18/04/2013 Arte

Diverse fotografie

Come ogni anno, il Deutsche Börse Photography Prize è il banco di prova per capire dove sta andando la fotografia contemporanea.

di Fabio Severo Stampa

Da qualche anno il Deutsche Börse Photography Prize sta facendo la sua parte nel procurare mal di testa a chi prova a inseguire le mutazioni del senso dell’immagine fotografica contemporanea. Promosso dall’omonima società di gestione di transazioni finanziarie in collaborazione con la londinese Photographers’ Gallery, il DBPP è uno dei principali premi internazionali per l’arte fotografica, che elegge i contributi più significativi di artisti da tutto il mondo proposti in Europa nei dodici mesi precedenti. Se si osservano le shortlist degli ultimi cinque o sei anni è facile notare un progressivo spostamento da una fotografia più classica, al tempo stesso di documentazione e valore estetico, verso un’altra che in varie forme riflette, ricicla, recupera materiali iconografici pre-esistenti per dar loro nuova vita attraverso un’opera di decontestualizzazione. Non fa eccezione il quartetto selezionato quest’anno, che sarà in mostra dal 19 aprile presso la Photographers’ Gallery e da cui il 10 giugno sarà scelto il vincitore per il 2013.

La grande epica reportagistica in bianco e nero è ormai sospesa tra un passato glorioso e un presente dove non trova più il suo habitat.

Prendiamo ad esempio Chris Killip, fotografo inglese scelto per What Happened Great Britain 1970 – 1990, una mostra realizzata presso la galleria Le Bal di Parigi l’anno scorso che rappresenta un compendio della carriera dell’autore. Veterano di una fotografia di documentazione classica, dal bianco e nero lirico e dolente e con una narrazione partecipata delle storie e vite che racconta, Killip è stato ed è tuttora un cantore delle lotte e delle sofferenze della società inglese, esponente di uno stile fotografico in via di estinzione. La grande epica reportagistica in bianco e nero è ormai sospesa tra un passato glorioso e un presente dove non trova più il suo habitat, stretta tra un mercato del news fotografico drogato dall’eccesso di offerta e l’editoria e i galleristi che da decenni hanno virato a favore del colore. Perciò il riconoscimento a Killip quest’anno sembra quasi un omaggio dovuto, il cruccio di non poter mancare di rispetto a chi ci ha preceduti, mentre gli altri lavori premiati vanno in tutt’altra direzione. Come del resto il critico fotografico del Guardian Sean O’Hagan rifletteva nel suo articolo sull’annuncio dei quattro candidati, alla fine dell’anno scorso: “L’unica sorpresa nella shortlist annunciata per il Deutsche Bourse Prize è il nome di Chris Killip. È l’unico fotografo di stile documentario, e l’unico con un lavoro portato avanti per decenni. Probabilmente non vincerà”. Gli altri artisti nominati effettivamente presentano lavori recenti, realizzati al massimo negli ultimi due anni, e non un opus magnum ventennale come Killip.

Partiamo da Cristina De Middel, spagnola, che dall’anno scorso sta avendo un notevole successo con il libro poi scelto anche dal DBPP: si tratta di The Afronauts, un divertente volumetto dove De Middel gioca con la buffa storia del programma aerospaziale lanciato nello Zambia nel 1964 da un sognatore un po’ pazzo di nome Edward Makuka Nkoloso.  Insegnante di liceo, Nkoloso fondò un’accademia spaziale con arrangiati addestramenti per i candidati astronauti e chiedendo sette milioni di sterline all’UNESCO. I soldi però non arrivarono mai, e il sogno di vedere lo Zambia battere Stati Uniti e Unione Sovietica nella corsa verso lo spazio svanì. De Middel riattiva la memoria di quest’utopia tenera con ritratti a ipotetici afronauts contemporanei, vestiti con tute sgargianti e sfere di vetro in testa. Il contrasto comico tra la cornice povera e le loro posture eroiche, unita a un’atmosfera vintage perfettamente calibrata (i props usati nelle scene, gli angoli stondati delle fotografie, il cross-over tra fantascienza retro e l’atmosfera slapstick di alcune immagini) ne fanno un prodotto che si è rivelato per molti irresistibile, un omaggio ai sogni folli di tutta l’umanità e un insolito esempio di commedia fotografica (merce effettivamente rara).

