16/07/2012 In breve

La guerra fredda delle uniformi olimpiche

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Quando mancano soltanto una manciata di giorni all’inaugurazione delle Olimpiadi di Londra, c’è polemica negli Stati Uniti per una questione non propriamente sportiva: le uniformi del team olimpico.
Disegnate da Ralph Lauren, sembrano onestamente venire da uno sceneggiato sulla marina militare statunitense della Seconda Guerra Mondiale. I pantaloni bianchi, il doppiopetto con bottoni dorati, ma soprattutto il cappello militaresco non sono piaciuti pressoché a nessuno (anche se ci sono squadre che stanno peggio, come la Cina o la Russia: guardate qui).

La polemica si è poi spostata su questione di rilevanza etica sicuramente maggiore: come quattro anni fa, anche questa volta Ralph Lauren ha prodotto le uniformi in Cina. Il prezzo di vendita della divisa più preppy di Londra 2012? 795 dollari per il blazer maschile, 598 per quello femminile, e ben 55 per il “damn beret” (definizione del NY Daily News).

Ma c’è uno storico rivale degli Stati Uniti (e alleato della Cina) che non ci pensa proprio a sfruttare il lavoro sottopagato dell’Estremo Oriente, e anzi produrrà le proprie divise olimpiche per il 2014 utilizzando un rinomato brand a stelle e strisce che fa della produzione “etica” la sua bandiera: parliamo della Russia e di American Apparel.

Come riportato ieri dal New York Post, pare che sin dal 2011 il Comitato Olimpico Russo abbia mantenuto i contatti con il CEO dell’azienda, Dov Charney (nella foto in alto), il quale ha dichiarato che «[il Comitato Russo] non vuole nulla che sia prodotto in Cina. E il discorso vale non solo per le uniformi, ma anche per il merchandising».

Colpo ben piazzato per il brand di Downtown Los Angeles, che può rimarcare la propria “superiorità etica” come un ottimo argomento contro le solite polemiche riguardanti le pubblicità “pornografiche” e certi discutibili comportamenti del CEO stesso.

Dovremo aspettare due anni per vedere se la Russia diventerà effettivamente la più hipster delle selezioni olimpiche.