Il futuro di ieri
09/10/2012 Articoli

Il futuro di ieri

Ma non dovevamo vivere tutti sulla Luna ed esplorare lo spazio? Per capire cos’è andato storto, abbiamo intervistato Matt Novak, esperto di “paleofuturo”.

di Pietro Minto Stampa

Pensare al futuro è divertente e utile. Può servire a darci un po’ di speranza o a farci sfogare le nostre fantasie più paranoiche e apocalittiche. Lo abbiamo sempre fatto, ovviamente, ma è dal Settecento che l’esercizio mentale sul domani si è fatto davvero interessante: è con la Rivoluzione industriale, infatti, che l’Umanità ha dato via a uno sviluppo sconcertante, velocissimo ed esponenziale. È con questa Rivoluzione che abbiamo cominciato a vivere in un mondo che appena qualche decennio prima sarebbe stato impensabile e quindi a immaginare a nostra volta futuri incredibili.

La velocità con cui le cose sono cambiate negli ultimi due secoli, poi, ci hanno spinto a puntare “in alto” sapendo di poter rischiare. Un esempio: nel 1903 due fratelli inglesi, Wilbur e Orville Wright, furono i primi esseri umani a volare su un velivolo a motore. Nel 1969 (ovvero 66 anni dopo, un battito di ciglia per il corso della Storia), tre signori americani, Neil Armstrong, Buzz Armstrong e Michael Collins, volarono fino alla Luna a bordo di un razzo che sembrava stare al prototipo dei Wright come una capanna di paglia sta all’Empire State Building.

Matt Novak è uno giornalista e blogger americano che vive a Los Angeles. Qualche anno fa ha aperto un blog, Paleofuture, dedicato alle visioni del futuro che donne e uomini hanno avuto nel passato più o meno remoto. Il lavoro di Novak (ora entrato a fare parte del sito dello Smithsonian Magazine e apparso su Slate, Bbc Future, The Verge, The Daily e altre testate) dimostra come il futuro sia un prodotto culturale strambo che ha in realtà a che vedere con il presente di tutti noi: un bambino che ha visto l’allunaggio dell’Apollo 11 avrebbe pensato di vedere nel giro di un paio di decenni uomini vivere sulla Luna e i primi umani sulla superficie di Marte. E invece, eccoci ancora qui sulla noiosa Terra. Noi, oggi, ammiriamo le avventure della sonda Curiosity su Marte e ci accontentiamo di immaginare un Neil Armstrong camminare sul pianeta rosso entro il 2100. Un futuro, il nostro, che sembrerebbe un contentino per il ragazzo degli anni ’60.

Ma cos’è successo? È stata la generazione del boom economico, spinta da quello che vedeva in tv, a esagerare immaginandosi un futuro da science fiction, o siamo stati noi a deludere le loro giuste aspettative? Lo abbiamo chiesto a Matt Novak.

 

Come hai cominciato? E perché hai scelto proprio il tema del “paleofuturo” come tema del tuo blog?

Stavo seguendo un corso all’Università per il quale tutti dovevano aprire un blog. E tutti sceglievano di farlo parlando di cose molto personali, raccontando le proprie giornate, i propri pensieri… Io invece ho pensato di scegliere un altro tipo di argomento riguardante il futuro. Se all’inizio farlo sembrava un po’ arrogante, quando ho cominciato a scriverci mi sono reso conto che la cosa poteva diventare molto grande, più grande di quanto avessi mai potuto pensare. C’era tantissimo materiale da cui attingere, tutte queste cose riguardo il futuro a cui non avevo mai pensato.

Quindi non eri già “esperto” in materia. Diciamo che l’hai scoperta lavorandoci…

No, diciamo che era una cosa a cui non mi ricordavo ma quando ero piccolo mio padre era appassionato di storia, per cui ricordo di aver letto molti libri sulla storia americana; e mi piaceva molto il futuro, ero molto affascinato da Ritorno al Futuro II. Per cui, combinando le due aree – il futuro e la storia –, possiamo dire che mi interessava qualcosa che ho tenuto da qualche parte nel mio cervello, fino a quando non sono stato in grado di esplorarla meglio. E quando ho cominciato a farlo, mi son reso conto che c’erano tantissime cose di cui non sapevo nulla.

Studiando il futuro dei nostri avi e nonni hai capito cosa ispira le nostre visioni del domani? Secondo te è più la paura o la speranza a influenzare le nostre fantasie?

Credo che si tenda a sfogare parte della psiche in questi casi. Il futuro è luminoso quando la situazione economica è buona, ed è pieno di terrore e angoscia quando le cose van male. Quindi, nel caso degli Stati Uniti, si può vedere tanta paura del futuro negli anni ’30 per via dell’insicurezza dell’epoca, mentre negli anni ’50 si vede molto ottimismo perché la situazione economica andava alla grande. C’era soprattutto molto ottimismo tecnologico, il desiderio di dominare le cose: costruire macchine volanti, jet-pack, tutto il genere di cose che sono finite nei Jetsons, la tecno-utopia piena di speranza e ottimismo. Dipende tutto dal decennio di cui si parla.

