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Il paradosso del pendolare

Tom Vanderbilt è l’autore di Traffic, un libro uscito nel 2009 che analizza in maniera esaustiva il rapporto dell’uomo col traffico – una costante della vita quotidiana di miliardi di persone. Il mese scorso Vanderbilt è stato invitato a San Francisco alla Ingenuity conference del network Boing Boing per parlare di questo problema, che conosce molto bene.

Nel discorso, durato una ventina di minuti, Vanderbilt ha sfatato alcuni miti riguardanti la congestione stradale, la cui colpa spesso non è da attribuire alle condizioni del percorso e all’incapacità degli altri automobilisti. ma piuttosto innanzitutto a noi stessi. Ad esempio, non mantenere una velocità fissa durante il viaggio diminuisce sensibilmente la scorrevolezza delle code. Qualche anno fa un team di fisici giapponesi ha dimostrato questa ipotesi chiedendo a un gruppo di guidatori di mantenere una velocità e una distanza stabile mentre percorrevano un tracciato chiuso. Non ce l’hanno fatta.

Per questo ed altri motivi, nel discorso Vanderbilt ha dichiarato: «Non sei tu che guidi nel traffico, praticamente è il traffico che ti guida».

C’è poi un’altra questione da considerare, secondo lo studioso: per quanto pendolari e automobilisti odino i minuti (se non le ore) che sono costretti a passare in mezzo al traffico, nessuno di loro abbandona la propria auto per i mezzi pubblici – in quello che recentemente è stato definito «car effect». Eppure, uno studio di viabilità dell’area metropolitana di Boston poco tempo fa è giunto alla conclusione che se appena l’1% dei pendolari della città abbandonasse l’idea di spostarsi in auto, la restante parte attraverserebbe indenne l’ora di punta con un incremento di velocità quasi del 20%.

Di seguito potete vedere l’intervento integrale di Tom Vanderbilt a San Francisco.

 

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