A casa di Holden
06/09/2013 Articoli

A casa di Holden

Il ritorno in scena di J. D. Salinger, lo scrittore che cambiò la letteratura del ’900 e scelse di far perdere le sue tracce. Oggi sappiamo chi era davvero, anche grazie a una coincidenza molto particolare.

di Davide Piacenza Stampa

«Mi piace scrivere. Adoro scrivere. Ma scrivo soltanto per me e per il mio diletto»: basterebbero queste poche parole pronunciate in una rara intervista a dare il primo tratto di pennello di un ritratto di Jerome David Salinger, il figlio di una famiglia della borghesia ebraica di New York (il padre commerciava formaggi kosher), il soldato della seconda guerra mondiale, l’autore fra i più celebrati del Novecento. Oggi, a più di tre anni dalla sua morte, ritorna sotto i riflettori della scena culturale mondiale con la pubblicazione di una monografia, l’uscita di un relativo film-documentario e le rivelazioni di un suo vecchio amico.

Quando Salinger pubblicò The Catcher in the Rye (in Italia noto come Il giovane Holden), nel 1951, aveva trentadue anni e una vita già cristallizzata in un’infinità di vicende apparentemente slegate fra di loro. A scrivere iniziò adolescente all’accademia militare Valley Forge, a due passi da Philadelphia, dove la notte, sotto le coperte, rischiarava le sue bozze con la luce di una torcia elettrica. Da allora non riuscì più a separarsi dalle sue storie, dai suoi personaggi: Holden Caulfield, il protagonista con cui generazioni di adolescenti si sono viste combaciare, apparve per la prima volta in una novella scritta nel dicembre 1941, Slight rebellion off Madison, che doveva essere l’esordio di Salinger sul New Yorker – perlomeno fino alla prima bomba sganciata sulla base di Pearl Harbor, che ne rinviò la pubblicazione di cinque anni.

Tra il debutto e la consacrazione di Holden si mise di mezzo la guerra, a cui lo scrittore sfuggì in un primo momento abbandonando Vienna – dove il padre si era immaginato per lui un futuro da commerciante di carni – appena un mese prima dell’Anschluss. In guerra, in ogni caso, Salinger ci finì da soldato nella primavera del ’42 e ne visse in prima persona tutte le tappe fondamentali: il D-Day, l’offensiva delle Ardenne, la stremante battaglia di Hürtgen, oltre a essere stato fra i primi soldati a entrare in un campo di concentramento nazista liberato. Conobbe e incontrò anche Ernest Hemingway, allora cronista di guerra a Parigi, che dopo aver tastato con mano le sue capacità lo definì con quel famoso «Jesus, he has a hell of a talent».

Di Salinger sono soprattutto noti la ritrosia, il carattere enigmatico e il convinto atteggiamento anti-mondano. A due mesi dalla sua prima pubblicazione, nel 1951 Il giovane Holden era già stato ristampato otto volte e aveva ottenuto sia i crismi della sezione cultura del New York Times che un enorme favore di pubblico, nonostante le polemiche sul linguaggio scurrile e gli argomenti tabù come sesso e droga, che gli valsero diverse censure – un’insegnante americana venne sospesa per averne consigliata la lettura a un giovane alunno, mentre un genitore volonteroso contò 237 bestemmie nell’intera opera. Nel 2005, quando la rivista Time lo inserì fra i 100 migliori romanzi in lingua inglese scritti dal 1923, lo stile autobiografico di Holden continuava a vendere 250.000 copie annuali.

Tuttavia, Salinger nel 1953 decise inaspettatamente di abbandonare la metropoli newyorchese e trasferirsi a Cornish, nel New Hampshire, dove si ritirò a una vita di reclusione agreste autoimposta, salutando il grande pubblico che aveva imparato ad amarlo con una storia apparsa sul New Yorker nel giugno 1965, Hapworth 16, 1924, il suo addio formale alle pubblicazioni. Di lui, salvo tre interviste  - una rilasciata a un quotidiano locale di Cornish, che non fece che aumentare la sua insofferenza quasi patologica nei confronti della vita pubblica, un’altra nel 1974 per il Times, citata nell’incipit di questo pezzo, e un’ultima nel 1980, rubatagli da un registratore indiscreto – si perse ogni traccia fino al giorno della sua morte, il 27 gennaio del 2010.

Negli anni si sono susseguite molte voci sugli inediti della penna che diede spazio alle dissonanze esistenziali di una generazione - e, malauguratamente, fomentò anche la mente malata di Mark David Chapman quell’8 dicembre 1980 in cui John Lennon fece solo in tempo a sussurrare «mi hanno sparato».  Dopo varie monografie dedicate alla sua figura (una, firmata dalla figlia Margaret, lo descrisse come un uomo ossessionato dal controllo della vita sua e dei familiari e parlò di diverso materiale rimasto non pubblicato) oggi nei cinema statunitensi esce Salinger, un film-documentario di Weinstein Company che, secondo le anticipazioni, proverà l’esistenza di opere sconosciute dell’enigmatico scrittore. L’autore, Shane Salerno, ha speso gli ultimi nove anni a intervistare amici, colleghi, amanti, editor e familiari del padre letterario di Holden Caulfield, in una pellicola che raccoglie anche le testimonianze di Gore Vidal, Tom Wolfe, Martin Sheen e Philip Seymour Hoffman. Salerno e l’autore David Shields hanno co-firmato anche un libro omonimo uscito questa settimana che, basandosi su materiale inedito, si propone come «il ritratto definitivo di una delle più affascinanti figure del ventesimo secolo».

