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Il nuovo disco degli Xiu Xiu è un “adattamento musicale” di Eraserhead di David Lynch Dopo aver dedicato un disco a Twin Peaks, la band ne fa uno tutto incentro sull'opera prima di Lynch. Esce il 10 luglio, si intitola Eraserhead Xiu Xiu.
I Mondiali negli Stati Uniti stanno avendo un grosso problema con i permessi di soggiorno e i controlli agli aeroporti Visti negati a calciatori e arbitri, controlli severissimi, tifosi che scoprono all'improvviso di non poter più entrare negli Usa. Senza che ci sia una spiegazione ufficiale.
A Roma e Firenze si terranno i raduni dei gratuitisti, “allievi” di Mark Fisher che vogliono la settimana lavorativa di 24 ore, salario minimo di 1560 € e reddito di base universale Rispettivamente il 12 e il 13 giugno, due incontri a base di un po' meme, un po' di politica e un po' di filosofia per immaginare un mondo postlavorista.
Se vi è piaciuto Obsession di Curry Barker, sappiate che su YouTube si può vedere gratuitamente il suo primo film, Milk & Serial Prima di sbancare il botteghino, Barker ha pubblicato questo lungometraggio su YouTube, accumulando più di tre milioni di visualizzazioni.
Yorgos Lanthimos ha detto che da ora in poi vuole fare il fotografo perché il cinema l’ha fatto andare in burnout «In questo momento mi chiedo: farò altri film? Non lo so, vedremo», ha detto in un'intervista al Financial Times.
Ci sono molte cause giudiziarie strane, ma poche sono strane come quella tra il brand Patagonia e la drag queen Pattie Gonia Il brand sostiene che l'artista avrebbe violato il diritto d'autore, l'artista accusa il brand di voler limitare la sua libertà d'espressione. Vedremo che cosa ne pensa il giudice.
A Palermo non tutti sono stati proprio felici e contenti del matrimonio di Dua Lipa e Callum Turner Piazze chiuse, strade sbarrate, polizia ovunque: diversi cittadini hanno preso piuttosto male il grande evento, ricordando che Our square is not your living room.

Boston

La cautela di Obama nel (non) pronunciare la parola «terrorista». La pacatezza di un giornale locale. Una lezione sul farsi coraggio e riflettere sui termini.

16 Aprile 2013

Un discorso di tre minuti e mezzo, un’afflizione pacata: Obama è comparso in pubblico a poche ore dalla tragedia di Boston. Una reazione assai diversa, è stato fatto notare, da quella del 2009, quando aveva aspettato tre giorni prima di parlare davanti alle telecamere dell’attentato (fortunatamente sventato) contro il volo Amsterdam-Detroit della Northwest Airlines.

Questa volta, invece, il presidente ha parlato subito, ma ha dosato le frasi con estrema cautela. E, soprattutto, non ha mai utilizzato la parola “terrorismo”. Almeno, non durante la prima conferenza stampa: «Non sappiamo ancora chi abbia fatto questo né perché», ha detto nel suo primo discorso, «e nessuno dovrebbe saltare a conclusioni prima di avere i fatti. Ma, sia ben chiaro, troveremo i colpevoli».

Prima di ricorrere alla “parola che inizia con la t”, ha aspettato quasi un giorno: «In base a quello che sappiamo dell’attacco, l’Fbi lo sta trattando come un atto di terrorismo», ha dichiarato il presidente in una seconda conferenza stampa, nella tarda mattinata di lunedì (le 17:30 ora italiana).

Non che qualcuno abbia mai pensato, seriamente, che si sia trattato di un mero “incidente.” Soltanto pochi minuti dopo la prima dichiarazione di Obama, un rappresentante della Casa Bianca ha detto ad alcuni reporter che, in effetti, l’amministrazione stava lavorando sulla pista del terrorismo: «Un episodio che coinvolge vari ordigni esplosivi è un chiaro atto di terrorismo e verrà trattato come tale», ha detto. Per poi aggiungere: «Tuttavia, non sappiamo ancora chi abbia sferrato (…) e dobbiamo ancora scoprire se è stato pianificato e realizzato da un gruppo terrorista, straniero o interno».

