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Vice può essere processato per aver “aiutato” l’ISIS?

Di tutto il materiale giornalistico prodotto da quando lo Stato Islamico dell’Iraq e al-Sham, oggi più noto semplicemente come Stato islamico, ha iniziato a far parlare di sé in buona parte dell’occidente, il videodocumentario prodotto da Vice, “The Islamic State“, è tra i prodotti più riusciti. Il reporter Medyan Dairieh si è unito per tre settimane ai combattenti dell’ISIS, filmando e riportando stili di vita, ambientazioni e organigrammi del Califfato di Mosul e Raqqa a contatto con i guerrieri del gruppo. Però, precisa Andrew March su The Atlantic, per mettere in piedi questa operazione giornalistica senza pari potrebbe aver infranto la legge americana.

Negli Stati Uniti il Dipartimento di Stato, l’organo federale votato all’esercizio delle relazioni internazionali, ha una lista di 59 gruppi definiti “organizzazioni terroristiche straniere”; la lista comprende l’ISIS, ma anche il PKK curdo e l’ETA basco. Esiste una legge federale che proibisce a qualunque cittadino americano di fornire supporto a questi soggetti; supporto sia materiale che riguardante «servizi, compresi strumenti monetari e titoli, servizi finanziari, alloggio, addestramento [e] consigli e assistenza di esperti». Il problema di interpretazione legale di questo articolo, tuttavia, è che nei fatti il governo americano se ne serve per isolare completamente i 59 gruppi terroristici. Nel 2010 la Corte Suprema stabilì, nel caso Holder v. Humanitarian Law Project, che proibire a una Ong formata da periti legali di «impegnarsi nell’esercizio di talune specifiche attività, tra cui l’insegnamento ai membri del PKK dell’uso delle leggi internazionali per risolvere pacificamente le dispute» era perfettamente costituzionale.

Detto ciò, si obietterà, cosa c’entra tutto questo con Medyan Dairieh e il network di Shane Smith? Quest’ultimo si è evidentemente coordinato con i membri dell’ISIS (non fosse altro che per decidere modalità, tempi e altre specifiche del reportage). Sul tema l’Atlantic fa riferimento a un’altra sentenza di rilievo, quella del caso Tarek Mehanna vs. Stati Uniti. Mehanna, un musulmano di Boston, era accusato dal governo federale di aver agito per conto di al-Qaeda durante un soggiorno di una settimana nello Yemen e nel tradurre documenti audiovisivi di ispirazione jihadista. Questo materiale, però, non riguardava la preparazione o l’esecuzione di attacchi terroristici. Mehanna nel 2012 è stato dichiarato colpevole e condannato a 17 anni e mezzo di carcere perché l’accusa è riuscita a persuadere la giuria riguardo alle intenzioni dell’uomo, al perché avesse tradotto testi riguardanti l’Islam radicale. Come ebbe a dire il pubblico ministero allora: «Un modo di fornire supporto materiale è adoperarsi in prima persona. Un altro modo è usare i tuoi amici come risorse umane, o persone che potrebbero leggere le tue traduzioni e la propaganda che hai messo su Internet per partire e combattere».

In questo senso, da una prospettiva giurisprudenziale negli Stati Uniti non importa né il fine né le modalità con cui si dà voce a un’organizzazione terroristica. Le decisioni della Corte Suprema americana implicano che il desiderio di contribuire attivamente agli scopi di un gruppo terrorista passi in secondo piano: il «supporto materiale» può riguardare missioni pacifiche, di associazioni umanitarie o divulgazione giornalistica, come nel caso di Vice. Ovviamente è quasi impossibile che il network di Smith sia oggetto di questa procedura, ma il caso in questione esemplifica a dovere le contraddizioni delle leggi antiterrorismo, che rischiano di criminalizzare ciò che di norma si considera tutt’altro che criminale.

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