Bump Watch
13/02/2012 Articoli

Bump Watch

L’arte di inventare la gravidanza di una celebrità (o teoremi sul perché non è ancora incinta)

di Violetta Bellocchio Stampa

Un reportage uscito sul Guardian nel 2009, The Brangelina industry, spiegava come la fabbrica del pettegolezzo fosse stata cambiata dall’ingresso sul mercato di macchine fotografiche con otturatori superveloci: se posso scattare centinaia di foto in un minuto, ogni immagine mostrerà lo stesso soggetto con un’espressione diversa, e ogni giornale potrà usarne una – faccia triste, faccia allegra, faccia arrabbiata… – per costruirci intorno una storia tutta nuova.

Grazie a questo incontro tra tecnologia e malafede, l’attrice Jennifer Aniston, prima moglie di Brad Pitt e donna con un patrimonio personale stimato (nel 2007) attorno ai 110 milioni di dollari, è stata messa al centro di una doppia storia collettiva: la prima, interminabile ma molto convenzionale, è Jennifer Aniston potrà amare di nuovo? (nooope), la seconda è Jennifer Aniston riuscirà mai ad avere un figlio?. Nelle ultime settimane sta progettando di adottare come madre single, oppure sta aspettando due gemelli e ha speso 500.000 dollari in giocattoli e abiti per neonati; oppure è “incinta e sola“, telefona all’ex marito perché lui la riprenda con sé. Comunque vada, la sua fertilità è una terra di nessuno. Una stanza chiusa, e voi avete la chiave.

Queste pessime narrazioni funzionano, perché fanno schifo, ma appagano troppe persone. Sono rese possibili da un’industria che aveva già smesso di cercare la complicità dei tabloid da parecchi anni, e a questo punto ammette di non poter fare quasi nulla per controllare o limitare la creazione di pura fiction da parte loro. (Se volete saperne di più, la storica dello spettacolo Anne Helen Petersen è un ottimo punto di partenza.) E quindi, monitorare le false avventure di qualcuno non è mai stato così semplice. Il punto massimo si tocca quando ci sono in ballo accordi pre-matrimoniali, le nozze di Barbie o un glorioso miscuglio tra i due generi. (Ora Big Fat Gypsy Weddings va in onda doppiato su Real Time, tra l’altro.) E se l’ansia per le gravidanze altrui non è cominciata ieri (1958: Soraya viene ripudiata dallo Shah di Persia perché non gli produce un erede = nascita del soprannome “la principessa triste”), oggi continua a generare episodi da antologia del costume brutto (Angelina Jolie va a partorire in Namibia = le foto del dopo-parto vengono rubate in Connecticut), per la facilità con cui può essere trasmessa un’informazione non approvata dai protagonisti.

In effetti, però, una piccola novità la stiamo vedendo. Non ci si chiede più se (X) è incinta: ci si chiede, «… (X) non è ancora incinta?».

Rispetto al mito della maternità come evento possibile solo a chi è cara agli Dei, cosa che ci ha portato ai labor video , questo è il passo successivo: la vera o presunta sterilità postulata come il massimo dramma in una vita umana. (Ricordate quel vecchio spot che diceva «se compri una videocassetta pirata, partecipi al più grande delitto del secolo: uccidi il cinema»? Ricordate chi rispondeva «ah, e allora l’Olocausto cos’è, il secondo più grande delitto del secolo?». Bene.) L’effetto collettivo sta nel vivere il baby drama di una celebrità come qualcosa di molto vicino a te, molto vero, che puoi misurare giorno per giorno.

