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Le colazioni sentimentali

I gloriosi baluardi della vecchia guardia, gli avamposti dei salotti bene della città, i tavolini studiatamente snob: viaggio nei migliori caffè di Milano.

di Mattia Carzaniga

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Diceva il saggio: sapessi com’è strano darsi appuntamento a Milano. Aveva ragione – il saggio del resto ha sempre ragione. Il dove incontrarsi costringe a operare una scelta che ha ogni volta a che fare con il marcare i territori, il darsi riconoscibilità, il cercare appartenenza sociale. Ha a che fare con le cerchie, intese come circonvallazioni (cfr.: circonvalla), in base alle quali qui ogni cosa è collocata. A Milano i quartieri cambiano nel giro di un incrocio, eri in Porta Romana e di colpo sei in XXII Marzo, il confine pur così labile tra Ticinese e San Gottardo sarà ulteriormente marcato dalla nuova piazza XXIV Maggio, rispianata e riannacquata per Expo. Milano è così piccola che bisogna inventarla: si tracciano le zone per dividere le genti, assegnare i cartellini, indirizzare i codici.

«A veder l’affollamento di certi bar eleganti, […] pare che questa spesa la sopporti un sempre maggior numero di giovanotti», scriveva Camilla Cederna nel 1961. Oggi non la sopporta quasi più nessuno: i milanesi restano un popolo di stylist, designer, freelance, ma tutti a partita Iva, su cui oggi il cappuccino (cfr.: cappuccio) al tavolo incide sui conti correnti assai più che negli anni del boom. Epperò non si può rinunciare al rito salottiero, al darsi mostra dove si conviene, alla geolocalizzazione su Instagram di un camparino o un croissant. Tanto che i locali di recente inaugurazione hipster sono spesso ben più salati degli indirizzi storici: come si farebbe altrimenti a selezionare la clientela rampante nonostante tutto, a creare nuove istituzioni. A chiudere i cerchi, e le cerchie. Come si farebbe a scegliere dove darsi appuntamento. E già, sapessi com’è strano.

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Cucchi

Il signor Cesare (il cognome è lo stesso dell’insegna) è ancora lì dietro la cassa, quando finisce il turno che dura da tutta la vita entra nel portone dall’altra parte di Conca del Naviglio, fa un power nap (lui lo chiamerà così?) e vi si installa nuovamente. Il suo caffè è uno dei più gloriosi baluardi della vecchia guardia milanese, quella seggiola dietro la cassa il suo trono di spade. Da Cucchi si va per farsi vedere ancor prima che per la pasticceria e gli aperitivi della casa, che pure valgono bene un tavolino fisso: ce l’ha la maggior parte dei clienti che s’incrociano da queste parti, come i banchi in parrocchia. L’aperitivo è un culto: per le sfogline col sesamo, per il martini cocktail che resta spartano ma sempre ben agitato, per il défilé inarrestabile. Cucchi è una grande chiesa, che passa da Bianca Balti e arriva fino a Urbano Cairo, da un po’ diventato assiduo habitué, chi l’avrebbe mai detto. E poi i filosofi di una volta, e scribacchini, vecchie sciure con la bollicina facile, wannabe di tutti i generi e gradi. Cucchi sta a Milano come il Café de Flore a Parigi, con la differenza che qua è tutto più sgarrupato, in questo sta il bello: nell’intonaco un po’ scrostato, nelle sedie rosse sfondate, nei quadri improbabili che ogni tanto finiscono affissi alle pareti. Il caffè ha dalla sua l’incrocio più bello di Milano, per possibilità di stare seduti fuori, con tavolini vista struscio ma sempre defilati il giusto. Si è gridato allo scandalo per la nuova veranda all’aperto che li ha ingabbiati, con la scusa di guadagnare qualche posto in più al caldo, d’inverno. Faceva più pizzeria napoletana che pasticceria bobo, ma gli si è voluto bene (al recinto) in breve tempo. Perché qui, caso pressoché unico nel mordi (letteralmente) e fuggi cittadino, ci si affeziona. «Finiremo in quel caffè di Porta Ticinese», cantava un’altra saggia. Non credo affatto si riferisse a questo, ma nella mia testa ho sempre voluto immaginarlo. Anche perché il fatto che Cucchi sia davvero in Ticinese, questo, come si è detto, fa parte del dibattito topografico che non darà mai esiti certi.

 

