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Per LitHub questo è il miglior incipit di tutti i tempi

Ieri Emily Temple, editor del blog letterario Literary Hub, ci informava dell’anniversario della nascita della scrittrice Shirley Jackson, nata a San Francisco il 14 dicembre 1916 e morta durante il sonno, a soli 48 anni, per un’insufficienza cardiaca, dopo una vita difficile condotta fuori e dentro dalle dipendenze (amfetamine, tranquillanti, alcol). Forse per festeggiare quello che sarebbe stato il suo 101esimo compleanno, forse perché è così e basta, Temple ha proposto un’analisi molto approfondita di quello che, secondo lei, è il miglior incipit di tutti i tempi, che qui proponiamo in versione originale e in nella traduzione italiana di Monica Pareschi. Si tratta dell’inizio di Abbiamo sempre vissuto nel castello, un romanzo pubblicato nel 1962. L’ultima pubblicazione italiana è del 2012 di Adelphi, con in copertina una natura morta di John F. Francis, Fragole, panna e zucchero (1850).

«My name is Mary Katherine Blackwood. I am eighteen years old, and I live with my sister Constance. I have often thought that with any luck at all I could have been born a werewolf, because the two middle fingers on both my hands are the same length, but I have had to be content with what I had. I dislike washing myself, and dogs, and noise. I like my sister Constance, and Richard Plantagenet, and Amanita phalloides, the death-cup mushroom. Everyone else in my family is dead».

«Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott’anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l’anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l’Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti.»

Vale la pena di leggere l’articolo di Temple, che analizza l’incipit riga per riga, cercando di individuare cosa esattamente lo rende così unico e potente. La prima frase, nota, suona subito molto datata, all’antica, e lo stesso vale per il nome della protagonista, Mary Katherine Blackwood. Una delle prime informazioni che ci dà, la sua età, suona subito strana, man mano che procediamo nella lettura: il tono con cui elenca quello che “detesta”, infatti, sembra più quello di una bambina. E poi il desiderio frustrato di essere un lupo mannaro. Mary desidera la magia e il potere, sa che esistono, ma si sente sfortunata. E la lista continua (anche per questo è un ottimo incipit, commenta Temple, «chi non va pazzo per le liste?»), fino all’agghiacciante affermazione finale.

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