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Gheddafi, etica e Realpolitik

Adriano Sofri oggi sul Foglio a proposito della morte di Gheddafi:

Avendo nutrito per quel grottesco despota solo disprezzo, non posso fare a meno di immaginare i necrologi che avrebbero commentato la sua dipartita se fosse avvenuta appena qualche mese fa, il 16 febbraio scorso, diciamo. Il cordoglio sarebbe stato universale, nessuno dei grandi della terra, tutti uomini d’onore, sarebbe mancato alle sue esequie.

Provocazione interessante che tocca un nervo scoperto per le nazioni occidentali, Italia in primis, che ancora intrattenevano buoni rapporti con il Colonnello quando già in Libia l’opposizione scendeva in piazza contro le repressioni del regime (il 16 febbraio cominciarono le manifestazioni a Sirte per chiedere la liberazione di alcuni detenuti politici).

Detto questo, è difficile pensare che davvero, se Gheddafi fosse morto otto mesi fa, avremmo visto frotte di leader europei stracciarsi le vesti in pubblico. Gheddafi – il tagliagole, il dittatore, il terrorista che ha fatto strage di innocenti a Lockerbie – era uno degli uomini più potenti al Medio Oriente e questo ha convinto alcuni leader democratici a farselo amico in nome della Realpolitik. Il fatto è che le amicizie nate dall’utilità sono anche le più rapide a essere troncate. L’Europa ha scaricato Gheddafi perché era un alleato inutile, se non controproducente, nel mezzo della Primavera araba. Ugualmente, non appena morto, lo avrebbero scaricato perché non più inutile

 

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