17/05/2012 Arte

Romanzo Nobiliare

Il jet set romano d’epoca nelle fotografie di Arturo Ghergo in mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma

di Michele Masneri Stampa

“Meglio i nobili che gli ignobili” era un vecchio slogan elettorale del principe Sforza (detto Lillìo) Ruspoli, ritratto in questa mostra di fotografie di Arturo Ghergo presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma. Qui il blasone ha la meglio su qualunque settima arte, e gli aristocratici romani sono ritratti come attori americani glamour e spietati (lo stesso Lillìo e il più famoso e credibile fratello Dado Ruspoli sono più tenebrosi e hollywoodiani di Clark Gable). Persino i politici Dc vengono dotati di un certo fascino improbabile: Giulio Andreotti cotonato e brillantinato sembra un attore da commedia sofisticata, uguale a Manning Whiley e anche un po’ a Vittorio Gassman, che invece ha la faccia triste. Le attrici ci sono tutte, naturalmente, a partire da Silvana Mangano nella sua foto più famosa, su fondo rosso. Pare di capire però che attori e attrici non entusiasmassero più di tanto Ghergo, fotografo marchigiano poi divenuto l’Helmut Newton del jet set romano tra il fascismo e gli anni Cinquanta; gli piacciono di più gli aristocratici e le teste coronate, che oltretutto offrono più coreografia e travestimenti: dame vestite da dueñas con mantiglia e facce cattivissime e fiere, in un trittico di Principesse Aosta in visita dal Santo Padre; principi del Drago in uniforme dell’Ordine di Malta, che sembrano amici di don Rodrigo, con le loro gorgiere seicentesche. Ci stanno anche un ambasciatore della Cina, e diplomatici cecoslovacchi; oltre a Giannalisa Feltrinelli, madre di Giangiacomo, molto fotografata con monocolo a celare l’occhio perduto a caccia, in una foto con le figliastre Benedetta e Ludina Barzini. E il grande chirurgo Pietro Valdoni, con figlia elegante. Insomma l’alta società c’è tutta, Ghergo scatta e archivia come un Balzac dell’obiettivo tra alta borghesia, piccola noblesse e case principesche, con soldi e non. Su su fino al Papa. E a Pio XII il fotografo non fa solo un celeberrimo ritratto di profilo, ma dà anche consigli d’immagine, inventando il famoso gesto con indice e medio alzati e anulare piegato (pare a significare la Trinità), che poi il Duodecimo utilizzerà in tutta la carriera con grande successo.

Ci sono tutte le attrici dei telefoni bianchi, con nomi fantastici: Leda Gloria, Maria Michi, Lola Laroche, Assia Noris, Gisella Sofio, Mariella Lotti, Vera Carmi, Vivi Gioi, Conchita Montenegro. Ma sono un contorno, l’indagine balzachiana di Ghergo è interessante soprattutto nelle rappresentazioni dei gruppi sociali in movimento ai matrimoni “vip”: quelli in cui si mischiano casati millenari pericolanti con new money americano appena arrivato col piroscafo; quelli della piccola nobiltà che si imparenta con la grande, e dietro gli sposi, facce di suocere soddisfatte da una parte e affrante dall’altra (e damigelle scelte con manuali Cencelli tra le famiglie giuste). A vedere la mostra, molte signore argentee in blazer kaki calate dai Parioli, con quell’eleganza un po’ militare e Susanna Agnelli delle romane-bene. A commentare e indicare col dito le foto, a rivedersi: diverse dame ritratte sono infatti ancora in attività.

L’unica attrice che piace poi davvero a Ghergo è Alida Valli, non a caso nata Alida Maria von Altenburger, fotografata in tutte le pose e sempre con occhi scintillanti, con trattamento tridimensionale rispetto alle sue colleghe borghesi che non “bucano lo schermo”, dotata di lucina nella pupilla, levigatissima. Tutte insieme, attrici, nobildonne, borghesi, beneficiavano poi del famoso effetto Ghergo: tette e zigomi rialzati, vitini ristretti e culoni alleggeriti; un photoshop ante litteram – viene spiegato – ottenuto raschiando e pitturando qua e là direttamente sugli enormi negativi 18×24, gli unici su cui operava. Insieme all’uso di luce bianca sparata in faccia e ombre cinesi fatte con le mani, a creare misteriosi contrasti. Ma soprattutto la specialità della casa stava in una particolare tempistica, ore e ore di attesa e di cambi d’abito e di posa, vere e proprie vessazioni da parte del fotografo (mentre invece per gli scatti, pochi minuti, e neanche un negativo sprecato); per ottenere così lo “sguardo Ghergo” della vittima, tra l’esanime e l’ipoglicemico. E forse per questo gli aristocratici hanno la meglio: educati in atroci riti da governanti tedesche e abituati a sopportazioni di lungaggini ataviche, alla fine vengono molto meglio in foto degli attori: questi invece sempre con aria debole e depressa. A conferma, ecco il ritratto di un re guerriero come Hussein di Giordania, venuto benissimo; occhio vispo e fresco anche per le 300 soldatesse americane scese a Roma per la liberazione, cui dal comando alleato viene intimato a Ghergo di fare subito il ritratto a ognuna. Molto più spontanee e cool delle loro colleghe attrici.

E poi naturalmente principesse, tante principesse: capeggiate da Marella Caracciolo, Consuelo Crespi, Domitilla Ruspoli (e una Domietta del Drago ancora adolescente). Tutte bellissime e superstar dell’epoca, non solo grazie al photoshop analogico di Ghergo ma anche a un livello molto alto di eleganze diffuse, evidentemente. Con sinergie imprenditoriali importanti: tutto un fiorire di case di moda ariane dovute all’autarchia: in didascalie d’epoca si legge che Marella non ancora Agnelli “veste Gabriella Sport”, casa di moda creata da Gabriella di Robilant; Giovanna Caracciolo-Ginetti mette su l’atelier Carosa; Aurora Giovanelli la maison Giovanelli-Sciarra. E Irene Galitzine, famosa principessa russa, un piccolo impero dell’abbigliamento. Non erano per niente principesse bamboccione.

 

Stampa

Michele Masneri

È nato a Brescia, città che considera la Newark d’Italia, e poi si è trasferito a Roma, perché come sostiene Arbasino, bisogna vivere nella capitale dello stato di cui si è cittadini. Scrive di economia, società e cultura, sul Foglio, su IL del Sole 24 Ore, su Studio. È autore del romanzo Addio, Monti (minimum fax). twitter @michimas