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Il gelato come illusione

Un tempo si portava il vino, oggi si porta il gelato. Cronache di cene estive ai tempi delle vaschette in polistirolo.

di Elena Stancanelli

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Con questo articolo inauguriamo “Studio Estate”, una serie dedicata ai simboli e ai luoghi dell’estate. Tutti i pezzi saranno archiviati a questo link.

 

Prima della vaschetta di polistirolo le cene finivano col dolce, e poi la frutta. Anche d’estate. E gli amici portavano il vino, qualcuno la champagne. Prima della vaschetta di polistirolo non c’erano neanche i messaggi sul telefonino, forse non c’era neanche il telefonino e gli amici trascorrevano il pomeriggio che precedeva la cena, qualsiasi cena, in totale serenità. Poi, prima di uscire di casa, dovevano solo ricordarsi di prendere una bottiglia di vino dalla dispensa, o lo champagne dal frigorifero. Non chiedevano, come facciamo adesso mandando un messaggio, «a che ora?». Otto, otto e mezzo, nove. Minuto più minuto meno. A che ora vuoi arrivare? Che bisogno abbiamo di domandare sempre tutto, quando poi arriviamo quando ci pare, quando ci viene più comodo? Solo perché i messaggi su Whatsapp sono gratuiti. Che porto? Chiediamo infatti adesso. Porto il gelato?

Ho fatto un esperimento, qualche giorno fa. Ho invitato degli amici a cena, era estate. E nel messaggio ho scritto: per favore, non portate il gelato. Ci sono rimasti male. Probabilmente perché volevano mangiare il gelato alla fine della cena, e non il dolce o la frutta come immaginavano di trovare. Abbiamo riso, di questo mio messaggio, quando sono arrivati. E io ho spiegato che avevo appena fatto un’altra cena, e quindi il gelato ce l’avevo e glielo’avrei dato di sicuro, alla fine. Non dovevano preoccuparsi di dover mangiare la frutta. Ma loro ci sono rimasti male lo stesso. Perché loro, giustamente, non volevano del gelato tanto per avere il gelato, volevano il gelato che avrebbero comprato loro, in quella specifica gelateria che è l’unica che lo fa buono a Roma. E soprattutto i gusti che avrebbero scelto loro.

GELATO

Tutti abbiamo notato il lampo negli occhi degli ospiti quando aprono la vaschetta che hanno portato e illustrano i gusti, i raffinati abbinamenti, la presenza della panna (cruciale) o la mancanza della panna (volgare). E come si spendono nel raccomandare quella gelateria che, nonostante quanto si dica in giro, è ancora/diventata/la più buona di Roma. C’è chi ama la frutta, chi pensa che il gelato siano soltanto le creme, chi aborre quei nuovi gusti nei quali si mescolano bacche frutta, alcool e chi ritiene siano incomparabilmente più buoni delle solite creme e cioccolato. E nonostante io alle cene inviti soltanto i miei amici, e quindi mi faccia garante della presenza esclusiva di persone non troppo dissimili, questo non esclude che amino cose diverse. Potrei aver fatto, per esempio, una cena di sperimentatori del gelato seguita da una cena di tradizionalisti, o viceversa. Tutto questo però avrebbe senso se quello che rimane nella vaschetta di polistirolo, rimessa nel freezer troppo tardi rispetto alla velocità a cui si scioglie il gelato, fosse ancora in qualche modo riconoscibile. Ma non lo è, mai. Per la ragione che la vaschetta di polistirolo, che viene tirata fuori dal freezer sempre troppo tardi costringendoci a scalpellare blocchi di gelato inscalfibili di fronte ai quali talvolta ci si riduce a rastrellare col cucchiaio riccioli uno a uno, viene anche rimessa dentro, troppo tardi.

Per quanto buono, per quanto ben calibrato sul numero dei partecipanti alla cena, non si riesce mai a finirlo.

Sia detto per inciso: il caso in cui il gelato finisca la stessa sera in cui è stato portato, non è dato. Vorrei evitare di farlo, ma la storia del gelato nella vaschetta rimanda, per noi che abbiamo una certa età, alla faccenda dell’insalata di riso, di cui si è molto parlato: se sia possibile che a una certo punto, a una cena o anche nei giorni successivi, una ciotola di insalata di riso si svuoti completamente. Così il gelato, che per quanto buono, per quanto ben calibrato sul numero dei partecipanti alla cena, non si riesce mai a finirlo. La ragione, secondo me, è anche nel fatto che il gelato costa poco, e comprarne un po’ di più fa fare bella figura e non è troppo impegnativo. Ma dipende anche dalla conformazione della vaschetta di polistirolo, ma su questo ci torneremo. I miei amici quindi, quelli della seconda cena, legittimamente non intendevano razzolare negli avanzi del gelato, solidificato in maniera inesplicabile nella vaschetta rimessa nel freezer. Quando alle cene portavamo il vino, o la champagne, e arrivavamo alle otto e mezza nove anche senza che ci fosse stato specificato, verso le undici, quando si portava in tavola la frutta, eravamo tutti un po’ ubriachi. Di champagne o di vino, fa lo stesso. E nessuno sentiva l’esigenza di mangiarsi un gelato, anche perché oggettivamente nessun gelato sarebbe sopravvissuto al trasporto, soprattutto estivo. Poi, qualcuno, ha inventato le vaschette di polistirolo.

