Firenze è bella e ci vivrei
10/05/2012 Arte

Firenze è bella e ci vivrei

Reportage d’altri tempi, nostalgico ma non troppo, dal Maggio fiorentino

di Michele Masneri Stampa

«Do you like Italy, ma’am?» – chiede di default il cameriere portando valigie pesanti all’ascensore alla signora apparentemente del midwest, ma affluente, la quale non può che rispondere «Yes. Food and clothes». E insomma siamo a Firenze, e sembra questa la condanna del genio italico, cibo e abiti, e basta vedere questa mostra degli Archivi segreti al museo Ferragamo, dietro via Tornabuoni, per rimanere impressionati, pur non essendo cultori di scarpe, da un genio tipicamente italico, appunto Salvatore Ferragamo: prima fornitore di diverse real case cinematografiche (calzari hollywoodiani per kolossal firmati Cecil B. De Mille, a partire dai Dieci Comandamenti); poi inventore di un Hollywood Bootshop meta di tutte le dive all’epoca stellari: Judy Garland, Claudette Colbert, Lana Turner, che poi lo seguiranno al suo ritorno in Italia –  qui a Firenze, e non per ragioni d’affezione (essendo lui napoletano) bensì per materiali locali e capacità artigianale. Altro che ritorno dei cervelli fuggiti: qui poi coincide con gli anni dell’autarchia fascista, e quindi (come il design che nascerà qualche anno dopo) grande ricerca su materiali poveri e poverissimi: zeppe altissime e poi iconiche e forse pre-Lady Gaga ma di sughero, fatte con tappi di bottiglia riciclati, a volte mimetizzati e a volte no; e al posto del coccodrillo e del pitone, pesci lussureggianti come il leopardo marino, con le sue squame eleganti rese non puzzolenti grazie a un sistema poi brevettato. Altri materiali locali a basso costo o fantasiosi o facili da reperire: pizzi di Tavarnelle, filo da pesca. Certo, ci sono anche le scarpe d’oro massiccio per le maharani indiane, e quelle di pietre preziose, ma saranno già i tempi delle celebrità. La specialità italica rimane quella dell’ingegnarsi con materie prime povere.

Su altri versanti, meglio lasciar storicamente perdere. In politica, innanzitutto: alla prima dello straussiano Rosenkavalier di questo settantacinquesimo Maggio fiorentino, molto applaudito (e con magistralissima lectio anticipatoria di Alberto Arbasino nell’aula magna dell’Università), di fronte a una Marescialla che si vorrebbe metafora dell’Austria infelix all’apice della decadenza, ci sono due faccendieri canterini e untuosi e dediti al tradimento (Annina e Valzacchi) che sembrano onorevoli da cozze pelose, o consoli panamensi da cronache recenti. E la stessa Marschallin sembra piuttosto una anticipatoria Frau Merkel alle prese con nostrani truccatori di conti pubblici; il disprezzo antitaliano in quest’opera del 1911 del resto è totale: non si fa che sentire “cagnetto italiano” “ladro italiano” “italiano birbante” “carogna italiana”; la Marescialla all’inizio del primo atto lo mette ben in chiaro, quando deve dimostrare d’essere padrona in casa sua, che nessuno entrerà in stanza senza il suo permesso: «Ich bin kein napolitanischer General: Wo ich steh, steh ich». «Voglio vedere, se qualcuno s’arrischia là quando ci sono io. Non sono mica un generale napoletano: il posto mio, è mio!». Già allora, sputtanamento generale, insomma: e del resto, come sottolineava proprio Arbasino nella lectio universitaria, solo qualche anno dopo, a conferma dei peggiori (pre) giudizi, ecco il tradimento italiano (oggi si direbbe: riposizionamento) nella prima Guerra mondiale.

Alla prima fiorentina, invece, tra un sindaco Renzi molto abbronzato con moglie in lungo giallo-limone, e un Bruno Vespa che salutava il maestro Zubin Mehta alla cena “di gala” post-teatro con ampie gesticolazioni e tovagliolo in mano, e tutti i feudatari fiorentini assiepati in quel Teatro Comunale che sembra un grande autogrill o sala d’attesa del nuovo treno Italo, molti americani, melomani e non, molti inchini a vecchie principesse Corsini e marchese del vino, Frescobaldi e Antinori. La sensazione di vivere in una città dove ancora l’aristocrazia conta. E insieme alla tradizione, un certo pragmatismo wasp che forse giustifica tutto questo amore tra Firenze e gli inglesi e poi americani, che ancora oggi subiscono il fascino del Chiantishire e dintorni. Pragmatismo che si ritrova anche in un uso molto accorto dei palazzi e dei blasoni: proprio nel weekend giravano storie divertite di turisti paganti a colazioni e pranzi molto eleganti sui lungarni con pacchetti “tutto compreso” (opera + cena ospiti da marchesi anche di primaria importanza): reperibili con facilità in Rete.

Insomma, la fascinazione fiorentina-transatlantica rimane, e ce la racconta la sontuosa e americanamente efficiente (luci, didascalie, allestimenti, insonorizzazione, tutto maxi e extra large e comodo) mostra degli, appunto, “Americani a Firenze” di palazzo Strozzi, tra fine Ottocento e prima dei nuovi tradimenti italici della grande guerra. Grandi sinergie tra ritrattisti e scuole (Sargent e Boldini e Corcos), americani che imparano le tecniche a Firenze, italiani che ritraggono americani molto liquidi; rampolli della grande finanza Usa, come il George W. Vanderbilt di James  McNeill Whistler. Molti soldi in circolazione: altro codice comune, vista la fortuna bancaria alla base di molte case toscane (a partire dagli Strozzi ospitanti), e tutto si tiene: a sponsorizzare la mostra, Bank of America-Merrill Lynch, e la famiglia Paulson, cioè nientemeno che Harry (Hank) Paulson, ex ministro del Tesoro di Bush, e ex numero uno di Goldman Sachs. Un jet set ante litteram, che anticipa l’azzurro sontuoso delle piscine di Slim Aarons, esposte in un piccolo albergo di design, il Gallery Hotel Art dietro via Tornabuoni. Intitolata Poolside, monumento a grandi ricchi globali, quella “gente attraente che fa cose attraenti in modo attraente”, come il fotografo (ex reporter di guerra, come spesso accade, riconvertito a testimone del lusso) descriveva la sua clientela. Clientela americana, soprattutto, come alla mitica piscina della Kaufmann House di Richard Neutra; ma con qualche eccezione italiana e perfino greca – qualche Torlonia a Port’Ercole, una piscina Canellopoulos, presso Atene. (Altri tempi, altri spread).

(Una selezione di Poolside, di Slim Aarons, è visualizzabile qui)

 

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Michele Masneri

È nato a Brescia, città che considera la Newark d’Italia, e poi si è trasferito a Roma, perché come sostiene Arbasino, bisogna vivere nella capitale dello stato di cui si è cittadini. È editor at large di Studio. Scrive inoltre di economia, società e cultura sul Foglio e su IL del Sole 24 Ore. È autore del romanzo Addio, Monti (minimum fax). twitter @michimas