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Perché non ha senso raccontare agli altri i nostri sogni

Le neuroscienze, nel corso dei decenni, hanno provato a formulare diverse teorie che spieghino l’origine, e, in un certo senso, “la meccanica” dei sogni: negli anni Settanta gli psichiatri di Harvard Hobson e McCarley hanno proposto l’ipotesi di attivazione-sintesi, per la quale i sogni non sono altro che interpretazioni a opera del prosencefalo e del sistema limbico di una massa indistinta di stimoli prodotta casualmente dal cervello durante la fase Rem del sonno. Un altro importante sistema teorico è la cosiddetta teoria di simulazione della minaccia, che guarda ai sogni da un punto di vista evolutivo: in sostanza, che senso ha continuare a sognare di essere rincorsi da animali selvatici, quando – di norma – non succede quasi a nessuno? Tutta la produzione onirica incentrata sulla fuga da un pericolo imminente sembra segnalare, secondo questa teoria, una serie di paure innate dell’essere umano.

Queste due teorie offrono anche un terreno comune da usare per rispondere a una domanda: perché sentiamo il bisogno di raccontare i nostri sogni? Dal punto di vista della simulazione della minaccia, il senso potrebbe essere quello di condividere le nostre reazioni per farci trovare più preparati quando le fonti di timore si ripresenteranno in futuro. E ad alimentare la nostra voglia di farlo è quasi certamente ciò che la scienza chiama “negative bias”, il preconcetto negativo che focalizza la nostra attenzione sui pericoli dei brutti sogni, che rappresentano la grande maggioranza dei sogni che ricordiamo.

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Un altro aspetto importante è la natura strettamente emotiva dei sogni: scrivendo su un blog dello Scientific American, Jim Davies racconta di aver riportato alla sua ragazza di un suo sogno di una «scalinata terrificante», che lei ha accolto deridendolo durante un’intera serata. Ciò che per Davies era stato psicologicamente segnante, per la sua compagna rasentava il nonsense, ed era piuttosto ovviamente qualcosa su cui ridere. Tra l’altro, il considerare i sogni come qualcosa di estremamente strano è una nostra convinzione erronea: l’80 per cento dei sogni, statistiche alla mano, presenta scene del tutto ordinarie. Solo che tendiamo a non ricordarle. Come in un delirio psicotico, nota Davies, la spinta emozionale dei (brutti) sogni porta noi sognatori a vedere un senso recondito e sempre interpretabile nelle incongruenze più assurde, che ai nostri occhi riesce a renderle meritevoli di esegesi e discussioni. In realtà, tristemente, a nessuno interessa dei nostri quanto a noi stessi: e non potrebbe essere altrimenti.

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