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Le conseguenze del rovinare un’opera di Banksy

Banksy, lo street artist più famoso (e più ricco) del mondo, è ormai da tempo un brand internazionale. Una delle contraddizioni più dibattute delle sue opere è che queste ultime, stando alla legge degli Stati che le ospitano, su un piano teorico sarebbero illegali. Tale è. sempre in teoria, quella che l’artista ha disegnato su un muro di Park City, nello Utah, in concomitanza con la premiere del suo documentario Exit Through The Gift Shop al Sundance del 2010, un cameraman accovacciato che riprende un fiore rosa.

Diverse altre opere sviluppate nelle stesse ore in luoghi pubblici vennero fatte cancellare dalla polizia dello Utah. Altre, però – come nel caso di quella di cui parliamo – trovandosi su proprietà privata vennero preservate con coperture in plexiglass. David William Noll, trentaseienne originario della California, pochi giorni fa ha ammesso di essersi reso colpevole di aver deturpato il cameraman e altre opere di Banksy, spiegando che avrebbe agito senza consapevolezza a causa della sindrome bipolare di cui soffre (anche se il procuratore della contea di Summit, Ohio, crede più semplicemente che l’uomo, anch’egli artista, ce l’abbia particolarmente col prestigio di cui godono le opere del celebre street artist, tanto da essere stato condannato a cinque mesi di prigione in California per fatti analoghi).

Risultato: ora Noll, avendo patteggiato, per evitare il carcere deve risarcire tredicimila dollari prima della fine di novembre – una somma che verrà investita per sistemare il plexiglass e assumere un professionista in grado di restaurare i graffiti colpiti. Lavori che in altri tempi sarebbero stati considerati illegali a loro volta.

(via)

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