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Cosa dice il New Yorker di Westworld

La critica televisiva del New Yorker, Emily Nussbaum, ha firmato una recensione di Westworld, la serie tv ideata e diretta da Jonathan Nolan e Lisa Joy, in onda sul canale Hbo e in Italia su Sky Atlantic. Lo show, ispirato a Il mondo dei robot – thriller di Michael Crichton degli anni Settanta ambientato in un parco a tema popolato da androidi che subisce una ribellione della sua “forza lavoro” – sta ricevendo molta copertura sui media mondiali, perché riesce, per usare le parole del magazine newyorkese, a realizzare «una serie d’exploitation che parla del genere exploitation, piena di corpi nudi messi lì per farci riflettere sulla nudità e di violenza che giudica la violenza».

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Nussbaum definisce Westworld «un dramma allettante che si presenta come un thriller di fantascienza sui cyborg che diventano consapevoli di se stessi», ossia «quel tipo di progetto concettuale rischioso che sarebbe intollerabile se non fosse stato realizzato in maniera così elegante». La critica ha parole d’elogio per l’interpretazione sul set di Evan Rachel Wood, che impersona Dolores, figlia di un contadino, uno dei robot di Westworld che passa da essere una comprimaria a diventare la protagonista della trama. In questo senso, la trama della serie risuona di echi politici: «riguarda cittadini vulnerabili costretti a reprimere atrocità in modo che la loro nazione possa affiggere un mito patriottico sulla sua storia sgradevole».

Il New Yorker osserva come la serie Hbo si discosta dal film di Crichton in una serie di modi: innanzitutto facendo a meno di due altre sezioni del parco fittizio – ne Il mondo dei robot c’erano anche attrazioni a tema antica Roma e Medioevo – e poi, soprattutto, «spostando la partecipazione della trama dal punto di vista degli umani a quello dei robot», che qui, nel prodotto di Nolan, appaiono «molto più sfaccettati dei turisti che li sfruttano». Sono «schiavi che non sanno di essere schiavi», convinti di vivere davvero in una selvaggia terra di frontiera, e obbligati ogni giorno a essere stuprati e torturati, per poi andare a dormire e svegliarsi la mattina seguente per ricominciare tutto daccapo.

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È per questo, spiega Emily Nussbaum, che nello show continuiamo a vedere «cyborg che si svegliano da incubi che non possono comprendere, o che sussultano traumatizzati finché un tecnico non dà loro sollievo con un comando». L’ambientazione stessa del Far West è cruciale: negli anni Cinquanta la frontiera messa in scena era anche quella della produzione televisiva stessa, argomenta la critica, ma la violenza di titoli come Bonanza era «salubre e americana», perché rispondeva a un bisogno orgoglioso di costruzione di un mito nazionale. Westworld invece è un’altra cosa, e il New Yorker crede abbia le carte in regola per succedere a Game of Thrones come saga di punta del network Hbo, dopo due delusioni costose come Vinyl e True Detective.

 

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