Marchesi

8P4A9485La signora milanese che sta alla cassa ha i modi spicci delle signore milanesi che stanno alla cassa: prego, mi dica, scontrino, arrivederci, un sorriso quando serve, quanto basta. Da Marchesi va avanti così dal 1824, cittadini che vanno lesti, un caffè e un croissant, poi di corsa a riprendere la vita e il lavoro e le vacche. Come in una tela vecchia Milano di Mosè Bianchi o Angelo Inganni (fine della digressione pseudo-colta). Per questo l’avamposto di tutti i salotti bene della città, piazzato in quel crocicchio ottocentesco tra corso Magenta e via Meravigli, quella stessa città sembra rispecchiarla. All’ingresso trovi le splendide vetrine con la processione di piccola pasticceria, e le favolose praline, i bonbon, i panettoni (i migliori della città, anche in versione ripassata al forno quando finiscono le Feste, come il riso al salto del giorno dopo). I tavolini stanno dietro, nella sala stuccata e nascosta, come quei palazzi del centro che sbirci dentro quando i portoni restano aperti per un attimo e scopri cortili, e magnolie, e fontane segrete. Sarà questo lato elegante ma mai sfacciato, questa riservatezza nordica, ad aver sedotto Miuccia Prada. La sua casa di moda molto intellettuale ha acquisito lo storico indirizzo un anno fa. Ne aprirà una succursale in via Montenapoleone e nelle aree ristoro del nuovo epicentro in Galleria, fresca di ripittura. Sarà bello vedere come la classe molto “local” di Marchesi saprà parlare ai russiarabicinesi che fanno acquisti di lusso e inforcano cappuccini al volo nel primo Cova lì di fronte. Di certo il milanese saprà sempre ritrovarsi, con la signora che sta alla cassa e i suoi modi spicci, il panettone ripassato, l’aria di chi sa che non sarà una nuova brezza passeggera a scalfire una tela vecchia Milano così precisa, così immune alla prova del tempo.

Sissi

Prendi un milanese, trattalo male. Stai sicuro che tornerà, è il teorema (a proposito di soliti saggi) da sempre più comprovato in città. Da Sissi, un buco lungo e stretto non troppo dissimile da un qualsivoglia bar tabacchi (con aggiunta, nella bella stagione, di uno spiazzo di cemento in mezzo ai garage con sedie di plasticaccia verde: lo chiamano giardino), si finisce persino per apprezzare lo stile rustico, diciamo così. Ho provato a boicottarli in un raptus di pasionarietà, ma vincono sempre loro. Le brioche – un’unica versione, con giusto un velo di marmellata, da farcire eventualmente a piacere con creme da paradiso – sono a detta di molti le migliori della città. L’aria da salotto buono ma scasciato attira chiunque, dai froci della moda a Roberto Calasso e Fleur Jaeggy, adelphianamente in tinta con il punto di rosa delle tovaglie: li ho visti paparazzati su Facebook da gente che aggiungeva sbavo allo sbavo per i cornetti ancora caldi. Ci si va apposta, perché Piazza Risorgimento è zona residenziale, certo poco di passaggio. Ma negli anni Sissi è diventato, zitto zitto, il grande classico delle colazioni del weekend, con ressa (griffatissima) al bancone; ai piedi, i resti delle paste sbocconcellate dalla Milano che piace alla gente che piace, o di quella che aspira a diventarlo oggi. Da Via Montenapoleone (inteso come film dei fratelli Vanzina) non si esce neanche ad anni duemila inoltrati. Sembra tutto studiatamente snob, il che fa acquistare altri punti, anche per i duri e puri che come me non vogliono accettarlo: il giorno di chiusura (è il martedì, si finisce sempre per dimenticarlo), le crestine delle mammy stile Via col vento, il titolare afro che però scherza coi clienti in dialetto milanese. Sissi è una grande lezione di vita, da milanese che cerca di lottare contro i miti locali: non parlatemi più di principî, datemi solo brioche.

 

Pavè

8P4A9599Quando io e il fotografo di questo servizio facciamo il nostro ingresso, vediamo sprofondata su una poltrona una mamma che allatta. Non poteva non esserci libertà di poppata nel nuovo indirizzo hipster-cool-placetobe della città. L’amica della allattante mi dice: «Qui ci sono le migliori brioche della città» (ancora), con accento vagamente brasiliano, perché non poteva non esserci nemmeno internazionalità, in fondo questa è la città dei burger bar, mica delle trattorie. Perché abbiamo infilato anche questo indirizzo tra i salotti buoni della città? Perché la brioche centosessanta (prende il nome dai grammi di burro che contiene, ma forse è meglio ingollare e non sapere) è all’altezza della sua fama; perché finalmente si può dire anche nella metropoli con gli affitti alle stelle largo ai giovani, che a volte fan pagare più dei vecchi ma si sono impegnati a fare quadrato attorno alla pasticceria, tradizionalmente settore polveroso e fané; perché Paolo Giordano ci fa le presentazioni dei suoi libri coi giornalisti, i giornalisti mandano gli art director a fare sopralluoghi per servizi di moda e costume, gli art director rilanciano la voce a chissà chi altri: il risultato è un telefono senza fili molto radical e molto fighetto che si è imposto in brevissimo tempo scalzando una concorrenza ben più blasonata e con le spalle larghe. Il tutto avviene in piena Porta Venezia, il Castro di Milano, e si sa che la lobby gay ha il suo notevolissimo peso nella diffusione di fotine foodporn su Instagram. I dolci sono assai buoni, perché anche i giovani con le pezze al culo meritano una fetta di Saint-Honoré fatta come dio comanda. E poi la sera fanno l’ape (ma chiude presto) con lo Zucca, perché è tutto giustamente a chilometro zero, tutto da riscoprire, come in un mercatino vintage al Franco Parenti. Prima di uscire (io e il fotografo), entrano tre hipster, tutti così ben confezionati col loro berrettino, la cerata gialla, i pantaloni risvoltati. A Milano una pasticceria così fuorisalone, fino ad ora, non si era mai vista.

 

Dal numero 23 di Studio. Foto di Francesco Pizzo
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