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La donna che voleva essere ritratta dai suoi fotografi preferiti (e ci è riuscita)

Isabelle Mège nel 1986 aveva vent’anni, e si era appena trasferita a Parigi dall’Alvernia, non lontano da Lione, dove il padre fino a quel momento aveva gestito un negozio di oggetti per automobili. All’epoca non era particolarmente appassionata di arte o fotografia, ma un pomeriggio si era recata a una mostra del ritrattista Jeanloup Sieff al Musée d’Art Moderne, rimanendo colpita dai suoi scatti. Si era decisa a scrivere a Sieff, che con sua grande sorpresa le aveva telefonato qualche giorno dopo: le sarebbe andato di essere la protagonista di un suo ritratto? Isabelle aveva registrato le sue prime impressioni di quel giorno su un diario, si era sentita «estremamente commossa, sorpresa, ubriaca».

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Da quella volta, e per i ventidue anni seguenti, Isabelle Mège ha iniziato a mettersi in contatto con centinaia di artisti, chiedendo di diventare il soggetto delle loro rappresentazioni. La sua storia, raccontata da un bellissimo pezzo apparso sul New Yorker, intitolato “Il contrario di una musa”, è quella di una persona qualunque – che poi inizierà a lavorare come segretaria in un ospedale parigino – riuscita a costruire un progetto artistico con interpreti molteplici e diversi, legati soltanto dal fil rouge della stessa persona nuda ritratta nel tempo. Il New Yorker scrive:

Per quanto ogni volta era il fotografo a dirigere l’immagine – e lui a idearla e supervisionarne la realizzazione – era Mège a crearla, usando il suo corpo. Mège non è mai diventata un oggetto artistico, ma non lo è nemmeno una ballerina, che crea arte muovendosi da un punto all’altro sotto la direzione dei coreografi. Se per qualcuno è difficile inquadrare ciò che Mège ha fatto o pensato, potrebbe rivelarsi utile pensare alla sua opera, per quanto concettuale essa possa essere, come a una danza che è durata ventidue anni.

Nel primo contatto con l’artista, la donna esordiva sempre con la frase «J’aimerais m’apercevoir à travers votre regard», ossia “mi piacerebbe vedermi dalla sua prospettiva”. Negli anni, Isabelle Mège ha lavorato con nomi quali Fouad Elkoury, Joel-Peter Witkin (che con la donna ha realizzato uno dei suoi lavori più famosi, “Nègre’s Fetishist”), Henri Foucault, Jean-Luc Moulène e Gilles Cruypenynck. Significativamente, Mège non sceglieva fotografi particolarmente famosi: il suo criterio era di gusto soggettivo, e nel proporsi aveva un atteggiamento quasi curatoriale, volto a optare per chi dava coerenza al suo disegno narcisistico e affascinante.

L’autrice del pezzo sul magazine americano, Anna Hewyard, è andata a incontrare Isabelle Mège, che oggi ha cinquant’anni e due figli, nella sua casa nei dintorni di Digione. La donna le ha mostrato ciò che chiama la sua «collezione», 135 immagini delle oltre trecento che ha ricevuto dagli artisti con cui ha collaborato in quei ventidue anni di vita. In alcuni casi, ha rivelato, il suo disegno si è rivelato più complicato del previsto: per lavorare con Witkin è arrivata a inviargli due fiale del suo sangue, ad esempio, e Patrick Faigenbaum, che l’ha fotografata nel 2004, si è sempre rifiutato di mandarle lo scatto: «Non volevo trovarmi lì in mezzo con tutti gli altri» fotografi, ha spiegato Faigenbaum al New Yorker.

Immagini: in testata Isabelle Mège ritratta da Constant Anée nel 2000; nel testo uno scatto di Ralph Gibson, 1991.
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