Spesso i lavori basati su Street View lavorano sull’insolito e l’eccezionale nascosto nei milioni di foto anonime scattate lungo le strade, mentre le immagini di Henner compongono uno straniante stato di cose, a suggerire che la vita in quei luoghi inospitali è sempre così, ogni giorno.

L’articolo di O’Hagan era ironicamente intitolato “A shortlist that’s short of photographers”, un gioco di parole riferito agli altri due lavori inclusi nella shortlist. No Man’s Land dell’inglese Mishka Henner è una ricognizione del paesaggio desolato di tante strade provinciali italiane usando la mappatura fotografica di Google Street View, esplorata a partire da forum in cui si scambiano informazioni sulle prostitute presenti nelle zone in questione. Henner è solo uno dei numerosi artisti che di recente hanno realizzato progetti fotografici utilizzando Street View, ma va riconosciuto alle sue scene vuote, con quelle piccole figure femminili tra sterpaglie e cemento, di portare comunque qualcosa di nuovo al discorso sull’immagine meccanica del mondo prodotta da Google. Spesso i lavori basati su Street View lavorano sull’insolito e l’eccezionale nascosto nei milioni di foto anonime scattate lungo le strade, mentre le immagini di Henner compongono uno straniante stato di cose, a suggerire che la vita in quei luoghi inospitali è sempre così, ogni giorno. Basta provare a navigare utilizzando le sue indicazioni geografiche, ricercando quelle scene noi stessi dentro Street View: più di una volta ho avuto la sensazione di individuare i luoghi scelti dall’artista, trovandoli però abitati da altre prostitute rispetto a quelle fotografate da Henner, e incontrandone di altre ancora in tratti di strada non inclusi nel lavoro.

Ancora più enigmatico è forse il ruolo autoriale del quarto e ultimo progetto selezionato, War Primer 2 di Adam Broomberg e Oliver Chanarin. Da tempo la coppia sudafricana propone un lavoro di riflessione sul senso e l’identità della fotografia di documentazione, coniugando una spinta etica a una forte rielaborazione concettuale dell’immagine fotografica applicata all’analisi del contemporaneo. War Primer (che tradotto sta per Sussidiario di Guerra) è un libro pubblicato da Bertolt Brecht nel 1955, un anno prima della sua morte. Il volume consiste di 85 fotografie prese da ritagli di giornale, riferite a diversi eventi relativi alla Seconda Guerra Mondiale e accompagnate ognuna da una poesia in quattro versi, componimenti chiamati da Brecht foto-epigrammi. Il libro unisce l’intento di denuncia della crudeltà della guerra con una riflessione sugli strumenti stessi con cui la guerra ci viene raccontata: un gruppo di bambini fuori da una stazione della metro londinese è accompagnato dalla didascalia originale che descrive come questi bambini subaffittino il loro posto nei rifugi antiaerei dentro le stazioni (Il titolo recita sobriamente “Una  nuova fonte di guadagno”), mentre l’epigramma brechtiano dà loro voce ammonendo che “Ben più antica dei loro bombardieri è la fame/Che è stata scatenata su di noi. E per sopravvivere/Dobbiamo guadagnare qualche soldo per comprare provviste/Così, per la sopravvivenza, giochiamo con le nostre vite”.