Il primo atto è quello che negli Stati Uniti viene chiamato bump watch, “occhio alla pancia”: la speculazione per cui una personalità pubblica di età superiore ai 18 anni potrebbe essere incinta, sulla base di immagini scelte ad arte, abiti larghi, mani posizionate sullo stomaco. (Tre elementi in base a cui la cantante Jennifer Lopez tra il 2001 e il 2006 avrebbe dovuto dare alla luce diciotto splendidi bambini.) Subito dopo viene il concetto di “pancia perfetta”, perfect baby bump, che stabilisce come debba essere incinta una donna per totalizzare la piena desiderabilità agli occhi delle altre donne – in breve: fianchi magri, viso asciutto, una piccola curva unico segno del processo. Se questi criteri non vengono soddisfatti, dopo il travaglio scatta l’obbligo del perdere subito il peso accumulato: se una pancia cresce poco o troppo in fretta, trionfa il sotto-genere prima non sembrava incinta e ora sì: perché?, oppure si salta diretti agli articoli dal titolo Beyoncé sta fingendo di essere incinta?; se una gravidanza viene annunciata troppo presto, la relativa sovra-esposizione dei mesi seguenti farà sembrare la donna gravida per due anni di seguito. E’ stato il caso dell’attrice Rachel Weisz, tra 2005 e 2006. (Naturalmente è del tutto possibile che Weisz sia stata davvero incinta per due anni di seguito, dando alla luce diciotto splendidi demoni in rapida successione. E qui cercando una scena di Rosemary’s Baby ho scoperto che a. il film uscì in Italia col sottotitolo Nastro rosso a New York e b. su YouTube la gente ne contesta il valore artistico. Un bel labor video per tutti? No?) Ultimo ma non meno importante: non solo in una storia pubblica l’eroina deve fare figli, altrimenti è pietrificata; lei li deve sgravare personalmente, altrimenti c’è sotto qualcosa di losco. Le teorie cospiratorie secondo cui Hugh Jackman avrebbe sposato una donna per nascondere la propria omosessualità traggono linfa dal fatto che la coppia ha adottato due bambini, dopo numerosi fallimenti con la fecondazione in vitro; quando l’attrice Sarah Jessica Parker raccontò di aver fatto ricorso a una madre surrogata, quella donna fu identificata, inseguita per settimane, ricevette minacce e subì il furto dei suoi dati personali via posta elettronica. Adottare come padre o madre single può essere legale, e può produrre un articolo dove vieni definito “coraggioso”, ma sotto sotto equivale a dire «ebbene sì, ho paura delle donne / degli uomini e non voglio morire da solo». (Ehi, qui il filmato adatto ce l’abbiamo.) E’ tutto così.

Considerando il livello, Jay-Z è un campione: due giorni dopo la nascita della figlia ha messo online una classica canzone per fare un bambino, Glory, che parla di come lui e la moglie Beyoncé Knowles hanno fatto un bambino. Ne sono venute fuori domande oziose («Ora che ha una figlia femmina, Jay-Z smetterà di dire bitch?») e altre pertinenti («Quanti concept album sulla paternità dobbiamo aspettare? Basterà uno, oppure ci tocca tutta la linea?»). Più significativo è che nella canzone venga descritto minuto per minuto il concepimento della figlia, oltre alle terribili, terribili ansie che hanno accompagnato l’attesa, e che venga citato un precedente aborto spontaneo della neo-mamma. Tanto per rassicurare il mondo che la piccola Blue Ivy è roba loro, e non è spuntata da un utero in affitto, alla facciaccia della GENTE INVIDIOSA.

Possiamo discutere sulla profonda inopportunità dell’analizzare una gravidanza alla moviola, e possiamo considerarci fortunati che Glory non sia uscita con la placenta in allegato. Ma mettendo volontariamente un baby drama a lieto fine al centro della propria storia, si cerca di controllare quella storia. Di dominarla, in una certa misura.

 

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Violetta Bellocchio

Scrittrice

Violetta Bellocchio cura la rubrica "Donne e Web" per Grazia e la rubrica "Decoder" per E - il mensile di Emergency. Collabora a D - la Repubblica delle donne, Link Magazine, Italic. Il suo primo romanzo è Sono io che me ne vado. Il prossimo libro uscirà per Mondadori nel 2013. twitter @violetta_b