, non m’interessa. Non sono una persona che tende a inscatolare ogni cosa. Vivo il mio lavoro come un continuum attraverso il tempo. Sono molecole, atomi, io semplicemente creo delle relazioni tra loro. Nessuno ha mai detto che il designer deve essere un produttore di materia. Il designer è una persona abbastanza intelligente, sensibile e generosa da capire cosa serve prima di tutto a lui, e poi a chi gli sta intorno. Se ha talento, il suo dovere è proporre soluzioni che migliorino la vita, in qualunque campo. Un designer può fare qualsiasi cosa, nel rispetto di alcune regole: il massimo raggio di visione possibile, la qualità, l’onestà, la creatività, se ci riesce anche la poesia. Senza sentirsi un eroe: un designer è utile, ma lavora perlopiù con l’inutile. Io forse per questo non mi considero un designer fino in fondo. Un designer è uno che ama il design: io no. Non ho ancora capito perché ho scelto questo mestiere, probabilmente perché è l’unica cosa che so fare». Gli dico che pare di risentire Andre Agassi all’inizio di Open, e cioè la confessione del fatto che odia il tennis ma non può fare altro. «Io però il design non lo amo ma neanche lo odio: è diverso. Nella vita non odio nulla, a parte la stupidità e l’estrema destra, che spesso vanno insieme. Penso solo che ci siano cose più rilevanti del design: la scienza, la poesia, la musica, la politica, la storia dell’evoluzione umana, i cambiamenti sociali provocati dalle riflessioni sulla moralità, sul sesso, pensa al dibattito sul gender di questi anni. Non riesco a provare interesse per una sedia, nemmeno se l’ho fatta io. Puoi dedicare un po’ del tuo tempo a disegnare una bella sedia, sfamare la tua famiglia con quella sedia, ma non mi chiedere di appassionarmi a quella sedia: ho ancora un po’ di rispetto per me stesso».

Spremiagrumi PSJS Juicy Salif per Alessi (1990)

Axor Starck Organic per Hansgrohe (2012)

Bollitore Hot Bertaa per Alessi (1987)

Sedia Dr. No per Kartell (1996)

Sedia Louis Ghost per Kartell (2002)

Mouse ottico per Microsoft (2004)

Orologio O-ring per Fossil (2007)

Termostato smart per Netatmo (2016)

Cuffie linea Zik Gold per Parrot (2012)

«Sono democratico? Sono pop? Non lo so, non m’interessa. Non sono una persona che tende a inscatolare ogni cosa. Vivo il mio lavoro come un continuum attraverso il tempo. Sono molecole, atomi, io creo relazioni tra loro» Gli sottopongo un’altra parola, con cui sembra aver dialogato spesso: potere. «C’è un lato buono: la possibilità di avere strumenti per fare quello che vuoi e in cui credi, senza dovere ogni volta perdere tempo a spiegare qual è la tua visione. Se hai il potere puoi realizzarla e basta. C’è un lato cattivo: tutto ciò che va contro l’essere umano. In due parole: Donald Trump. Oggi c’è una recrudescenza del fascismo, di tutti i fascismi. I dittatori arrivano quando la gente ha paura del futuro. Del progresso. Questa è la stupidità. L’uomo è in eterna mutazione. Se non capiamo che è grazie al progresso se non siamo solo delle super-scimmie, allora siamo fottuti. Prendi anche il design. Da anni il passato è l’unico focus creativo, tutto dev’essere vintage, retrò. Oggi è tutto finto italiano anni Sessanta, finto scandinavo anni Ottanta. Tutto fake. A volte è fatto pure bene, ma non c’è spinta creativa, proiezione verso il futuro. Nessuno lo dice, perché adesso al mercato sta bene così. Per questo io sto in stand-by, aspetto che la vita faccia il suo corso, che l’ombra ceda il posto alla luce, che il conservatorismo lasci spazio alla modernità. Ci sono abituato, ho vissuto tutta la mia vita in anticipo, le aziende con cui lavoravo non capivano e allora aspettavo, sapendo che un giorno ci sarebbero arrivate anche loro. Mentre aspetto, posso solo fare due cose. La prima: sfruttare tutte le innovazioni che ci regala la più alta tecnologia, scegliere fibre chimiche mai usate prima, lavorare con l’intelligenza artificiale. La seconda: fare semplicemente dei buoni pezzi di arredamento, che è già molto. Di recente ho voluto tentare una rivoluzione, un’impresa in cui nessuno è mai riuscito: disegnare un divano comodo. Ne hai mai visto uno? Io a casa il divano praticamente non lo uso, passo dalla cucina al letto, dal letto alla cucina. Poi un giorno mi sono detto: anch’io voglio un divano, e allora sono andato a cercarlo nei negozi più belli ed erano tutti scomodissimi: salto su uno e per poco non mi rompo l’osso del collo. I divani comodi non esistono, o sono rarissimi. Quando anni fa stavo lavorando alla barca di Steve Jobs, sottoposi a sua moglie una serie di consigli per gli interni. Lei mi disse che i divani che le suggerivo io non li voleva, mi fece vedere la fotografia di un divano shabby chic scovato in chissà che posto a New York. Io restai inorridito, lei mi disse: “Vallo a provare”. Aveva ragione».

Mi resta ancora da capire com’è la vita del designer più star, pop, democratico (questi aggettivi però non glieli ripeto) del mondo. «Non ho molti obblighi, se non quello di supportare le persone che si assumono dei rischi per investire su un mio modello. Penso che il minimo che possa fare è stare al loro fianco quando il progetto diventa prodotto». Come fa adesso con Driade. «La poltrona Lou Speak è perfetta per leggere. I pezzi nuovi li ho chiamati Torquemada, sono sedie, poltrone, un tavolo. Anche qui c’è della filosofia dietro il loro progetto, oddio “filosofia” è una parola grossa. Insomma, dicono che adesso le persone non vogliono più la plastica, vogliono il legno. Poi scopri che di legno, per fare i mobili, ne usano mezzo centimetro. Io sono onesto: se la gente vuole il legno, io gli do il legno. Torquemada è legno solido, forte. Sono stato il primo designer a lavorare con i materiali sintetici, a sostenere l’idea che possano essere nobili quanto quelli naturali. Ma i materiali naturali devono essere usati al massimo delle loro potenzialità, non si può fingere».

Siamo seduti in una cucina, e dall’inizio ho in testa questa roba, non so perché: che cosa mangia Philippe Starck? «Quinoa. Sempre. No, non sempre, ho una doppia vita. Quando sono in giro, cioè circa sei mesi l’anno, mangio di tutto, ingrasso, uno schifo. Quando sono a casa mangio quinoa in continuazione, a colazione, a pranzo, a cena. Mia moglie mi dice: non ti sei stufato? E io no, datemi ancora quinoa. Un goccio del mio olio d’oliva biologico e un bicchiere di champagne. Basta. È per questo se sono ancora vivo. Se mangiassi solo come quando sono in viaggio, sarei già morto da un pezzo. Forse è vero: per la metà del tempo ho davvero una vita da rockstar». E ride.

Dal numero 31 di Studio, in edicola
Fotografie di Andy Massaccesi
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