In un’epoca in cui le trasformazioni digitali hanno investito l’immagine fotografica di un’ambiguità e di un’ubiquità senza precedenti, il medium appare come ormai dotato di una vita propria, relegando su un piano secondario il ruolo dell’autore

La giustapposizione delle immagini agli epigrammi da un lato veicola un pathos di indignazione e di rivolta contro la brutalità, ma al tempo stesso gioca con le logiche di funzionamento delle immagini, che prendono nuova vita nel confronto con i versi. Broomberg e Chanarin portano all’estremo il senso del War Primer brechtiano, aggiornandolo alla guerra al terrorismo post 11 settembre, e letteralmente ricoprendo le pagine del libro originale con una miscellanea di fotografie prese da internet: scene dall’Iraq in guerra, George W. Bush che mangia il tacchino con i soldati americani, esplosioni mostrate dalle telecamere a infrarosso di aerei militari, le Torri Gemelle in fiamme. Tra questa sorta di memoria collettiva degli ultimi dodici anni e le riproduzioni originali si creano delle giustapposizioni stranianti, in cui il fumo del World Trade Center si fonde con quello della veduta aerea d’epoca di un’esplosione, seguito da un’immagine di Sabrina Harman, la militare americana nota per le sevizie di Abu Ghraib, che posa sorridente con l’iconico pollice verso, china sul cadavere di un soldato iracheno. Una malinconica fotografia di una croce funebre dal libro originale è quasi interamente coperta da Barack Obama, Hillary Clinton e lo Stato Maggiore dell’esercito americano che seguono le fasi finali dell’uccisione di Osama Bin Laden, mentre l’epigramma di Brecht recita: “Possa lui morire come un cane, è questo il mio ultimo desiderio/Era il nemico acerrimo. Credimi, perché io dico la verità”.

Sia il lavoro di Henner che la trasfigurazione del libro di Brecht proposta da Broomberg e Chanarin interrogano la nostra concezione dell’autore in fotografia: sono l’espressione di un lavoro di ricerca e combinazione tra immagini pre-esistenti, piuttosto che della capacità di creare immagini. Sembrano suggerire che oggi la vera posta in gioco sia la capacità di comprendere ciò che vediamo. In un’epoca in cui le trasformazioni digitali hanno investito l’immagine fotografica di un’ambiguità e di un’ubiquità senza precedenti, il medium appare come ormai dotato di una vita propria, relegando su un piano secondario il ruolo dell’autore, della creazione manuale, dell’opera, e proponendo un concetto di fotografo che somiglia più a quello dell’intellettuale che a quello dell’artista o dell’artigiano. Anno dopo anno, il Deutsche Börse Photography Prize sembra mettere il dito nella piaga del senso dell’essere fotografo, soprattutto oggi che ci propone un quartetto composto da un veterano di un’arte passata, una creatrice di divertenti set dove tutto è ricreato e nulla è davvero reale, per concludere con due esempi di scavo dentro l’infinito archivio del web, dove le immagini non è più necessario farle, basta solo saperle cercare.

 

 

Le fotografie

In evidenza: Chris Killip Boo and his rabbit, Lynemouth, Northumberland, 1983 © Chris Killip Courtesy of the artist

Nel testo: 1 – Chris Killip Boat repair, Skinningrove, North Yorkshire, 1983 © Chris Killip Courtesy of the artist

2- Chris Killip Youth on Wall, Jarrow, Tyneside, 1976 © Chris Killip Courtesy of the artist

3 – Cristina de Middel Bongo, 2012 © Cristina de Middel Courtesy of the artist

4 – Cristina de Middel Hamba, 2012 © Cristina de Middel Courtesy of the artist

5 – Cristina de Middel Jambo, 2012 © Cristina de Middel Courtesy of the artist

6 – Mishka Hennner SS98, Cerignola Foggia, Italy, 2012 © Mishka Henner Courtesy of the artist

7 – Mishka Hennner Contrada Vallecupa, Colonnella, Abruzzi, Italy, 2011 © Mishka Henner Courtesy of the artist

8- Mishka Henner SP1, Ancarano, Abruzzi, Italy, 2011 © Mishka Henner Courtesy of the artist

9 – Adam Broomberg and Oliver Chanarin Plate 10, 2011

10 – Adam Broomberg and Oliver Chanarin Plate 23, 2011

11 – Adam Broomberg and Oliver Chanarin Plate 26, 2011

Stampa

Fabio Severo

Giornalista

Fabio Severo copre eventi sportivi e non per agenzie e network internazionali e scrive di fotografia contemporanea, soprattutto sul blog Hippolyte Bayard (www.hippolytebayard.com). twitter @FabSevero