Durante un cessate il fuoco della battaglia della foresta di Hürtgen, Salinger andò di nascosto a incontrare Hemingway e portò Werner Kleeman con lui.

Eppure alla mole di fotografie, lettere e documenti del revival salingeriano recente manca una fonte privilegiata, che ha avuto accesso alle confessioni dello scrittore tramite un canale preferenziale ed è riuscito a sconfiggere il suo proverbiale isolamento. Si chiama Werner Kleeman, ha 94 anni e un pesante accento tedesco, e domenica scorsa si è presentato, per errore, a casa di Shelley Salamensky, professoressa di letteratura all’Università della California, per festeggiare il compleanno di un suo cugino che vive lì a fianco.

Questa vicenda, raccontata sulla Paris Review, non è che uno degli ultimi cristalli del prisma della vita di J. D. Salinger, ma si tratta senz’altro di qualcosa di singolare. Kleeman, infatti – ebreo tedesco sfuggito ai campi di concentramento - conobbe lo scrittore in Europa, dove in tempo di guerra si dedicò a servizi di interpretariato per le forze alleate, e i due divennero amici («Jerry allora era un ragazzetto simpatico» raccontò l’uomo nel 2007, in occasione della pubblicazione delle sue memorie), avanzando fianco a fianco il giorno di Utah Beach e bivaccando insieme allo zoo di Parigi durante la liberazione della capitale francese. Durante un cessate il fuoco della battaglia della foresta di Hürtgen, Salinger andò di nascosto a incontrare Hemingway e lo portò con lui. E la scelta di una vita eremitica non ha mai privato lo scrittore della voglia di intrattenere una fitta corrispondenza col suo vecchio commilitone.

L’incontro fortuito ha garantito alla Salamensky un tuffo in una serie di documenti inediti e incredibili, rimasti per anni nell’angusta abitazione di Kleeman a Flushing, nella contea di Queens, dove l’uomo vive in solitudine da decenni. Per ringraziare debitamente l’accademica, offertasi di riaccompagnarlo a casa, il reduce tedesco-americano ha deciso di spalancarle le porte del suo «museo» – come lo chiama lui stesso. E così in una lettera indirizzata all’amico, Salinger dice che lui e la prima moglie Sylvia Louise, conosciuta in Germania e portata negli Stati Uniti, hanno «deciso di finirla» (la donna tornò in Europa appena otto mesi dopo il loro fidanzamento), mentre in un’altra – datata 1961 – lo scrittore confida all’amico la velleitaria intenzione di vedere Israele. Sta invecchiando, ma – ribatte – «chi cavolo vorrebbe essere giovane e verde (citazione di una poesia di Edna St. Vincent Millay, NDa) di nuovo?».

In un’altra serie di corrispondenze mostrate alla Salamensky, Salinger declina l’invito per un ritrovo di veterani definendosi un «perennial sad sack» («un perenne musone», grosso modo) e dicendo che sì, gli farebbe piacere rivedere il suo vecchio amico, ma gli dispiacerebbe che un compagno d’armi «passasse di qua e vedesse le mie curiose e particolarmente sgradevoli abitudini di lavoro».

Un giorno, nonostante Salinger non gli avesse concesso il suo indirizzo preciso, Werner Kleeman e la sua famiglia si presentarono alla porta del suo cottage. A distanza di anni, per il reduce di origini teutoniche è ancora un successo di cui vantarsi – e, vista la cura maniacale con cui Salinger edificò barriere tra sé e il mondo circostante, c’è da comprenderlo. Tuttavia lo scrittore, che si diceva rincorrere gli intrusi con una pistola, li accolse a braccia aperte. Era inusualmente gentile anche con Susan, la figlia di Kleeman, la quale una volta gli regalò un collage con tutti gli articoli che lo riguardavano e riuscì non solo a passarla indenne, ma anche a ricevere un sorriso riconoscente in risposta.

Era inusualmente gentile anche con Susan, la figlia di Kleeman, la quale una volta gli regalò un collage con tutti gli articoli che lo riguardavano e riuscì non solo a passarla indenne, ma anche a ricevere un sorriso in risposta.

La stessa Susan, oggi insegnante, in un’altra occasione scrisse in un tema scolastico che «il signor Salinger è uno scrittore devoto, una brava persona e un soldato valoroso», allegando indicazioni precise sulla posizione della sua casa nel New Hampshire. Prese un brutto voto: «Troppo personale».

La verità è che forse, al netto delle sue straordinarie capacità di scrittura, delle sue intuizioni geniali e delle sue storie entrate nell’Olimpo dei classici di ogni tempo, Jerome David Salinger aveva bisogno di tempo per sé. E ne ebbe così tanto che quando morì, in un’atmosfera di sconforto e riluttanza a convincersi di aver perso gli ultimi cinquantasei anni del genio che aveva cambiato la letteratura americana e mondiale,  l’umorista John Hodgman disse: «Preferisco credere che J. D. Salinger abbia solo deciso di diventare iper-solitario».

 

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Davide Piacenza

Nato ad Alessandria, 25 anni. Redattore di Studio, ha collaborato con Il Post e Linkiesta. Ha un blog e una volta sapeva parlare cinese.