Beirut e Tel Aviv
23/10/2012 Articoli

Beirut e Tel Aviv

Prima dell’attentato, un ministro aveva protestato perché la serie Homeland, ambientata in Libano, è girata in Israele. Che c’è di male?

di Anna Momigliano Stampa

C’è una storia che la dice lunga sul rapporto tra arabi e israeliani – tra certi arabi e certi israeliani: tipi globalizzati, post-moderni, smaliziati, che in alcuni casi potremmo definire, per mera necessità di sintesi, “di sinistra,” ma che per qualche ragione non riescono a parlarsi. Qualche anno fa accadde che Etgar Keret, allora astro nascente della letteratura israeliana, e Izzat Ghazzawi, scrittore palestinese morto d’infarto nel 2003, fossero invitati a tenere un panel in Norvegia, in un convegno dove l’ospite d’onore era Jacques Derrida. I due si incontrarono e chiacchierarono amabilmente, ma poi Ghazzawi disse a Keret che si rifiutava di apparire con lui in pubblico. «Spero che capirai», disse il palestinese. «Veramente non capisco, ti rispetto, ma non capisco», rispose l’israeliano. Derrida andò su tutte le furie e attaccò Ghazzawi: «Se non vuoi parlare con lui, con chi parlerai? Sei venuto qui per fare la pace coi norvegesi?». Una situazione «molto buffa e molto strana», ha ricordato a distanza di anni Keret (che racconta l’aneddoto in un’intervista a The Believer: potete leggerla qui).

Non ho potuto fare a meno di ripensare a quell’episodio, quando ho appreso della polemica su Homeland, la serie di Showtime sui prigionieri di guerra. Un episodio della seconda stagione è ambientato a Beirut ma è stato girato a Tel Aviv (il fatto che Homeland sia il remake di una serie israeliana è un altro paio di maniche). L’episodio, intitolato Beirut is Back, è andato in onda negli Stati Uniti lo scorso 7 ottobre: il ministro del turismo libanese Fadi Abboud ha protestato. In primis perché quella puntata dava un’immagine distorta della città, come dedalo di vicoli infestati dai terroristi, anziché il centro cosmopolita che le è valso il soprannome di “Parigi del Medio Oriente”. E poi perché era girata… a Tel Aviv. A questo punto, un portavoce del municipio israeliano ha risposto piccato: «Se io fossi libanese, sarei onorato che una città dichiarata patrimonio dell’umanità possa passare per territorio libanese».

Le proteste del politico sono arrivate pochi giorni prima che una bomba esplodesse proprio a Beirut, rinnovando le speculazioni che il Libano, contagiato dagli scontri in Siria, possa nuovamente precipitare in una guerra civile, un mantra che, da quando si spara a Damasco, ritorna ciclicamente. Qualcuno sarà forse tentato di notare l’ironia della faccenda: il ministro rinfaccia alla serie americana di dipingere la capitale libanese come un luogo violento – ergo “selvaggio”, ergo “esotico” – proprio mentre la città rischia (secondo alcuni, io aspetterei prima di saltare alle conclusioni…) di riprecipitare in una nuova stagione di scontri settari.

Detto questo,  quando Abboud lamenta una rappresentazione macchiettista di Beirut, ha qualche buona ragione di farlo. Questa, in particolare, la scena “incriminata” dalle proteste del ministro (intorno al minuto 30, per chi avesse voglia di andarsela a vedere): una banda di uomini armati fino ai denti, le fasce gialle di Hezbollah bene in vista, si aggira a bordo di una jeep per Hamra Street, rappresentata come un vicolo scalcinato popolato di donne velate e uomini con la barba. La scena è stata girata a Giaffa, città portuale araba oggi inglobata a Tel Aviv, che bene si presta alle fantasie orientaliste di un pubblico occidentale. Molto più della vera Hamra Street, quella che sta nella capitale libanese, e che invece è piena di vita e molto più occidentale nell’apparenza.

Il fatto è che nella realtà – bella scoperta – guerra, terrorismo e immaginario fumettistico non vanno sempre a braccetto come invece piace immaginare ai creatori delle serie TV. Se c’è una cosa che mi è rimasta impressa nel profondo di Beirut (che ho avuto occasione di visitare pochi mesi dopo i bombardamenti israeliani e a circa un anno dal massiccio attentato che ha ucciso Rafiq Hariri), è proprio questo: la coesistenza sfacciata del violento e del quotidiano, della bella vita e del fanatismo religioso, del settario e del cosmopolita, del conflitto e dell’edonismo.

