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La guida del New York Times su come fare le condoglianze

Se esiste una situazione in cui in genere non si sa bene come comportarsi, è il momento in cui bisogna fare le condoglianze a qualcuno. C’è chi sceglie il più “antico” telegramma, chi preferisce farle a voce e poi chi, invece, oggi le fa direttamente tramite un messaggio sulla bacheca di Facebook. Sull’argomento ha riflettuto Bruce Feiler del New York Times, che ha stilato una sorta di classifica in cui elenca dei suggerimenti per affinare l’arte del fare le condoglianze. 

Il primo consiglio è che affermare di non sapere cosa dire non soltanto è socialmente accettato, ma anche apprezzato: «Ammettere di non avere parole è molto più di aiuto rispetto allo scrivere frasi pietose come “è in un posto migliore” o “tuo figlio era così perfetto che Dio lo voleva con sé”» ha detto un anonimo rabbino al Times.

Prima di cadere nei cliché, allora, è meglio condividere un ricordo positivo della persona che è appena morta. Kevin Young, un professore di scrittura creativa alla Emory University, ad esempio, ha deciso di trasformare il dolore per la morte del padre in un’antologia di racconti incentrati sul lutto. Le condoglianze che lo avevano colpito di più erano quelle di sconosciuti che gli trasmettevano un ricordo del padre: «È stato importante per me perché ho capito qual era il suo posto nel mondo. In quel momento pensi soltanto alla tua relazione con chi è appena morto, mentre invece questa persona ha avuto un impatto che va oltre te stesso. È stato confortante» ha detto Young.

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Una cosa che capita spesso di dire è che sappiamo cosa l’altra persona sta passando. In realtà, tutti affrontano il dolore in maniera diversa e mentre alcuni sono arrabbiati o vengono sopraffatti dalla sofferenza, altri diventano iperattivi, dando il massimo sul lavoro o nei lavori di casa. Chanel Reynolds, il cui marito è morto in un incidente in bicicletta, dice che «è lecito esprimere la propria tristezza e il proprio dispiacere, basta non trasformarsi nel soggetto della conversazione».

Oltre al modo, anche la scelta delle singole parole è fondamentale: il termine “morte” stesso è da evitare, si preferiscono sempre espressioni come “adesso riposa in pace”, “se n’è andato”, “è scomparso”. Nonostante le intenzioni siano buone, in realtà sembra di dare una connotazione positiva a una situazione che, invece, non lo è affatto: per evitarlo, allora, è più giusto usare parole semplici e dirette. Secondo Jane Lear, che ha collezionato libri di buone maniere per anni e ha studiato l’evoluzione della forma delle condoglianze, il modello migliore è quello proposto da Millicent Fenwick sul Vogue’s Book of Etiquette nel 1948, che prevede un’espressione di compassione (come “mi è dispiaciuto sapere che..”) seguita da un ricordo della persona morta. «Secondo me questo ha senso, penso che la miglior lettera che mi sia arrivata dopo la morte di mio fratello sia stata quella di un amico, che iniziava con “Mia cara Jane, CHE SCHIFO”» ha detto Lear.

Quello che invece non è opportuno, e soprattutto non basta, è il postare immediatamente un pensiero sulla bacheca della persona morta su Facebook. Sono in molti quelli che scoprono della morte di qualcuno sui social, e tanti non resistono alla tentazione di scrivere di getto un pensiero, banale o meno, su un luogo visibile a tutti, quando invece «una lettera di condoglianze a un amico è uno degli obblighi di un’amicizia» aveva scritto Fenwick su VogueUna lettera, quindi, è necessaria, anche se non serve scriverla immediatamente: secondo il Times, non c’è un limite temporale per la compassione e, dato che in molti sono sopraffatti dalle emozioni subito dopo una notizia del genere, è comprensibile che la loro lettera di condoglianze arrivi dopo molto tempo.

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