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Kim Kardashian, la falce e il martello

In tempi di hacker russi, rinascita dello spionaggio e partiti occidentali che sostengono Putin, gli stessi tempi in cui Kanye West appoggia la presidenza filoputiniana di Trump, l’apparizione di fine dicembre di Kim Kardashian con una felpa con cappuccio con la falce e martello del costo di 770 dollari firmata da Demna Gvasalia per Vetements è sembrata una specie di tanto ironica quanto assurda chiusura del cerchio.

Non sono ovviamente mancate le critiche e oggi il Guardian riporta un’analisi uscita su Calvert Journal in cui la giornalista Anastasiia Fedorova si dichiara stanca, in quanto russa, di vedere persone indossare simboli di un regime politico senza la consapevolezza di cosa quei simboli significhino. D’altra parte nello stesso articolo viene ricordato come l’appropriazione della simbologia comunista da parte della moda o della cultura pop sia un fenomeno che risale almeno agli anni Zero e con svariati esempi, tra cui Denis Simachev e Gosha Rubchinskiy, che proprio lo scorso anno aveva lanciato la collezione “1984”, in cui si aveva fatto largo uso di caratteri tipografici del comunismo e dei suoi slogan.

Al di là di Putin e Trump, la questione resta aperta: mentre la simbologia nazista ha una connotazione assolutamente negativa e proibita (per questo i punk ne facevano uso), i simboli del comunismo, anche perché non rappresentano esclusivamente il totalitarismo sovietico vivono in un’area più ambigua, che consente riappropriazione e riutilizzo in altri contesti.

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