E allora perché tutta questa cautela, davanti a una parola?

A rigor di logica, come altro si può definire, se non “terrorista”, un atto di violenza deliberata, a danno di civili durante una manifestazione pubblica? Un atto che, salvo lo spuntare di elementi improbabili, altro scopo non può avere se non disseminare il terrore tra la popolazione? E poco importa, si potrebbe aggiungere, che la Casa Bianca ancora non conosca l’identità della persona o del gruppo dietro all’attacco: che si tratti di al-Qaeda, di estremisti di destra o invasati di una qualche setta pseudo-religiosa: sempre di terrorismo si tratta.

Alcuni hanno fatto notare – e probabilmente a ragione – che la cautela di Obama nell’utilizzare “quella parola che inizia con la t” nasce in parte dall’associazione, anche involontaria, che il termine terrorismo genera nel grande pubblico: nell’inconscio collettivo occidentale il terrorismo è (quasi sempre) terrorismo islamico.

L’impressione, però, è che ci sia anche dell’altro. Che la cautela estrema davanti all’utilizzo di termini “emotionally charged” nasca sì dal desiderio di evitare che il pubblico americano giunga a conclusioni affrettate, ma anche dalla scelta non caricarlo emotivamente più di quanto già (e ci mancherebbe) non lo sia.

Sulla sua reticenza davanti all’impiego della parola “terrorismo” aveva già fatto discutere, e non poco, l’agenzia di informazione Reuters. Che, nelle linee guida ufficiali, invita apertamente i suoi giornalisti a non utilizzare mai questo termine, se non in una citazione diretta:

Si può fare un riferimento generico al terrorismo e alla lotta al terrorismo, ma non riferirsi ad eventi specifici come atti di terrorismo. Né noi usiamo la parola terrorista, senza attribuzione, per qualificare un individuo o un gruppo specifico. Tuttavia le parole terrorismo e terroristi devono essere mantenute quando si cita qualcuno in un discorso diretto. (…) Utilizzate un linguaggio spassionato in modo che gli individui, le organizzazioni e governi possono farsi un’opinione sulla base dei fatti. Cercate di utilizzare termini più specifici come “bombardamento”, “dirottatore” o “dirottamento”,”attacchi”, “bandito” o “uomini armati”, ecc.

Rispondendo alle domande di alcuni lettori, qualche anno fa un editor dell’agenzia aveva spiegato che tali direttive erano «parte di una politica più ampia e di lunga data di evitare l’uso di termini emotivi», a favore di un giornalismo obiettivo

C’è qualcosa che non convince del tutto, in questa politica da parte della Reuters di cautela assoluta. Sarà, forse, che bandire completamente una parola come “terrorismo” dal proprio vocabolario, dà un po’ l’idea di distacco dal mondo. O sarà forse che, nell’era della soggettività conclamata, l’ideale di un giornalismo asettico e imparziale suona più come un’illusione (per quel che vale: sono convinta che il distinguo tra “onestà” e “imparzialità” sia un tema centrale del giornalismo contemporaneo, e avevo provato a scriverne qui).

Eppure, in bocca a un capo di Stato, in un discorso a caldo, la medesima cautela verbale assume un tutto altro valore.

Lunedì notte, quando oramai erano passate diverse ore dalle esplosioni e mentre alcuni media diffondevano lanci su “attacchi terroristici” e (in alcuni casi, persino su presunti “sospettati” di origine saudita), uno dei due principali giornali di Boston, il Christian Science Monitor, ancora esitava a definire gli eventi “attacks” o anche solo “bombings”: sulla sua homepage, un articolo dedicato alla “tragedia di Boston.”

Il giorno dopo, il Monitor ha pubblicato un editoriale dall’ispirazione dichiaratamente religiosa (come lo è quella del giornale, del resto), intitolato “Comforting Boston.” Lì si ricordava che la parola “conforto” deriva da due termini latini: cum + fortis, “essere forti insieme.” Riflettere sulle parole, e farsi coraggio: c’è qualcosa di molto umano, e molto americano.

Foto: Boston, 16 aprile (Spencer Platt/Getty Images)

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