 

Tra l’altro quella persona deve aver guadagnato moltissimo denaro con la sua invenzione, perché tutte le vaschette del gelato sono identiche e probabilmente provengono dalla stessa fabbrica. O magari non c’è un copyright e sono tutte copiate dalla vaschetta zero, che qualche gelataio si è fatto preparare da un amico che trafficava in polistirolo. Ed è stato lui, quindi, l’astuto gelataio, a immaginare la forma della vaschetta. A prevedere che avesse un’apertura larga e un invaso più stretto, così da mistificare la quantità di gelato e da rendere complicata fino all’impossibilità l’operazione di recupero. A patto che si riesca a staccare lo scotch che tiene sigillato il coperchio, avanzare dentro la vaschetta col cucchiaio non è agevole, oltre che esteticamente mortificante. Quanti amici abbiamo visto razzolare per un tempo infinito, un po’ ubriachi e incapaci di reggere nel frattempo la conversazione? Di solito si tratta degli stessi che l’hanno portato, i quali sono decisi a riempire le ciotoline e farci guastare la meraviglia della migliore gelateria di Roma, costi quel che costi.

E infatti lo assaggiamo appena, e poi lasciamo che si sciolga, fingendo di aspettare che sia più morbido. Lì, tra il resto dei piatti sporchi, se ne va quel che resta del gelato.

Lo vogliamo dire? Il gelato, dopo aver soggiornato nel polistirolo, è cattivo. Lo so, non c’è nessuna spiegazione scientifica, anzi, la scienza dice che è esattamente uguale a quello che ti fa assaggiare il commesso della gelatiera col cucchiaino di plastica. Ma non è vero, perché non è mai alla temperatura giusta, perché ha condiviso uno spazio ristretto con un altro gusto, che senza dubbio l’avrà contaminato, ma soprattutto perché il gusto e la vista non sono separabili. Altrimenti perché ci saremmo sorbiti lezioni di “impiattamento” in televisione, parola che fino a qualche anno fa neanche esisteva? Il gelato scalpellato dalla vaschetta e rimontato nella vostra ciotolina come un’architettura di Rem Koolhaas, non può avere un buon sapore. E infatti lo assaggiamo appena, e poi lasciamo che si sciolga, fingendo di aspettare che sia più morbido. Ma poi in silenzio lo abbandoniamo, lasciando che si riduca a un liquido di colore indefinibile. Quando gli amici se ne sono andati, e sistemiamo i piatti nella lavastoviglie, le ciotoline, tristemente impilate una sull’altra, vanno rovesciate una a una nel lavandino. Lì, tra il resto dei piatti sporchi, se ne va quel che resta del gelato.

L’altro, quello che appunto non finisce mai, rimane sul fondo della vaschetta. Perché è complicato da raggiungere, ma soprattutto, come abbiamo detto, perché la quantità di gelato che è stata portata è maggiore di quella che gli ospiti possono mangiare. Quindi, dopo una prima passata, il gelato resta lì, sul tavolo, dimenticato. Solo rarissime volte capita che qualcuno se lo vada a spelluzzicare col cucchiaino, direttamente dalla vaschetta, mentre gli altri parlano. Ma non è elegante, perché non è elegante spelluzzicare dalla vaschetta e perché accanirsi sul gelato significa, agli occhi del padrone di casa,  che si ha ancora fame, e che quindi non si è ripreso primo o secondo perché non ci sono piaciuti. Mi è successo, so cosa vuol dire. Ma solo una volta e solo con un ospite. Quindi, dopo le altre cento cene, prima di caricare la lavapiatti ho preso le cento vaschette di polistirolo e, senza fermarmi a guardare il contenuto, le ho richiuse e riposte nel freezer. C’è un’altra possibilità, meno rara dell’ospite che ripulisce a cucchiate la vaschetta ma abbastanza rara anche questa. Qualcuno, più attento meno ubriaco o magari annoiato dalla conversazione, dopo aver distribuito il gelato e atteso che nessuno ne volesse ancora, annuncia che è il caso di riporlo, prima che si sciolga. E nell’indifferenza di tutti lo mette in freezer. In quel caso, quando si apre la vaschetta nella cena successiva, la situazione è migliore. Ma non buona.

In gelateria, quando vi chiedono se volete il cono o la vaschetta, ricordatevi che è per colpa di questi tentennamenti che si estinguono anche le più prospere civiltà.

Ci ho pensato bene, e a prescindere da quello che dice la scienza io penso che sia pericoloso, se non mortale. Della carne lo sappiamo che diventa velenosa se scongelata e ricongelata. Ma le uova, il latte e tutta quella frutta, persino la cioccolata… non possono passare indenni per quegli sballottamenti termici e di stato. Qualcosa accadrà anche a loro, si divideranno e ricomporranno le cellule, cambieranno composizione, produrranno chissà quale ingrediente malefico al loro interno. Il gelato nella vaschetta di polistirolo fa male, sono sicura. E’ brutto, cattivo e fa male. Qualsiasi gelato. Perché fuori dalla gelateria, ridotto nella sua bara bianca, il gelato più chic è indistinguibile da quello “fatto con le polverine”, come diceva mia nonna. Anzi, quello “fatto con le polverine” probabilmente, come ogni cosa collusa con la chimica, mantiene un aspetto migliore e un sapore più stabile. In gelateria, quando vi chiedono se volete il cono o la vaschetta, ricordatevi che è per colpa di questi tentennamenti che si estinguono anche le più prospere civiltà. Il gelato si mangia nel cono, o al massimo nella brioscia. Senza discussione. E alle cene si porta champagne.

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