Un po’ come Tel Aviv. Solo che i crateri lasciati dalle bombe erano molto più grandi e le cicatrici della guerra – questa almeno la mia impressione – incredibilmente più profonde.

Beirut e Tel Aviv hanno qualcosa di terribilmente simile. E non sto parlando di città di fantasia, della Giaffa tramutata in set cinematografico ad uso e consumo della TV americana, né della Beirut re-immaginata come una scopiazzatura di essa, bensì dei palazzi bianchi e scrostati, dei quartierini gentrificati, dei caffè un po’ hispter e un po’ tamarri, degli uomini armati, con o senza barba, e degli architetti rampanti. So di non essere l’unica ad averlo notato. Nel suo romanzo Un Uomo, Oriana Fallaci liquidava la questione così, infastidita com’era dalla vita di Atene: «Non Oriente né Occidente, come Beirut o Tel Aviv» (non era un complimento, ma sono questioni di prospettiva). «Due città levantine, solo a tre ore di distanza in macchina l’una dall’altra, entrambe con una vita notturna sofisticata, una cultura dinamica, spiagge, caffè e gente che ama il divertimento», scriveva qualche tempo fa Lisa Goldman, giornalista israelo-canadese.

Bypassando le leggi che vietano ai cittadini israeliani di mettere piede in Libano e viceversa, Lisa ha realizzato un bel reportage da Beirut, all’indomani della guerra tra Libano e Israele che nel 2006 ha devastato la città. Obiettivo, poi dichiarato: sensibilizzare la popolazione israeliana, umanizzare Beirut mostrando anche la somiglianza, tragicamente ironica, con Tel Aviv. Qualche intellettuale libanese non l’ha presa molto bene: se gli israeliani vogliono sapere quanto bella e moderna Beirut, basta che leggano la stampa inglese, aveva dichiarato alla Cnn Ramez Maluf dell’università americana di Beirut. Il più noto As’ad AbuKhalil ci era andato giù più pesante.

In entrambe i casi, il sottotesto – almeno: quello che a me è apparso tale – era: come si permette questa di dire che siamo uguali, che Beirut e Tel Aviv si somigliano. Non lasceremo che tu ti appropriarti della nostra città, perché tu parli da una posizione di privilegio. Perché alla fin fine Tel Aviv è messa meglio di Beirut, e da che mondo è mondo RESISTENZA significa impedire al privilegiato di appropriarsi dell’esperienza di chi è un posizione di svantaggio e magari dire “volemose bene.”

E qui arriviamo al punto – nonché al riferimento all’incontro/scontro dei due scrittori raccontato qui sopra. L’indignazione del ministro libanese per quelle scene ambientate a Beirut ma girate a Tel Aviv, non mi ha infastidito più di tanto. Perché, da un lato, qualche motivo di lamentela l’aveva, e poi perché, come spesso accade con le dichiarazioni dei politici, le motivazioni potrebbero essere strumentali. Quello che mi ha colpito è che ha ribadito un tabù.

Ogni volta che qualcuno tira fuori il discorso “avete notato come si assomigliano Beirut e Tel Aviv?” c’è qualcuno che grida allo scandalo. Nella mia (limitata e individualissima, per carità) esperienza personale, chi faceva notare le affinità era quasi sempre ebreo e/o israeliano, chi preferiva non discuterne era arabo.

Per qualcuno parlare di Tel Aviv come Beirut, di Beirut come Tel Aviv è una bestemmia. Un punto di vista che “rispetto ma non comprendo”. Avrei voluto concludere questo articolo con le parole di Keret.

Poi ci ho pensato un po’ su, ho riletto gli ultimi paragrafi che ho scritto e mi sono resa conto che, sotto sotto, invece, capisco.

 

(Photo credit: MAHMOUD ZAYYAT/AFP/Getty Images)

 

Stampa

Anna Momigliano

Giornalista

Anna Momigliano è caporedattrice di Studio, collabora con The Daily Beast e tiene la rubrica Il Brucaliffo su "La Lettura" del Corriere della Sera. Ha scritto Karma Kosher (Marsilio 2009) e Il Macellaio di Damasco (VandA 2013)

Lascia un Commento