Quindi, se le cose stanno così, i bambini di oggi probabilmente non si immaginano un grande futuro…

Sì, credo ci sia molta disaffezione e paura nei confronti del futuro. A causa della crisi economica, molte persone sono in enorme difficoltà e infatti si parla spesso di apocalissi e Armageddon. Si parla sempre più di quel che sarà del mondo dopo la scomparsa dell’uomo a causa di catastrofi ambientali

…O la storia dei Maya e del 2012. Ma mi sembra che la corsa allo spazio degli anni ’60 sia stato uno dei momenti più interessanti da questo punto di vista, perché la gente all’epoca vide in pochi anni il futuro – o una sua parte – diventare realtà in diretta tv. A tal proposito pensi che lo sbarco sulla Luna abbia influenzato anche la nostra idea di futuro?

Beh, credo che sia un periodo interessante perché all’epoca la corsa allo spazio non fu accolta con l’entusiasmo che possiamo immaginare. Solo a un certo punto degli anni ’60 si raggiunse il punto in cui più del 50% degli statunitensi erano d’accordo con gli incredibili finanziamenti dati alla Nasa. E questo è stupefacente perché si penserebbe che tutti ne fossero entusiasti. E invece per parecchi anni solo il 35-45% degli americani era favorevole alla space race. E i bambini che all’epoca giocavano a fare gli astronauti avevano un’idea dello spazio e del futuro totalmente diversa, perché guardavano un sacco di filmati e trasmissioni riguardo quell’argomento. C’è quasi da dispiacersi per loro perché la loro idea è stata completamente stravolta e potevano veramente credere che tutto sarebbe stato possibile. Che avrebbero avuto macchine volanti e jet pack, quello che la famiglia dei Jetsons e il Governo americano gli avevano promesso, che è totalmente diverso da quello che c’è adesso.

Si potrebbe dire che il nostro presente è una versione deludente del futuro che si erano immaginati all’epoca.

Credo di sì, e credo abbia a che vedere ancora con la situazione economica perché dopo la Seconda guerra mondiale gli Usa avevano una montagna di soldi da buttare via. E quei soldi ci hanno dato quello che chiamo uno shiny happy future. Ma dobbiamo fermarci di tanto in tanto e ricordarci che il futuro non è solo tecnologico, riguarda piuttosto tutta l’Umanità: fino a pochi secoli fa migliaia di persone morivano per malattie che oggi sappiamo curare. Cose come l’immunizzazione, la sanità pubblica, i diritti civili, la condizione della donna ora sono diffuse in ampie aree del mondo. È successo di tutto. Voglio dire, è incredibile il fatto che in questo momento possiamo parlarci pur da una parte all’altra del mondo (l’intervista è stata fatta via Skype, Nda). La tecnologia è fenomenale ma ci sono molti altri modi di misurare il progresso. Non avrò un jet pack ma posso vivere la mia vita liberamente e al sicuro.

Tornando ai tuoi studi sul futuro: secondo te è possibile prevederlo – sulla base di dati scientifici e storici – oppure si può solo tirare a indovinare facendosi influenzare dal contesto storico in cui si vive?

È un argomento interessante perché credo che nessuno possa dire di predire il futuro con la minima accuratezza, e penso che sia la cosa che rende il futuro così bello. Penso che i nostri sogni legati al futuro siano ciò che ci fa alzare dal letto ogni giorno. Ogni mattina mi alzo anche perché non so di preciso cosa mi accadrà e spero che sia qualcosa di bello, magnifico. Non so cosa mi accadrà secondo per secondo una volta sceso dal letto, ma spero sia qualcosa di avvincente. Il domani è pieno di cose che vorremmo evitare, oltreché di cose che desideriamo ci accadano, che però non è possibile sapere per tempo. Per questo molte persone sentono il bisogno di avere un qualche controllo del proprio destino, seppur minimo, ed è per questo che vanno da maghi e altri tizi mistici che dicono di sapere con precisione quello che ci accadrà. E credo sia proprio il fatto di non poterlo predire a rendere il domani così interessante: tutti quelli che sostengono di essere in grado di anticipare il futuro sono truffatori o illusi.

Ed è ancora il discorso sulla paura e la speranza. Il futuro come sogno o come incubo.

Sì, ma è un’insicurezza più salutare quando ci spinge a costruire giorno per giorno il futuro che vogliamo per noi, mentre è pericolosa quando prende derive nichiliste, tipo “il mondo finirà fra pochi mesi”. Quello è pericoloso.

 

(Immagine: un astronauta Usa con un Lunar Rover)

 

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Pietro Minto

Redattore di Studio, non sa scriversi una bio decente.
  • un pover’uomo

    a metà anni Ottanta, si ipotizzava un futuro di telelavoro per 2-3 ore al giorno (ricordo chiaramente una pagina iniziale di “tuttoscienze” de “la stampa”: un monitor, due piedi poggiati sulla scrivania, il bimbo che gioca in giardino): a me basterebbe quello, anche senza bambino e senza giardino (preferisco la vista-mare…), le macchine volanti le lascio a chi ha ancora bisogno di viaggiare ‘ché non ha capito che il mondo è tutto lo stesso inferno ovunque…